Finalmente è giunto Natale ed è giusto che si parli di fiabe, di racconti dolci e delicati. Una scrittrice svedese, Selma Lagerlöf, premio Nobel 1909, scrisse una raccolta, La leggenda della rosa di Natale, edita in Italia da Iperborea e da cui prende il titolo la fiaba che analizzeremo in questo articolo.
“La leggenda della rosa di Natale” di Selma Lagerlöf
La storia inizia con l’immagine della moglie di un brigante che con i suoi figli è costretta a mendicare in quanto lei, suo marito e i figli sono emarginati dalla società: la povertà crea disordine, la povertà è brutta e i poveri sono cattivi. Chi è diverso fa paura.
Spinta dal bisogno, la donna entra in un convento di frati per chiedere cibo ed è affascinata dall’orto coltivato dall’abate; vuole chiedere ma è cacciata dal frate converso. Quest’ultimo è un uomo ancora laico, non ha preso i voti anche se sente la chiamata, la sua fede è debole nella sua intransigenza. Vuole raggiungere un obiettivo (entrare nell’ordine), ma è un uomo senza amore, mentre il suo superiore, l’abate Hans, accoglie la donna e i suoi figli e li sfama, e la brigantessa dice che la sua foresta è più bella di qualsiasi giardino dei monaci custodito gelosamente perché la sera di Natale si trasforma nel Paradiso. Questo è il momento chiave del racconto in cui a un eroe è richiesta una prova da cui può uscire vincitore o vinto.
L’abate chiede il permesso al vescovo, che non crede alla storia della foresta, di andare a verificare e gli promette il fiore più bello che troverà; è accompagnato dal converso tremante di paura e in cuor suo cattivo.
Selma Lagerlöf fa vedere come l’abate non abbia paura di affrontare il male che può venire dai briganti e va oltre le apparenze di una società di ipocriti.
Dopo lunghi vagabondaggi (perché al Bene si deve arrivare con fatica) raggiunge la casa del brigante e della sua famiglia in cui si vive una vita semplice e la sera di Natale assiste al miracolo della trasformazione della foresta in Paradiso. Va in estasi e sembra sul punto di morire. Il converso sente il tremito della paura e crede che il Paradiso sia un’illusione del demonio che vuole tentare gli uomini incapace di vedere il Bene quando c’è. Se un cuore è egoista vedrà il Male dappertutto. Per questo gli animali lo temono e lo sfuggono, tranne un passero che si posa sulla sua spalla e che lui caccia demolendo il Paradiso. Ogni cattiveria rende il mondo peggiore. Il Paradiso scompare e rimane solo l’abate, che assolve i briganti dai peccati e nello stesso tempo muore per la commozione.
Ma che collegamento si può trovare con la rosa di Natale? Il converso si rende conto del suo egoismo e coltiva il fiore che ha tolto all’abate morto, un fiore che non fa nascere una foresta, ma un modesto fiore bianco: l’elleboro. Esso è chiamato rosa di Natale, fiorisce a dicembre e resiste al freddo, un fiore bellissimo (ma, bisogna dirlo, velenoso) che rappresenta nel suo biancore la purezza d’animo.
La fiaba racconta della diversità (i briganti cacciati dalla società) che spaventa, ma è anche una ricchezza, dell’egoismo che se prende coscienza di sé può almeno in parte modificarsi, e dell’idea che l’umanità ha dentro la bontà e la forza per redimersi. Basta crederci.
Recensione del libro
La leggenda della rosa di Natale
di Selma Lagerlöf
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La leggenda della rosa di Natale”: la fiaba di Selma Lagerlöf da leggere a Natale
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