Rappresentato per la prima volta il 1 ottobre 1969, Mistero buffo è una catena di monologhi scritti e recitati dall’attore e drammaturgo Dario Fo (1926-2016), che fece del teatro uno strumento di discussione, di satira e lotta politica. Nel 1997 ricevette il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione:
Il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Dario Fo perché, insieme a Franca Rame, attrice e scrittrice, nella tradizione dei giullari medievali dileggia il potere e restituisce dignità agli oppressi.
È un testo complesso, articolato, il cavallo di battaglia di un giullare di lotta come lui che, solo sul palco, pantaloni e maglione neri, interpreta diversi personaggi passando da uno all’altro con una lingua originalissima ed espressiva che ne racchiude tante, ma non assomiglia a nessuna: il grammelot. Precisiamo che i brani dedicati alla Madonna sono recitati da Franca Rame.
Cos’è il grammelot?
Si tratta di un idioma pseudomaccheronico fitto di parole inesistenti a riprodurre a orecchio cadenze, ritmo, accenti di più lingue (francese, inglese, spagnolo, dialetti padani), qualche parola autentica collocata in posizione strategica a fini comunicativi. Il tutto viene rafforzato da onomatopee mimetiche, gesti e pantomime, perché l’intero corpo dell’attore contribuisce alla recitazione in questo linguaggio universale. A proposito delle origini del grammelot, ecco cosa scrive Fo nel 1987:
Grammelot è un termine di origine francese coniato dalla commedia dell’arte e maccheronizzato dai veneti che dicevano “gramlotto”. È una parola priva di significato intrinseco, un papocchio di suoni che riescono egualmente a evocare il senso del discorso. […] La prima forma di grammelot la eseguono senz’altro i bambini con la loro incredibile fantasia quando fingono di fare discorsi chiarissimi con farfugliamenti straordinari (che fra di loro intendono perfettamente). Ho assistito al dialogo tra un bambino napoletano e un bambino inglese e ho notato che entrambi non esitavano un attimo. Per comunicare non usavano la propria lingua ma un’altra inventata, appunto il grammelot. Il napoletano fingeva di parlare in inglese e l’altro fingeva di parlare in italiano meridionalizzato. Si intendevano benissimo.
A un unico attore viene affidato il compito di dare voce via via alla folla di personaggi coinvolti nell’azione, perché sul palco c’è solo Dario Fo a raccontare e mimare storie, interpretando più ruoli senza l’ausilio di scenografie o altri apparati scenici. Solo una parte è senza attore: è quella di Cristo che prende forma indirettamente attraverso i commenti degli astanti. In questa operazione di esilarante o dolente trasformismo attinge al Ruzzante, alla tradizione della commedia dell’arte, prendendo le maschere degli Zanni, la maschera più antica di servitore. Di conseguenza Fo rilegge la storia e la cultura secondo una prospettiva opposta a quella ufficiale, ossia dal basso, che è quella degli oppressi di ogni tempo, dall’ottica popolare un po’ ingenua e deformante. E così l’episodio delle nozze di Cana è raccontato da un ubriacone, la resurrezione di Lazzaro da un curioso convinto di assistere a uno spettacolo e così via. Il risultato è un effetto di straniamento su una materia tradizionalmente rappresentata in tono alto.
“Mistero buffo”: titolo e struttura dell’opera
“Mistero”: i misteri sono le rappresentazioni sacre nel mondo greco e cristiano. Ma l’aggettivo “buffo” che lo accompagna, insieme al sottotitolo “Giullarata popolare”, fanno riferimento sia alla comicità dissacrante sia al recupero della capacità eversiva dei giullari medievali di cui Fo si presenta come erede, come una sorta di cronista del popolo capace di mettere a nudo i meccanismi del potere. “Buffo” richiama anche la vitalità espressa dalla cultura degli oppressi, che da un lato subiscono lo sfruttamento dei potenti e dall’altro se ne liberano simbolicamente grazie alla forza della risata.
Il titolo è preso in prestito da Majakovskij, che nel 1918 scrisse un’opera teatrale omonima sulla rivoluzione russa da leggere in chiave allegorica. Majakovskij immagina che dopo un nuovo diluvio universale i diseredati e i lavoratori - sconfitti i capitalisti - raggiungano su un’arca la Terra Promessa. Non è il Paradiso, dove a suo dire si vive nell’ozio, è la Terra. Qui il socialismo promette e permetterà all’uomo di costruire il vero Eden.
Mistero buffo nasce dal montaggio di pezzi legati a temi religiosi, artistici, culturali del passato ripresi da fonti non ufficiali come i Vangeli apocrifi e i testi popolari, materiali eterogenei e documenti provenienti da tutta Europa con l’obiettivo di recuperare il valore sociale del cristianesimo primitivo rispetto al cristianesimo istituzionalizzato. È strutturato in due parti:
- la prima, che dà il titolo all’opera, comprende nove episodi giocati sulla satira, la deformazione grottesca e caricaturale;
- la seconda, intitolata “Testi della passione”, ne raccoglie quattro dal tono più intimo e raccolto.
I brani sono collegati tra loro da parti didascaliche in italiano che contengono spiegazioni storiche, informazioni sulle fonti, collegamenti con l’attualità e offrono lo spunto per invenzioni pirotecniche, spesso improvvisate. Tra i bersagli la chiesa secolarizzata corrotta dal potere che tiene il popolo in stato di sottomissione e lo sfrutta economicamente. La simpatia va ai frati degli ordini medicanti votati alla povertà e a diverse figure evangeliche. Su tutte Maria, una donna tra le donne, che ai piedi della croce, di fronte al figlio morente, sembra portare su di sé tutto il dolore del mondo. E qui si sente forte l’eco di Jacopone da Todi e del suo Pianto della Madonna.
Il celebre passo su Bonifacio VIII
Il passo più celebre è quello di Bonifacio VIII. La scena è questa: un corteo dove Cristo dolente trascina la propria croce entra in rotta di collisione con un altro che, come vedremo, si impunta per avere la precedenza e soprattutto monopolizzare l’attenzione del popolo che da sempre equivale a consenso. Si tratta di una processione capitanata da papa Bonifacio VIII (1294-1303), di dantesca memoria.
Sulle prime il pontefice sembra turbato dallo strazio di Gesù - che però non riconosce - e vorrebbe allontanarsi di fronte a tanta sofferenza. Ma cambia idea. Prima gli dà del matto, a Gesù, proprio lui, il rappresentante di Cristo in Terra; poi il papa vuole farsi riconoscere (che ego ipertrofico!), si presenta e rivolge a Gesù, al culmine della passione, una domanda insensata che suona così: “Com valla Jesus?” (Come va?) e quando non riceve risposta si abbandona agli insulti. L’importante però è che il popolo li abbia visti insieme. Una mossa politica vincente.
Facciamo un paio di considerazioni. L’episodio di Bonifacio VIII racconta che la Chiesa è così lontana dall’insegnamento evangelico da non riconoscere Cristo che si è fatto uomo; racconta che il successore di Pietro è interessato al potere, ai beni materiali, all’apparenza. Allora ben venga il giullare a ricordare al popolo, custode dello spirito autentico di Gesù, gli inganni dei potenti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Mistero buffo”: il capolavoro del Premio Nobel Dario Fo, a cento anni dalla nascita
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