La Cina era vicina e i filocinesi d’Italia si contavano a frotte. Erano i tempi in cui ci si allenava alla sollevazione popolare, bisogna ammetterlo: Mao Tse Tung è stato un faro anche da noi. La "grande rivoluzione culturale proletaria" intentata dal Grande traghettatore nel suo ultimo decennio di potere (1966-76) vantava un suo appeal e puntava in larga parte sui giovani. In Cina, erano istigati alla rivolta contro i cosiddetti “quattro vecchi” - vecchie correnti di pensiero, vecchia cultura, vecchie abitudini, vecchie tradizioni -, zavorre nel processo trasformativo della nazione in paese socialista. La massa indottrinata ci credeva, la presa ideologica di Mao era innegabile: le Guardie rosse, i dazebao sui muri delle strade, le violenze contro i vetusti figuranti del potere, incendiarono in breve città e luoghi di lavoro. Ne discese la progressiva soppressione di qualsiasi cosa potesse anche soltanto evocare legami con il vecchio mondo. Nel sistema scolastico e in quello culturale il cambiamento fu drastico e i comitati di partito vennero sostituiti da Comitati rivoluzionari gestiti dalle masse, dal partito e dall’esercito. Come per ogni rivoluzione, la fine è nota e il risveglio traumatico: lo stato effettivo delle cose rivela alla lunga la discrasia che passa tra teoria e prassi. I dieci anni di rivoluzione culturale cinese non hanno costituito eccezione. Tutt’altro.
Memoria rossa. La Cina dopo la rivoluzione culturale della giornalista britannica Tania Branigan (Iperborea, 2025, trad. di Silvia Rota Sperti) si incentra su quel che resta di quei dieci anni rivoltosi nella Cina capital-comunista contemporanea. Macerie, stando alle testimonianze dei reduci – vittime e carnefici – raccolte dall’autrice. Una perdita di innocenza collettiva: questa la cifra che potrebbe accumunare il bilancio politico-ontologico della Rivoluzione culturale che minò dalle fondamenta tradizioni millenarie, dando la stura, peraltro, all’odierna ideologia cinese. Per dirla con le parole del Grande Timoniere, la rivoluzione non è un pranzo di gala, difatti non lo fu. In Cina fu un decennio fratricida, di silenzio e delazioni, di violenza senza quartiere, consumata sotto l’egida di Mao che dettava legge su ogni aspetto della vita quotidiana. Per il suo fedele reportage Tania Branigan – corrispondente per il “Guardian” dalla Cina, dove ha vissuto per sette anni – chiama a raccolta decine di testimoni, disposti a rievocare ciò che l’attuale governo cinese vorrebbe invece rimuovere. A tutti i costi.
Tante le storie che si intrecciano nel libro. Quella del vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse durante l’Agosto rosso. Quella dell’avvocato che da piccolo arrivò a denunciare la madre che aveva osato sparlare di Mao tra le mura domestiche. La storia di un’anziana di Chongqing che rimpiange una giovinezza non vissuta perché costretta a trasferirsi nella miseria delle campagne. E ancora la storia di un compositore di Pechino deportato, torturato, soltanto infine riabilitato… Infinite storie che – unitamente a dolori, colpe, rancori mai sopiti – germinano e si misurano con un passato incancellabile. Un passato peraltro prodromo del presente cinese, un presente in cui Xi Jinping mantiene a sua volta un controllo assoluto sulla nazione, aggiornando la delazione con il massivo utilizzo di telecamere e software di riconoscimento facciale.
L’interrogativo che grava sulle pagine di Memoria rossa pesa sulla coscienza civile quanto e più di un macigno: basta davvero il benessere economico per metabolizzare ferite storiche tanto profonde? E attenti a non scagliare la prima pietra. Attenti noi, integerrimi democratici d’Occidente, a spergiurare sul fatto che la storia non possa ripetersi, e a qualsiasi latitudine. E che nel nome di un capitalismo senza freni, la Cina coi suoi fantasmi dittatoriali non possa esserci vicina più di quanto ci faccia piacere immaginare.
Più si esamina la Rivoluzione culturale, più sembra straordinaria e bizzarra, ma per certi versi anche riconoscibile. Siamo lontani, nel tempo così come nello spazio. Fare paragoni superficiali – tracciare un parallelismo fra gli studenti di sinistra in Occidente e le Guardie Rosse, come hanno fatto alcuni – non è solo sciocco, ma anche offensivo. La forza trainante delle loro campagne non potrebbe essere più diversa [...] e tra zittire e uccidere c’è una bella differenza. Ma non siamo mai al sicuro come pensiamo, né così svegli. Questo dovrebbe bastare a preoccuparci. C’è chi parla ancora di democrazia come se fosse una gravidanza – non esiste un po’ di democrazia, o c’è o non c’è – anche mentre la vediamo sgretolarsi o addirittura saltare in aria sotto attacchi sistematici e pianificati e sotterfugi maldestri e istintivi, oppure erosa dalla nostra stessa indifferenza o pigrizia. Non si tratta tanto di regole scritte sulla carta o convenzioni stabilite negli anni, quanto del nostro impegno, dei nostri impulsi e comportamenti; di ciò che siamo disposti ad accettare e ciò che siamo disposti a fare. Dalla Cina ho imparato più cose sul mio paese di quanto potessi immaginare.
Coniugando il taglio oggettivo dell’inchiesta giornalistica e il colore descrittivo del romanzo, Tania Branigan rievoca una pagina esemplare della storia cinese che può diventare monito per le fragili democrazie occidentali. Una lettura propedeutica e straordinaria.
- Autore: Tania Branigan
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788870917222
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Memoria rossa. La Cina dopo la rivoluzione culturale
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