Cartagloria (Adelphi, 2025) di Rosa Matteucci, premiato da Fahrenheit di Rai Radio3 come Libro dell’anno 2025, è un testo che ha generato in me da una parte allegria e piacere, per l’ottima scorrevolezza e genuinità, dall’altra un pizzico di contrarietà, a causa dell’ossessività con cui vi si propone il rapporto tra individuo e religione. Per entrambe le mie disposizioni, a ogni modo, mi sento di ringraziare l’autrice, anche se non leggerà mai questo commento, senz’altro indegno della sua stessa autorevolezza (che fortunatamente non mi pare di pretendere), nonché della celeberrima casa editrice che l’ha riportata in libreria.
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Va detto che è un’operazione complessa esprimersi, qui, sul contenuto dell’opera: la sua natura autobiografica (certo, accompagnata da immagini e tonalità fantastiche e fiabesche, che peraltro costituiscono a mio avviso la vera bellezza del lavoro) rischia di far passare qualsiasi critica per personale, come se fosse diretta all’esistenza della scrittrice, piuttosto che ai pensieri della stessa. Ecco, non voglio in alcun modo giudicare Rosa Matteucci, la cui scrittura mi sembra una delle cose più felici della nostra epoca; anche se, si badi bene, ho ventun anni e non ho letto molti libri, tanto più che i libri letti non sono mai abbastanza.
Tornando al testo in questione, in Cartagloria l’autrice, che oggi ha 65 anni, narra della sua vita a partire dalla nascita fino a tre anni fa, pressappoco il periodo in cui l’esercito di Putin ha invaso l’Ucraina. La narrazione della Matteucci oscilla, a mio avviso, tra lo spietato realismo e il favolistico. Non è un caso che il racconto autobiografico sia inframmezzato, più volte, da “sogni” in cui l’io narrante si ritrova proiettata, insieme alla fondamentale figura del padre, in vicende storiche, come la battaglia di Lepanto tra cristiani e turchi (aspetto che mi ricorda in qualche modo L’isola di Arturo, che vede inizialmente l’omonimo protagonista immaginare il padre come un leggendario eroe e condottiero, sempre in ambito marino e navale, peraltro).
Ripercorrendo la trama del libro, Rosa Matteucci nasce a Orvieto negli anni Sessanta, in una famiglia che, pur provenendo da una ormai passata agiatezza, si ritrova a vivere di rendita in difficili condizioni economiche, facendo affidamento sui propri beni immobiliari rimasti. Questa ambivalenza presente nel carattere della sua famiglia – la pretesa di mantenere una vita di alto lignaggio, ma in mancanza di mezzi per poterla ancora condurre – si lega a una gravosa superstizione che permea prima l’infanzia e poi l’intera vita (fin qui) dell’autrice. I due genitori sono personaggi complessi. Il padre si rifiuta, per principio, di lavorare, dilapidando il patrimonio familiare con il vizio del gioco d’azzardo. È ossessionato dalla sparizione di uno dei guanti donati al battesimo della neonata dalla zia Lella: dal ritrovamento del guanto dipenderebbe infatti l’accesso all’eredità della ormai defunta e ricca madrina. È alla morte del padre che il racconto favolistico, fiabesco, mitico si interrompe drasticamente, lasciando campo libero al realismo spietato. La madre, dal canto suo, non presta alla figlia le necessarie attenzioni, disinteressandosene fin dalla nascita. Anzi, non perde occasione per dire alla figlia che la sua nascita è stata frutto, in fin dei conti, di un errore. È naturale che la protagonista si senta, dall’inizio alla fine, figlia non desiderata, abbandonata a sé stessa.
Non bisogna insomma scavare molto in profondità per arrivare alla conclusione che sia per questo motivo, per essersi sempre sentita “non voluta”, che l’io narrante è in continua ricerca di una comunità che la accolga. A causa della superstizione familiare, in qualche modo sempre intrecciata a vicende di carattere religioso – come le bizzarre reliquie conservate in casa, la cartagloria che dà il titolo al libro o la prima ostia sputata a terra involontariamente dalla protagonista bambina –, questa ricerca si sposta fin da subito sul piano spirituale. Un esperimento continuo, da una religione a un’altra, passando per esorcisti, sette, cartomanti, e arrivando persino a compiere stravaganti e costosi pellegrinaggi, come quello in India o a Lourdes. Ma ogni fede la respinge. Persino quando riesce a trovare il dio che la accolga. Non è solo un padre, questo Dio, a mio avviso, ma anche un padrone: è il dio cristiano della messa in latino, con le sue rigide forme, le sue dolorose genuflessioni e il suo rifiuto della lingua comune, del volgare. Ecco, per inciso, è proprio l’attaccamento dell’io narrante a questo dio, con le motivazioni che ne accompagnano la descrizione ad avermi contrariato. A ogni modo, fortunatamente la messa in latino viene ben presto vietata ma, come è ovvio, questo non è un accadimento accidentale, e l’autrice lo capisce benissimo: un dio che non è contemporaneo, che è svanito sotto i colpi della storia, non può risorgere, non può essere richiamato in causa, se non per capriccio, se non per una nostalgia di pochi. Come a voler dire: se Dio vuole esistere, allora deve essere necessariamente democratico; deve essere anche di quella classe media che ingorga le spiagge sotto il sole cocente e che l’io narrante tanto disprezza. Soltanto tra Vico del Tempo Buono e Vico di Santa Maria degli Angeli, di fronte alla Piazza (che per la Matteucci è insindacabilmente “uno slargo detto piazza”) della Meridiana, a Genova, in cui da molti anni vive, si imbatte nella sua ultima devozione: l’Assunta in cielo. Ed è qui, altro inciso, che la contrarietà si scioglie quasi in un abbraccio, ricordandomi che si tratta di un’opera dall’umorismo delicato, e quindi laica.
Questa lettura lascia inevitabilmente spazio a riflessioni personali. Bisogna tener conto, va ribadito, che ogni giudizio espresso sulla trama del libro, a causa della sua natura autobiografica, è indirizzato alla vita dell’autrice. Farlo implicherebbe risultare, oltre che moralisti, assolutamente ridicoli, dal momento che il testo è a tutti gli effetti intriso di comicità. Molto lontana, peraltro, da quella che potrebbe essere condizionata dal retaggio cattolico: la comicità di Rosa Matteucci è, piuttosto, classica, laica e oltremodo raffinata. Persino nel descrivere l’orgasmo di Cicciolina, diffuso dalla suoneria del telefono di un becchino, la volgarità rimane fuori dal testo. Tanto che la narrazione fila liscia sulla leggerezza della voce della Matteucci – voce che ci può sembrare simile a quella delle nostre nonne (la scrittrice non si offenda) quando ci raccontano con genuina ironia e innocente naturalezza le mirabolanti storie della loro eterna infanzia.
Certo, l’ossessione dell’io narrante per la spiritualità – che a ben guardare, non è poi altro che un pretesto – dovrebbe generare in noi alcuni interrogativi. La pretesa o, per meglio dire, l’imperativo incondizionato che l’autrice esprime è quello di tutti gli esseri umani: “Voglio vivere e voglio salvarmi”. Ma perché impuntarsi sul cercare questa salvezza nella religione? Lecito chiederselo, dal momento che è una delle consuetudini (diciamo pure vizi) dell’essere umano.
D’altronde, il motivo di questo suo attaccamento al rito non è ingiustificato. Possiamo ipotizzare – e solo perché è la stessa autrice che ci propone questa via – che nella religione vada cercando quella fedeltà, quell’accoglienza o, più semplicemente e come lei stessa riporta, quel “ti voglio bene” a cui i due genitori sono sempre rimasti indifferenti. Ma, evidentemente, quella ritualità che insegue è la stessa da cui è sempre fuggita, le carteglorie, le orribili reliquie conservate in casa, l’ostia sputata e – perché escluderli da questo elenco? – i tabloid della madre e i giochi d’azzardo del padre. Così, viene da chiedersi: e se invece il problema fosse alla radice? Se il problema stesso fosse quel crogiolo di superstizioni e religioni senza capo né coda con cui l’io narrante si trova sin dall’inizio a fare i conti? E quella stessa richiesta, quella di essere amati, perché rivolgerla a un Padrone (dominus, “signore, padrone”), o anche solo alla piccola vergine “nella nicchia scalcinata e nel contempo in cielo”, invece che al calore dei corpi di un’umanità che sappia amare?
Il libro in un certo senso mette in dubbio che ci sia un’umanità che sappia amare sé stessa, lasciando sottintendere che quindi questo amore per cui tanto ci arrabattiamo sia una proprietà esclusiva del trascendente. Questa sarebbe una rappresentazione verticale dell’amore in un rapporto di fedeltà e devozione non reciproco. E l’autrice qui la mette in scena alla perfezione. Ma, d’altra parte, è la stessa autrice a mettere una pietra sopra al suo rapporto con il divino, in verità mai cominciato. La spiritualità da lei descritta è in fondo pur sempre materiale: ha bisogno di simboli, di reliquie. Per questo, ma lo si può capire solo arrivando alla fine del libro, il titolo è, come prevedibile, un programma: potremmo dire che la cartagloria, tabella liturgica con su scritte le indicazioni per condurre un determinato punto della messa, è metaforicamente quel codice in cui noi tutti cerchiamo di trovare la giusta chiave per vivere.
Ma non esiste un’unica e definita via da seguire: la vita va avanti senza lasciarci il tempo per prepararla e ripassare le regole del gioco, la vita è sempre adesso con quello che si ha e non si ha. Inutile attaccarsi a una effigie, o a una cartagloria, quando l’esistenza che viviamo è fatta di carne e ossa, di affanni, dolci e amari, di morte, di mancanza: inutile cercarsi un riparo, che sia di carta o di marmo. Tanto meglio, a questo punto, andare incontro alla tempesta. In altri termini, la vita ci chiede di amarci, e non semplicemente di amare o essere amati.
C’è, poi, un secondo punto, più generale, che va affrontato un po’ a parte per non scomodare il resto del discorso. Non è affatto semplice riuscire a produrre e a proporre un testo che sia serio e insieme leggero di questi tempi; non lo è mai stato, si sa, però oggi, sarà che sono giovane e quindi ho visto poco il mondo, sembra particolarmente difficile. Forse l’autofiction si presta con più facilità all’ironia, rispetto al racconto in terza persona. Va anche riscontrato che attualmente l’umorismo è una qualità presente maggiormente nei testi delle scrittrici rispetto a quelli dei colleghi maschi. Questi mi appaiono seriosi – nel tentativo di analizzare la storia presente e passata – o particolarmente spaesati (connotazione che in una certa misura appartiene a qualsiasi autore e autrice) di fronte a un orizzonte desolante. Diversamente le scrittrici, prevalentemente più sicure e disinvolte. È il paradigma che sta cambiando; sia le scrittrici che gli scrittori ne sono consapevoli, ma solo le prime sanno di essere le protagoniste del cambiamento, perciò avanzano sicure nelle loro narrazioni. L’umorismo ha una forza importantissima: quella di (userò un neologismo) deaccademizzare chi scrive; in questo modo, la raffinatezza di Rosa Matteucci non rende la scrittrice altezzosa agli occhi del lettore, porta anzi i due a familiarizzare.
Certo, se in certi casi, come per Murgia e altre autrici, queste narrazioni sono impegnate, non si può certo dire lo stesso di Cartagloria. E qui si apre un terzo punto, che è quello del disimpegno.
Cartagloria è un valido esempio di come un’opera non debba necessariamente esprimere un messaggio: è sufficiente che sia piacevole, bella. E la bellezza di questo testo è la sua piacevolezza, la sua leggerezza nell’affrontare la morte, quindi la vita. Ecco che, pur senza proporsi di essere un manifesto, il testo ci dice qualcosa: siamo imperfetti, nella vita si piange e si ride, ma per tutti l’amore è un diritto, forse un dovere, certamente un bisogno.
Recensione del libro
Cartagloria
di Rosa Matteucci
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Libro dell’anno 2025: per “Fahrenheit” è “Cartagloria” di Rosa Matteucci
Ringrazio di cuore chi ha scritto la recensione .