Di tutte le cosmogonie inventate da filosofi e scienziati io prediligo quella atomistica di Democrito ed Epicuro; non perché mi sembri la più verosimile, tantomeno scientifica, bensì perché la trovo comica. M’immagino questo immane eterno flusso di atomi che senza intelligenza né provvidenza scorre sconvolto da un’improvvisa deviazione (il clinamen), questa catastrofe ciecamente creativa d’un caos cosmico che provoca una nebulosa impazzita di atomi che schizzano in qua e in là come innumerevoli palline da ping pong che si urtano freneticamente e da cui, infine, casualmente, emerge un universo tra gli infiniti possibili: una cosmicomica raccontata da Qfwfq, ch’è appunto il narratore delle cosmicomiche calviniane. Ma ben altrimenti l’ha raccontata Tito Lucrezio Caro nel De rerum natura, che anzi vi ha poeticamente descritto un universo tragico, una perpetua macchina di creazione e distruzione, in cui ogni ente ed ogni vivente, in quanto mero aggregato atomico, compare e scompare. Ma si sa, Pirandello docet: comicità e tragicità sono prospettive che possono ironicamente mescolarsi.
Di Lucrezio, che visse nel I sec. A.C., si sa poco: scarsi e scarni i riferimenti dei suoi contemporanei, incerto e probabilmente apocrifo quello tardivo nel Chronicon di Girolamo, del IV sec. d.C., che lo racconta stregato da un filtro magico, matto e suicida; magari non era matto ma sofferente di un disturbo bipolare e magari non si suicidò ma se ne andò in Grecia, forse per inseguire le tracce del suo Epicuro o forse per allontanarsi da Roma, dove l’epicureismo non era apprezzato, perché la sua indifferenza religiosa lo rendeva politicamente eversivo (tant’è che al tempo del governo dell’imperatore stoico Marco Aurelio i due filosofi epicurei Alceo e Filisco furono espulsi dalla città). Prima gli furono avversi i pagani e poi, per lo stesso motivo, i cristiani; dev’esser per quest’avversione che nel trascorrere dall’età imperiale al Basso Medio Evo Lucrezio fu dimenticato; la sua opera, il De rerum natura, addirittura scomparve.
Ma nel 1417 Poggio Bracciolini, un umanista appassionato ricercatore di testi classici, ne ritrovò il manoscritto nella biblioteca del monastero di Fulda, in Germania. La successiva edizione stampata, del 1473, ne consentì la diffusione tra gli intellettuali rinascimentali: Alberti, Ficino, Poliziano, Machiavelli, Pomponio Leto e tanti altri furono tra i suoi primi lettori, alcuni lo commentarono (Machiavelli, ad esempio), molti ne trassero ispirazione (Torquato Tasso, ad esempio). E non c’è dubbio che la riscoperta di Lucrezio e del De rerum natura, quindi dell’atomismo epicureo, fu determinante per lo sviluppo della cultura moderna, nonostante la rinnovata avversione cristiana: nel 1516 il Sinodo fiorentino ne proibì la lettura, nel 1551 i teologi del Concilio di Trento censurarono sia Lucrezio che Epicuro, infine nel 1717 il De rerum natura fu inserito nell’Index Librorum Prohibitorum, la lista nera della Chiesa cattolica. Un’ostilità comprensibile da parte della Chiesa verso un pensiero materialista, razionale e antireligioso, capace di scardinare dogmi fondamentali come quello della transustanzazione eucaristica, impossibile se un corpo è solo una meccanica combinazione di atomi (ed è verosimile l’ipotesi dello storico della scienza Redondi, enunciata in Galileo eretico, che lo scienziato fiorentino fu inquisito più per il suo atomismo che per l’eliocentrismo); ma infine vana, poiché nonostante quell’interdizione il De Rerum natura fu comunque letto, studiato e apprezzato dai protagonisti del pensiero moderno, come Moro, Spinoza, Gassendi, Newton, Darwin, ecc. Qualche autorevole esempio: Michel de Montaigne, che riempì la sua copia di centinaia di annotazioni, lo considerava un libro fondamentale per la sua formazione e certamente fu all’origine del suo scetticismo; Giordano Bruno vi ha fondato la sua teoria di un universo infinito popolato di innumerevoli mondi; sia Newton che Boyle ne ricavarono basilari ispirazioni, l’uno per ipotizzare uno spazio immenso e vuoto dove si muovono particelle elementari indistruttibili e l’altro per spiegare le trasformazioni della materia attraverso il moto e le aggregazioni di corpuscololi; Leopardi, che Carducci definì il “Lucrezio del pensiero italiano”, vi trovò un sostegno alla sua tragica visione della condizione umana soverchiata dalla cieca violenza della Natura. Infine è perfino ovvio l’apprezzamento degli illuministi: Diderot, D’Holbach, Voltaire, La Mettrie condividevano con Lucrezio l’idea che la religione generi paure e fanatismi che fuorviano e opprimono l’essere umano, mentre la conoscenza della natura, spiegata attraverso le leggi fisiche e il meccanico movimento degli atomi, senza interventi divini o finalismi, lo libera da perniciose superstizioni e inutili timori; così come ne condividevano la fiducia nella ragione, che ha la missione di scoprire la verità. D’altronde l’antitesi lux-tenebrae, così determinante nella cultura dei Lumi, è una delle chiavi interpretative del poema.
Il De rerum natura è un poema didascalico in esametri che ha lo scopo di divulgare il pensiero di Epicuro; è articolato in sei libri: il primo e il secondo trattano dell’atomismo e della conseguente fisica del cosmo, il terzo e il quarto del corpo umano e dell’anima, il quinto e il sesto dell’origine del mondo e della natura; è dunque un grande racconto del mondo, che necessariamente si sostanzia di una profonda riflessione etica sulla condizione umana, sovrastata dalla perenne turbolenza universale che tutto fa e disfa nel vorticoso moto degli atomi ma illuminata dalla capacità della ragione di svelare apparenze e illusioni contemplando la spietata realtà senza il timore della morte. In ciò consiste la felicità per Lucrezio: la conquista conoscitiva ed etica della comprensione del dolore del mondo, che consente di guardarlo con sereno distacco, come scrive nell’incantevole incipit del II libro:
suave, mari magno turbantibus aequora ventis,
e terra magnum alterius spectare laborem
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.(È dolce, quando nel vasto mare i venti sconvolgono le distese marine,
da terra guardare il grande affanno di un altro;
non perché sia una piacevole gioia il fatto che qualcuno sia travagliato,
ma perché è gradevole vedere da quali mali tu stesso sia libero.)
Dunque la ragione è il farmaco che libera il saggio dal dolore della vita e, conseguentemente, dalla paura della morte.
È singolare che Lucrezio, così fedele a Epicuro, abbia scelto di esprimersi attraverso la poesia, poiché Epicuro la poesia l’aveva disdegnata, giudicandola priva di chiarezza e quindi aliena al discorso veritiero; è probabile che abbia scelto come modello il Perí phúseos di Empedocle, dato che altri modelli in prosa a cui riferirsi non ve n’erano, oppure che, come dichiara nel I libro, abbia pensato di servirsi della poesia per rendere gradevole quel pensiero ostico che andava esponendo, così come il miele addolcisce l’amara medicina; comunque sia dovette affrontare l’arduo problema di tradurre il lessico filosofico greco nella lingua latina, poiché, come ancora dichiara nel I libro, la novità degli argomenti, rerum novitatem, richiede parole nuove, novis verbis, come ad esempio il termine composto omniparens, che indica la terra generatrice di tutto.
Ivano Dionigi ci guida con la perizia dell’esperto latinista nel laboratorio linguistico di Lucrezio, dove si manifesta il suo impegno semantico e ontico, ma ritorna pure alle sue tesi esposte nel Lucrezio. Le parole e le cose del 1988, in cui esponeva l’affascinante affermazione lucreziana dell’equipollenza tra la struttura fisica del mondo e la struttura fonetica e sintattica della lingua. D’altronde la parola "elementum" significa sia “lettera” che “atomo”, quindi non sorprende l’analogia tra il mondo come insieme di aggregati di atomi e la lingua come insieme di aggregati di lettere. Ma Dionigi indaga oltre l’analogia: nel verso 1021 del II libro Lucrezio enuncia i cinque principi regolatori degli atomi, quelli che fanno sì che i corpi esistano senza produrre informi mostruosità: concursus, motus, ordo, positura, figurae; ma questi principi sono in effetti gli stessi della grammatica e della retorica latine, dunque scopriamo che la lingua è il modello della realtà, il testo del cosmo, una corrispondenza tra elementa vocis ed elementa mundi. Ecco dunque l’origine della celebre metafora di Galileo (ma prima ancora di Alano di Lilla) del libro della natura.
Il latinista Dionigi ha avuto una lunga e intensa frequentazione con Lucrezio, che iniziò con la sua tesi di laurea: Teologia e religione in Epicuro e Lucrezio, e prosegue sino a Quando la vita ci viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi, del 2018; perché abbia sentito il bisogno di tornarvi ancora lo spiega nel prologo di questo suo L’ Apocalisse di Lucrezio (Raffaello Cortina Editore, 2023):
mi chiedo: è il sentire cosmico e razionale di Lucrezio in sintonia con le domande dei nostri tempi?
Certamente avrebbero risposto di sì Michel Serres, che gli dedicò il provocante Lucrezio e l’origine della fisica, e Italo Calvino, che in Lezioni americane del De rerum natura diede un giudizio che a me nella sua brevità pare perfetto, “la prima grande opera in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo”, e perciò modernissima. Dionigi ora trova ulteriori conferme di tale modernità, addirittura col celebre discorso di Steve Jobs a Stanford (quello delle parole “Stay hungry, stay foolish”) ma sopratutto vi aggiunge una prospettiva nuova, che le fa superare l’adeguata eppur riduttiva definizione di poema didascalico e suscita nuove avventure ermeneutiche: il De rerum natura è un’apocalisse.
Nell’uso ordinario della lingua la parola oggi indica un evento catastrofico, una calamità che inesorabilmente si verifica, o addirittura la fine del mondo, poiché è di questo che tratta l’Apocalisse di Giovanni, che appunto inizia con le parole "apōkalýpsis Iesōû kristōû", ma il suo originario significato è "rivelazione"; nella terminologia ebraica e del primo cristianesimo si riferisce a una rivelazione divina per il tramite di un profeta. Lucrezio non è un profeta, e non ha nulla a che fare con la divinità, il disvelamento ch’egli annuncia non è opera di un dio bensì della ragione che illumina le tenebre dell’ignoranza: eripitur persona, manet res: si toglie la maschera, appare il vero. E la ragione disdegna la religione, sia quella favolosa dei sacerdoti e dei poeti, sia quella civile, che è, soprattutto a Roma, uno strumento di asservimento politico; dunque disdegna anche la politica, frutto di vanità e permeata di ingiustizia: l’imperium romano, che Virgilio celebra e giudica infinito, è una chimera - il vero imperium è quello di chi sceglie di vivere lontano dalle passioni del mondo, come Epicuro, e non teme la morte.
Infine, da apocalittico, annuncia pure la fine del mondo, anzi le fini dei mondi, perché le catastrofi, cioè le cicliche distruzioni che avvengono nel turbolento universo, fanno parte dell’ordine naturale delle cose. Lucrezio non è dunque un profeta, è un sovversivo che, un po’ paradossalmente, distrugge la nostra immagine del mondo per consentirci di viverci meglio, nel mondo.
- Autore: Ivano Dionigi
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2023
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’Apocalisse di Lucrezio
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