Astoria riedita La signora di Cariddi (2026, pp 208, €18,00), il romanzo della scrittrice siciliana Livia De Stefani (Palermo, 23 giugno 1913 – Roma, 28 marzo 1991), pubblicato nel 1971 da Rizzoli.
Chi è Livia De Stefani
Nata a Palermo in un’antica e facoltosa famiglia di proprietari terrieri, Livia De Stefani si sposa nel 1930 a soli diciassette anni con lo scultore Renato Signorini, con il quale avrà tre figli. A seguito del matrimonio si trasferisce a Roma, inserendosi attivamente nei circoli intellettuali della capitale.
È l’incontro con Alberto Savinio a darle l’incoraggiamento decisivo per intraprendere la carriera letteraria. Il suo esordio narrativo avviene nel 1953 con il romanzo La vigna di uve nere, che riscuote un straordinario successo sia in Italia sia all’estero. Nel 1955 compie una scelta coraggiosa e controtendenza per la società dell’epoca, separandosi dal marito.
Negli anni successivi continua a risiedere a Roma, dove lavora per la casa editrice Rizzoli, senza mai recidere i legami con la Sicilia, in cui si reca frequentemente per gestire le proprietà di famiglia.
Tra i suoi scritti più rilevanti figurano la raccolta di racconti Gli affatturati (1955) e i romanzi Passione di Rosa (1958), La signora di Cariddi (1971) e La mafia alle mie spalle (1991), opera pubblicata da Mondadori poco prima della sua scomparsa.
“La signora di Cariddi”: trama del libro
Il vero carcere è il passato, non questo in cui sono stata rinchiusa oggi all’alba... Il passato è un mucchio di bugie. Una certezza che ora mi fa intraprendere il cammino a ritroso nel tempo col timore di non trovarci niente.
Il libro offre un ritratto spietato dell’alta società siciliana e del declino del mondo aristocratico. La contessa di Cariddi, Emanuela Lolli, dopo aver ammesso un omicidio, scrive un memoriale, specchio della propria coscienza, dove mette in evidenza i peccati, le ipocrisie e le crudeltà dell’alta società siciliana e i drammi personali che l’hanno spinta verso il baratro. Ecco perché il libro, straordinariamente attuale, è un ritratto spietato dell’alta società siciliana e del declino del mondo aristocratico.
La signora Emanuela racconta al lettore di essere rimasta vedova a soli 24 anni, prigioniera di un matrimonio infelice. Di seguito era stata abbandonata dall’amante, lei che usava la sua intelligenza e fascino per conquistare. Rinchiusa tra le mura di un carcere e privata dalla libertà non le resta che il proprio orgoglio indispensabile per compiere il suo destino.
Tragico come tutti i personaggi descritti dall’autrice. La Sicilia, anzi la "sicilianità", quella assorbita negli anni decisivi della formazione, nei romanzi dell’autrice è una presenza costante, una componente essenziale. Anche questo testo si avvale di un grande approfondimento psicologico esaltato dalla narrazione in prima persona.
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