"La scuola la fanno i maestri, non i ministri". Ivano Dionigi riprende da Manara Valgimigli una frase che introduce direttamente al cuore di Magister (Laterza, 2025). Letta come una provocazione contro la politica scolastica, potrebbe sembrare l’ennesima insofferenza di un umanista verso riforme, apparati e nomenclature; nelle pagine che seguono, però, la distinzione tra maestri e ministri conduce a una questione più radicale, che riguarda il fondamento stesso dell’insegnamento: che cosa autorizza un uomo a insegnare a un altro uomo e quale responsabilità comporta aver ricevuto ciò che ora è chiamato a trasmettere?
La domanda appartiene da sempre alla scuola, eppure l’attualità sembra averla resa nuovamente urgente: si discute di metodi, competenze, strumenti, trasformazioni mentre appare assai meno certo che cosa significhi essere un maestro. Il titolo offre una prima direzione. Magister viene da magis, "più", e Dionigi insiste su quel comparativo perché vi riconosce una responsabilità connaturata all’insegnamento. Il maestro è colui che ha ricevuto prima: una lingua, dei libri, una disciplina del pensiero, l’esperienza di chi lo ha preceduto; dispone dunque di un patrimonio di cui è, a sua volta, custode. Nel prologo compare, significativamente, il latino depositum: qualcosa che viene affidato perché possa essere trasmesso ad altri. La condizione del maestro si definisce entro questa temporalità, fra un’eredità che viene da lontano e una generazione chiamata a riceverla e a farla propria. Una cultura può attraversare intatta il tempo e giungere ormai inerte a chi la riceve; può essere appresa, ripetuta, perfino padroneggiata con competenza senza incidere realmente sul modo di comprendere il mondo. E Dionigi conosce bene questo rischio, soprattutto quando guarda alla tradizione classica cui ha dedicato la propria vita. Egli riconosce che anche il modo in cui il latino e il greco sono stati difesi e insegnati ha contribuito a indebolirne la presenza nella scuola: confidare che la loro antichità bastasse a giustificarne lo studio e privilegiare talvolta l’esercizio grammaticale ha lasciato in ombra quanto quelle lingue abbiano ancora da dire al presente. Trasmettere un sapere significa allora riuscire a farlo vivere in una coscienza che appartiene a un altro tempo, accettando che nell’attraversarla possa assumere una forma imprevista.
Interrogare, Intelligere, Invenire: i tre verbi sui quali Dionigi costruisce Magister indicano il percorso attraverso il quale il sapere ricevuto può essere compreso e rielaborato. Il magis del maestro si misura nella capacità di sollecitare questo processo, educando chi apprende a riconoscere profondità e relazioni. Il discorso prende avvio dall’interrogare. Ogni autentica comprensione nasce quando ciò che appariva ovvio comincia a essere messo in discussione: la domanda interrompe l’assuefazione e costringe il pensiero a confrontarsi con i propri limiti. Socrate incarna questa disposizione interrogativa: nel dialogo, le certezze dell’interlocutore vengono sottoposte a verifica e mostrano progressivamente la loro fragilità. Per la scuola è una lezione tutt’altro che remota: un sistema abituato a valutare le risposte rischia di trascurare uno dei momenti più significativi dell’apprendimento, quello in cui uno studente riesce a formulare una domanda che prima non sarebbe stato in grado neppure di concepire. In quel momento il sapere ha smesso di essere un’imposizione ed è diventato un bisogno. Dalla domanda prende forma l’intelligere.
Dionigi torna all’etimologia perché risalire alla storia di una parola equivale già, per lui, a sottrarla a un uso distratto. Comprendere significa penetrare e insieme collegare, riconoscere il rapporto che impedisce alle cose di restare frammenti separati. Qui lo sguardo del filologo entra direttamente nella riflessione pedagogica: una parola è custode di una storia, un testo vive dentro altri testi, ogni conoscenza si chiarisce attraverso i nessi che la legano alle altre. Nella stessa prospettiva, la separazione fra cultura umanistica e cultura scientifica appare artificiosa. L’immagine di Prometeo e Socrate chiamati a coabitare condensa efficacemente il pensiero di Dionigi: la potenza del fare reclama una coscienza capace di interrogare il fine, il limite, la responsabilità. Il discorso coinvolge anche l’intelligenza artificiale, che l’autore prende in considerazione senza indulgere alla contrapposizione, ormai prevedibile, fra tecnologia e umanesimo. Quando l’accesso alle informazioni diventa immediato e la loro elaborazione può essere affidata in larga parte alla tecnologia, la funzione del maestro non si esaurisce nella trasmissione di un sapere: diventa decisiva la capacità di educare a distinguere, stabilire relazioni, valutare e formulare domande pertinenti. L’abbondanza delle informazioni rende infatti più necessario il giudizio che consente di capirle e di attribuire loro un senso. Comprendere ciò che abbiamo ricevuto significa anche misurarlo con quello che ancora non conosciamo.
Con invenire, che in latino conserva il senso del trovare, dell’imbattersi, dello scoprire, Dionigi mette in relazione l’eredità del notum con l’avvento del novum. Anche ciò che appare nuovo si intende nel confronto con quanto lo precede. In questa prospettiva si colloca il valore che egli attribuisce ai classici, la cui presenza nella scuola conserva un senso finché quei testi riescono a parlare al presente, mettendolo a confronto con parole, idee ed esperienze che appartengono a un altro tempo. Rimane, tuttavia, un punto problematico. Dionigi dispone di una memoria culturale vastissima e si muove con rara familiarità fra etimologie, testi e secoli; Seneca, Agostino, Nietzsche, Pasolini e Weber sono interlocutori ricorrenti nella sua riflessione. Attraverso le loro parole egli interpreta anche molte questioni contemporanee, mostrando la vitalità di una tradizione ancora capace di offrire strumenti di comprensione. Proprio questa consuetudine con le grandi voci che lo hanno preceduto lascia però affiorare un interrogativo: fino a che punto il presente può essere letto attraverso categorie e parole ereditate dal passato? È, in fondo, lo stesso problema posto dal depositum: quanto spazio deve occupare ciò che abbiamo ricevuto affinché chi viene dopo possa servirsene senza sentirsi già indicata la strada?
La risposta passa anche attraverso la scuola, definita da Dionigi "esperienza prima della polis". In una classe, persone che non si sono scelte, provenienti da storie e condizioni differenti, condividono tempo, regole, linguaggio e attenzione; fanno esperienza dell’altro prima ancora di ricevere qualsiasi educazione formalmente civica. Insegnare una lingua significa allora mostrare che le parole producono conseguenze, chiedere rigore significa pretendere ragioni, ascoltare un’interpretazione diversa significa riconoscere che l’autorità intellettuale non coincide con il possesso della verità. Il compito del magister è dunque fornire all’allievo gli strumenti per esercitare un giudizio personale. Proprio l’ampiezza del ruolo che Dionigi gli affida solleva, tuttavia, una questione delicata. Il maestro possiede un magis, custodisce un’eredità, forma il giudizio, introduce alla polis, congiunge il tempo trascorso a quello che ancora deve venire, ma una simile investitura corre il rischio di attribuirgli una superiorità che la stessa logica del libro induce a sorvegliare. Proprio perché necessaria all’insegnamento, l’autorità del maestro richiede una misura: guidare l’allievo non significa orientarne in anticipo il pensiero, così come custodire una tradizione non comporta decidere quale uso ne farà chi viene dopo. Alla responsabilità di trasmettere si accompagna quella di lasciare all’altro lo spazio per fare proprio e rielaborare quanto ha ricevuto. È in questa difficile misura tra guida e autonomia che il magis del titolo cambia significato: all’inizio designava la precedenza di chi aveva ricevuto quel patrimonio; ora essa appare destinata a consumarsi nell’atto stesso dell’insegnamento. Il maestro interroga perché l’allievo impari a formulare domande che non dipendano più dalle sue, insegna a riconoscere i nessi perché altri possano costruirne di imprevisti, trasmette il notum senza conoscere quale novum potrà nascerne. Con la maturazione dell’allievo, l’autorità del maestro diventa progressivamente meno necessaria, fino a quando questi è capace di pensare e scegliere senza dipendere da chi lo ha formato.
Nell’epilogo Dionigi si rivolge a un giovane: "voglio che tu sia". Dopo le etimologie, i classici, la scienza, la tecnica e le molte voci chiamate a dialogare nel libro, rimane un verbo quasi spoglio, che impone però al maestro una disciplina più severa di qualsiasi precetto pedagogico, perché essere significa anche diventare diversi da come chi ci ha educati ci aveva immaginati. Quando infine Dionigi riprende da Max Weber l’interrogativo rivolto agli studenti su che cosa intendano fare della propria vita, il maestro incontra il limite della propria autorità: ha potuto insegnare a interrogare, offrire parole, mostrare nessi, consegnare ciò che a sua volta aveva ricevuto; oltre quel punto comincia una vita sulla quale non possiede alcun diritto. Resta forse questo, dopo l’ultima pagina, del magis evocato nel titolo: il difficile privilegio di aver accompagnato per un tratto qualcuno verso una risposta che appartiene soltanto a lui.
- Autore: Ivano Dionigi
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Laterza
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Magister. La scuola la fanno i maestri, non i ministri
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