Nascita della mafia. Storie di «uomini d’onore» istruite in Sicilia (1838-1846) da Pietro Calà Ulloa, il Procuratore generale del Re che scoprì la piovra di Salvatore Mugno (Navarra Editore, 2025) è un libro che si legge con molta facilità pur essendo ponderoso, scritto scorrevolmente con pienezza di dati e notizie riportate. Al centro la figura di Pietro Calà Ulloa (Napoli, 15 febbraio 1801 - Napoli, 21 maggio 1879), Procuratore generale del Re verso la fine del regno borbonico.
Un titolo impegnativo e la tesi su cui si basa l’autore ci riportano ai primi decenni dell’Ottocento, quando Ulloa operò in Sicilia, ricoprendo il suddetto importante incarico. Questi, da non siciliano, mandato prima a Trapani e poi a Messina, ebbe modo di osservare come già in quegli anni operava un’organizzazione criminale che negli anni a seguire venne denominata Mafia, avendone tutte le caratteristiche e le specificità. Una tesi non condivisa da altri studiosi e storici che hanno espresso diverso avviso, ma non è facile districarsi in una diatriba in cui vi sono argomentazioni di opposto segno, ma di certo la Mafia, a prescindere da una precisa collocazione temporale sulla sua origine, scaturisce da un contesto delinquenziale o di brigantaggio.
Questo è un libro che intende scoprire la genesi del fenomeno mafioso, prima che la si venisse a scoprire e si manifestasse nella sua virulenza anche prima dell’Unità. Nella ben documentata seconda parte, si riporta la sintesi di una serie di processi e sentenze della prima metà dell’Ottocento e si viene così a scoprire come il fenomeno criminale abbia radici antiche, possedendo a livello iniziale molte peculiarità che non hanno l’evidenza e che poi acquisiranno dopo il 1860 e nei 150 anni successivi.
Una disamina e un’esplicitazione di una fenomenologia ante litteram che l’autore attribuisce a Pietro Galà Ulloa, che così si esprime sul fenomeno criminoso, in alcune delle sue relazioni:
Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. [...] Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Cosi come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione per ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’inserivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile; [...] Le casse son talvolta comuni in più provincie ad oggetto di commetter furti e di commerciare di animali rubati da una provincia all’altra.
Sono righe essenziali che significano al meglio quello che oggigiorno si definisce Mafia. Un libro prezioso, quello di Mugno, ricco di documenti inediti, che ha qualcosa in più rispetto alla mera esposizione delle varie teorie, supposizioni e ipotesi fino a ora manifeste. Si ritrovano tra l’altro dei cognomi che appartengono a un passato recente se non all’attualità, una continuità di nominativi di persone e famiglia che operano nel crimine ormai quasi da duecento anni.
Nel prezioso volume di Mugno c’è tutta una serie documenti giudiziari che con un meticoloso impegno sono stati trasformati in storie. Rendere intellegibili delle sentenze giudiziarie dell’Ottocento non è stata di certo impresa facile; si è operato su documenti poco chiari con errori di sintassi e con nomi che mutano poiché trascritti malamente ma da cui tuttavia traspare un intreccio di relazioni interpersonali e di contatti con le varie amministrazioni pubbliche.
È stato poi necessario comprendere l’esatto significato che si attribuiva a termini quali “partiti”, adoperato non in senso ideologico o di idee politiche, ma nel senso di fratellanze o sette. È una fase che non è chiara, ma la definizione di Ulloa è invece dettagliata ancor più di quella fatta da Borsellino e Falcone. Chiaramente il centro dell’indagine dell’accurato studio dell’autore è Pietro Ulloa e non si vuole esaurire con questo studio una materia così vasta. Si tratta un pezzo, seppur significativo, di Storia della Sicilia e di Storia della Mafia che va studiato e approfondito, ritrovandosi molte similitudini con le vicende di oggigiorno. Vedi ad esempio la questione dell’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati, che venivano affidati ad amministratori che, anziché gestirli in modo corretto, li facevano deperire. Una Mafia antica che esisteva e che chiaramente muta e si assesta e prende una fisionomia, con una flessibilità che la rende peggiore.
Un libro, quello di Mugno, di certo prezioso, che offre al lettore e allo studioso molti elementi per integrare e osservare al meglio quello che c’era prima e quello che c’è stato dopo, e l’operato di Ulloa va visto nell’insieme dei rapporti della Mafia con tutto quello che gli stava intorno. Quello che emerge dalla narrazione di Mugno è che molti eventi e personaggi non sono stati approfonditi e sviscerati, come pure tanti snodi, visti ed esaminati da prospettive diverse. Nel libro di Mugno si guarda in particolare agli eventi tra il 1838 e il 1846, quando Ulloa rimase a Trapani per sette anni per poi spostarsi a Messina, ma è una tematica che va ancor più presa in esame per un quadro completo ed esaustivo sul fenomeno criminale mafioso.
- Autore: Salvatore Mugno
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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