In una scuola di Montréal, alla ricreazione, una bambina apre il suo portapranzo e tira fuori un panino spalmato col dulce de leche. Nessuno dei suoi compagni ha mai visto quel prodotto gustosissimo che oggi invece, a quarant’anni di distanza, troneggia nei supermercati di tutto il mondo. E con tutta la cattiveria della loro età, quella "dolce violenza che i bambini fanno subire agli altri bambini e che passa inosservata agli occhi degli adulti", quei compagni canadesi decretano un nomignolo che non ha bisogno di spiegazioni: la mangiamerda.
“Mamma, non mi devi più mettere il manjar o la palta nel pranzo.”
“¿Por qué?”
“Non mi piacciono più.”
La mia integrazione di bambina immigrata è passata per la vergogna di ciò che ero, il rifiuto di ciò che mi costituiva e una serie di piccoli tradimenti verso me stessa e i miei genitori. Ho iniziato a concepirmi solo attraverso gli occhi degli altri, cercando di prevedere in anticipo le loro reazioni. Avevo otto anni e avevo già vietato a mia madre di darmi per pranzo robe che potevano essere percepite come esotiche, alienandomi così dalla mia cultura d’origine. Battagliare fin dentro al piatto tutti i giorni a pranzo costituiva una sfida troppo grande nella mia vita di scolara; ho capitolato privandomi di ciò che mi piaceva, spossessandomi di pezzetti di me.
“Non mi piacciono più”: la prima di una lunga serie di bugie per imparare a diventare una specie di quebecchese.
È questa, per me, l’immagine più forte fra tutte quelle (e sono numerosissime, di un’intensità accecante) che costellano il memoir di Caroline Dawson Parlavo una lingua di neve, tradotto in italiano da Elena Riva per L’orma editore (2026, collana “Kreuzville”, postfazione di Didier Eribon).
In queste 216 pagine l’autrice ripercorre, sotto forma di istantanee, fotografie della memoria, immagini che scandagliano momenti e ritmi, visioni e prese di coscienza, la sua infanzia da esiliata, il suo arrivo e l’innesto di radici nuove nel freddo Canada. La sua famiglia infatti, alla fine degli anni Ottanta, quando lei aveva appena sette anni, lascia la polverosa Valparaíso su un volo diretto al paese più settentrionale del continente americano. Da cos’è che fuggono non è troppo indicato, come se il lettore e la lettrice dovessero vivere la stessa perdita di ricordi dell’autrice, chiamata a una ripartenza da zero appena messo piede su suolo canadese; ma bastano appena tre parole, dittatura di Pinochet, per immaginare tutto l’orrore che i due genitori e i tre figli piccoli si lasciano alle spalle, dal Cile verso l’ignoto dell’esilio.
Con una nitidezza da manuale, Caroline Dawson dà alla luce un’opera che ripercorre le tappe disequilibranti, la costante perdita di bussola, le metamorfosi avvilenti che il rifugiato, l’esule è costretto a vivere. Una lingua incomprensibile da imparare il più in fretta possibile, la perdita immediata dello status, lo sprofondamento verso il basso e l’esterno, la tana da costruirsi in silenzio negli angoli, alle frontiere della società e della città: sono queste le forche caudine sotto le quali passare, lentamente ma senza perdere tempo, per integrarsi e ricostruirsi una vita.
Così, mentre i genitori (insegnante il padre, educatrice la madre) iniziano a curvarsi, sporcarsi le mani e veder diminuire sempre più le ore di sonno per pulire gli uffici e la merda degli autoctoni e mettere da parte qualcosa per ingrandire, tappa dopo tappa, sempre più l’appartamento, spetta ai figli integrarsi, imparare. D’altronde è proprio la lingua il veicolo e motore di questa crescita. Una delle prime cose che Caroline fa al suo arrivo è accendere la tv: lo schermo le rimanda indietro cartoni animati e programmi per bambini canadesi, ovvero colori assimilabili a quelli cileni ma suoni totalmente incomprensibili. Sarà la scuola per immigrati a dotarla pian piano di nuovi accessi all’integrazione, su abecedari che presentano omini di neve, sci e pattini da ghiaccio di cui bisognerà saper riprodurre ortografia e fonemi.
Alla maestra Thérèse piaceva mettere alla prova le nostre conoscenze e verificare i nostri progressi. Avevamo montagne di parole da assimilare; dovevamo memorizzarle ogni sera dopo la lezione. “Slitta, spalare, cumulo di neve”. Bisognava fare in fretta, presto sarebbe arrivata la primavera.
Nel frattempo, i genitori continuano con lo spagnolo in casa e con una lallazione fuori (come il resto della comunità straniera che popola i quartieri dove si istallano, durante i vari traslochi), schiacciati dalla supremazia linguistica che li priva anche delle onnipresenti formule di politesse tanto care alla lingua francese.
Quando vado in bestia solo perché non dicono a mia madre “signora”, perché le danno del tu o la chiamano familiarmente per nome, sento risalirmi tutto dentro. La rabbia nasce da lì. L’immagine di mamma, in ginocchio, con la testa china a lavare cessi, che riceve ordini, per quanto educati, da un bambino… Io mi schiererò sempre dalla parte degli umiliati. È quello il mio fronte di trincea.
E poi, infine, la doppia natura dell’integrazione: avere vantaggi e ricavare benefici dalla lingua appresa, quella degli studi e dello sviluppo personale, ma sentirla ugualmente come la prigione, il limite. Usarla per scoprirsi, raccontarsi e sentirsi raccontati, analizzare e venire analizzati. Poi la vergogna, quel sentimento impossibile da silenziare, che scandisce ogni crescita da esule, ogni passaggio di classe.
La prima volta che ho seguito una lezione di sociologia al college è stato come sentire la mia lingua madre. Non era l’unico linguaggio che descriveva la realtà e nemmeno il migliore, ma era quello in cui mi riconoscevo. La lingua della sociologia parlava di classi sociali, di sfruttamento, di capitale culturale, sociale, simbolico. Parlava soprattutto di dominazione, ma anche, nei momenti più belli, della possibilità di sottrarsi al destino sociale. Era la mia realtà espressa a parole. Ben prima di iniziare a studiare questa disciplina, ìì avevo capito che le traiettorie di ciascuno dipendevano dalla sua posizione sullo scacchiere sociale. Sapevo qual era il mio posto e cosa aspettarmi realisticamente quanto a mobilità sociale.
Parlavo una lingua di neve non è che il racconto di un’infanzia, fatto da quella stessa bambina una volta cresciuta: la scuola e la noia quando accompagnava mamma ai turni di lavoro, i baci a stampo sulla guancia e le serie tv preferite, le marachelle e le rispettive punizioni, il mondo che diventa a ogni angolo un universo da scoprire. Eppure, in questo resoconto, si insinuano macigni immensi: il colore della pelle che crea differenze, gli inciampi linguistici che mettono distanza, il doversi sempre definire rispetto agli altri, ogni declinazione del "prezzo da pagare per cambiare classe sociale".
Eppure era chiaro che io non facevo parte dello stesso mondo. [...] Io mi vedevo dall’altro lato di una trincea sempre più profonda mentre loro erano lontani, davanti, dove il mio sguardo non poteva arrivare.
Caroline Dawson ci descrive così l’incredibile forza umana, anzi quella inattesa dell’infanzia che poi si fa marchio indelebile della giovinezza e della primissima vita adulta, di fronte alle perfidie dell’orrore umano e alle sfide dei destini di ieri e di oggi.
- Autore: Caroline Dawson
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Parlavo una lingua di neve
Nel 1986, all’età di sette anni, Caroline è costretta a fuggire dal Cile. Il Paese era ancora sotto le dittatura militare e aveva conosciuto alti e bassi a livello economico fino — appunto — al 1986, anno in cui venne fatto un attentato a Pinochet e si scatenò una conseguente ondata di nuove repressioni, soprattutto contro il Frente Patriótico Manuel Rodríguez (braccio armato del Partito Comunista Cileno).
Il padre di Caroline era un sindacalista e fine oratore, mentre la madre era un’insegnante.
Decidono di partire per il Québec ma fin da subito si scontrano con un’accoglienza fredda e con la differenza dovuta alla lingua.
L’autrice-protagonista viene iscritta a una scuola di preparazione, dove le insegnano il francese, e a poco a poco si impadronisce di questo idioma che prima le suonava sconosciuto e ostile. Restano tuttavia degli ostacoli da superare nella scuola "normale" perché lei è l’unica coi capelli e gli occhi scuri e la pelle olivastra, e per questo viene presa in giro.
I genitori non si possono permettere di frequentare corsi propedeutici e quindi si devono accontentare di lavori umili: questo, a posteriori, farà sentire in colpa la scrittrice che arriva invece a iscriversi all’università, dove studia sociologia. È un ulteriore passo che la allontana dai suoi, la scoperta di un nuovo linguaggio che, se dà forma ai disagi subiti da ragazzina e a quelli patiti dai lavoratori "invisibili", la separa dalla generazione per cui il francese è rimasto inaccessibile.
È la storia di molti migrati: ad esempio, Ocean Vuong ricorda la frattura tra lui e sua madre dovuta al fatto che lei parlasse quasi solo vietnamita.
Per Caroline, l’appropriazione della lingua passa soprattutto attraverso i libri che leggeva in biblioteca. Viene citato il romanzo INGHIOTTITA di Réjean Ducharme — testo molto denso e difficile che parla della solitudine di una ragazzina cresciuta in una famiglia in cui i genitori sono sposati ma divisi e litigiosi. La protagonista, Bérénice, non trova (o non vuole trovare) un appiglio emotivo negli altri.
Un paragone interessante potrebbe essere con uno degli episodi che compongono il "romanzo di racconti" LA VISTA DA CASTLE ROCK di Alice Munro. Il brano intitolato LA STIPENDIATA si svolge nel 1948, quando Alice aveva diciassette anni ed era andata a lavorare come cameriera per una famiglia ricca: il trattamento scostate dei suoi datori di lavoro ricorda quello subito dai conigli Dawson a Montréal, se nonché nel caso trattato in PARLAVO UNA LINGUA DI NEVE è soprattutto la barriera linguistica a creare problemi e a ridurre il padre al silenzio.
Uno dei classici della letteratura franco-canadese è MARIA CHAPDELAIN; qui la giovane deve scegliere tra due pretendenti: uno le promette una vita di agi in una città sconosciuta degli Stati Uniti, l’altro le garantisce un’esistenza più modesta ma molto simile a quella contadina a lei nota. Così, piuttosto che avventurarsi in terra straniera, Maria sceglie di restare nell’ambiente che ama, anche se è duro.
Questo riporta al tema trattato nel memoir della Dawson perché mostra l’attaccamento atavico per il luogo delle proprie radici. Quando le annunciano che lasceranno il Cile, Caroline vorrebbe suicidarsi e in seguito sostiene che una parte di lei è effettivamente morta alla partenza.
Lo stesso avviene in un altro libro sull’esilio: LUNGO PETALO DI MARE di Isabel Allende. I due personaggi principali, Víctor e Roser fuggono dalla Catalogna per trovare asilo in Cile. La barriera linguistica è dunque solo parziale, anche se conservano nel cuore il catalano, la cultura e gli usi. Ma tornare indietro diventa a un certo punto impossibile perché tutto cambia e anche la Spagna post-Franco non è più accogliente come una casa.
Concludendo, quindi si intuisce che crescendo, Caroline Dawson si appropria dei meccanismi interni della società e ne diventa — si può dire — un "ingranaggio esterno": ben inserito ma comunque consapevole della diversità.