Durante la terza giornata di Più libri più liberi 2025, nella Sala Vega, si è tenuto un evento corale intitolato Jane & le altre: la traduzione delle classiche, un incontro che parte dall’autrice a cui è dedicata questa edizione della fiera, Jane Austen, che il prossimo 16 dicembre festeggerà 250 anni. Austen è ricordata come una scrittrice che popola i suoi romanzi di eroine lettrici: donne che divorano libri gotici e storie di paura, forse perché in quelle narrazioni trovavano un rifugio, un’evasione da vite ristrette alle mura domestiche. Sono donne che rispondono alla loro esistenza limitata cercando, attraverso la letteratura, un modo per sfuggirle e riscriverla.
Cosa significava scrivere per Jane Austen? Nelle prime edizioni delle sue opere compare la dicitura “by a lady”: non il suo nome, ma l’affermazione chiara della sua identità di donna. Un gesto tutt’altro che scontato in un’epoca in cui molte autrici ricorrevano a pseudonimi maschili. Austen, invece, dichiarava apertamente che le sue pagine erano scritte da una donna, e che donne erano le protagoniste delle sue storie.
Il convegno parte proprio da qui: da donne che leggono, scrivono e traducono, continuando a dare voce non solo a classiche indiscutibili come Austen, ma anche a classiche potenziali e a classiche purtroppo dimenticate, per le quali la traduzione potrebbe diventare un atto di sottrazione all’oblio.
Emily Dickinson
Renata Morresi apre l’incontro parlando di Emily Dickinson, autrice che non pubblicò quasi nulla in vita; le poche poesie uscite all’epoca erano state corrette e modificate rispetto all’idea originale concepita dall’autrice. Neppure dopo la sua morte la situazione migliorò: a fine Ottocento uscì una raccolta curata da un’amica di famiglia e da un critico, ma anche in quel caso i testi vennero pesantemente rimaneggiati.
Solo nel 1955 si ebbe un’edizione più filologica; poi, negli anni Ottanta, una pubblicazione che ricostruiva con maggiore accuratezza la cronologia delle poesie e i celebri folders, piccoli libretti che Dickinson assemblava con ago e filo. Ci si rese conto allora che Dickinson, di fatto, si autopubblicava, era una piccola editrice di sé, curando con estrema attenzione anche l’aspetto grafico dei testi.
Oggi, grazie a The Gorgeous Nothings, vediamo un’altra faccia dell’autrice: i suoi ritagli di carta diventano dei “testi di poesia visiva”, dove la materialità del supporto parla tanto quanto le parole. Si passa così da una Dickinson “vittorianizzata” a una Dickinson modernissima, con la sua sperimentazione continua dell’uso della materialità, e dell’uso e del supporto della scrittura.
Secondo Morresi, infatti,
Vediamo il movimento del linguaggio grazie alle prime traduzioni fino a quelle di oggi, la lingua italiana assorbe le ossessioni metafisiche di Dickinson, la sua eresia. Vediamo che queste lingue la fanno vivere, e questo definisce un classico, o una classica, cioè avere un’afterlife, una vita oltre, in cui c’è ancora il segreto e l’esplosività che non può essere racchiusa in un solo schema.
Marina Cvetaeva
Da questo “meraviglioso nulla” da cui emerge Dickinson, passiamo a un altro universo vivo e vibrante, che rende i testi classici sempre in movimento — non è solo il traduttore che fa muovere il testo, ma è anche l’originale che continua a parlare sempre nuovi linguaggi rispetto a chi lo interpreta — che è quello di Marina Cvetaeva, protagonista dell’intervento di Caterina Graziadei. Cvetaeva è una figura ribelle, indomabile e consapevole del proprio talento poetico; una donna che si è imposta come classica perché ha saputo scavalcare il suo tempo, vivendo, e facendo vivere i suoi testi, come se appartenessero già al futuro.
Come Dickinson, anche Cvetaeva usa i trattini, ma in russo essi hanno una doppia valenza: possono sostituire il verbo “essere”, oppure creare pause musicali. Cvetaeva li usa per stravolgere il ritmo, spezzando le parole per esaltarne la radice e proiettare la poesia verso una dimensione sonora. Le sue pagine diventano quasi spartiti, un’eredità del talento musicale della sorella pianista. Eppure, era considerata un’eretica della musica poiché la sua sonorità non era compresa dai suoi contemporanei, a causa dell’eccessiva punteggiatura, di punti esclamativi come impennate melodiche, e di una scrittura che richiede lettori-interpreti capaci di restituire la sua energia.
Le sue eroine vivono in un aldilà glorioso, attraversate da un’ambiguità sessuale che suscitava scandalo all’epoca, poiché, per Cvetaeva, non esisteva il femminile: esisteva solo la poesia. Non voleva essere chiamata “poetessa”, ma “poeta”: una scelta tutt’altro che banale, che mirava a creare uno spazio poetico in cui il genere non avesse più ruolo, dove non ci sono differenze di genere, come non ci sono differenze di genere nei suoi testi.
Joanna Bator
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Con Barbara Delfino ci spostiamo in Polonia, dove tra fine anni Ottanta e inizio Novanta la caduta del muro e del comunismo provocò uno scossone culturale enorme. La fine della censura aprì nuove possibilità creative, e molte scrittrici furono chiamate a osservare e reinterpretare la realtà di una società in cambiamento.
È la generazione di autrici nate negli anni Sessanta, talvolta definite (provocatoriamente) “le scrittrici delle mestruazioni”, perché per prime parlarono liberamente di un tema fino ad allora tabù, trasformandolo in simbolo di metamorfosi e consapevolezza. Si tratta di voci eterogenee, ma unite dal desiderio di raccontare il femminile più che il femminismo, e alcune di loro oggi emergono come classiche potenziali.
Tra queste spicca Joanna Bator, che come Austen dà voce a eroine coraggiose e consapevoli, capaci di confrontarsi con il passato e con il presente con sguardo lucido. Bator continua a scrivere e a seguire l’evoluzione della figura femminile in Polonia e in Europa, diventando un punto di riferimento della narrativa contemporanea.
Le Sin Sombrero
Marta Graziani ci porta nella Spagna della Generazione del ’27, dominata da nomi del calibro di Lorca e Dalí. Al loro fianco, però c’erano donne di grande talento, le cui biografie e opere sono state dimenticate: le Sin Sombrero, rivoluzionarie che hanno portato nel mondo una ventata di eresia e di coraggio. Donne che in Spagna hanno rivoluzionato il panorama culturale e la società, rappresentano un nuovo modello di donna che rivendica la propria indipendenza, il diritto all’istruzione, e soprattuto il diritto di scegliere chi essere, rendendole non più oggetti ma soggetti attivi.
A noi sono arrivati sono i nomi degli uomini di quella generazione, ma queste donne hanno intrecciato relazioni e dialoghi con questi artisti, donne che al tempo erano famose, si erano riappropriate del loro spazio; ma per ragioni di diversi tipi cominciano a sparire dalla storia della letteratura, dai libri, e anche dalla memoria dei loro compagni di generazione: nessuno di questi compagni, con eccezioni sporadiche, parleranno più di questo elemento vitale e fondamentale del loro vivere questi anni.
Graziani parla della sua esperienza come insegnante, e ha riscontrato che queste donne ancora parlano alle nuove generazioni, sono ancora in dialogo, e sono capaci, attraverso le loro opere e le loro vite straordinarie per potersi guadagnare quello che era loro di diritto, dal punto di vista artistico e vitale, sono vite entusiasmanti per i ragazzi, e danno l’occasione di aprire possibilità di riflessione e di scambio, di dialogo.
Ásta Sigurðardóttir e Svava Jakobsdóttir
L’ultimo intervento di Silvia Cosimini ci porta in Islanda, con due autrici del Novecento: Ásta Sigurðardóttir e Svava Jakobsdóttir, entrambe nate negli anni Trenta. Pur provenendo da percorsi molto diversi, condividono una forte critica al ruolo femminile nella società islandese degli anni Cinquanta e Sessanta, quando il passaggio dalla cultura rurale alla borghesia urbana introdusse un modello di donna casalinga e silenziosa, un ruolo che scardina la natura dell’Islanda, e quindi si passa all’idea che la donna, per realizzarsi, debba realizzare un matrimonio facoltoso e stare in casa. La letteratura è in mano agli uomini, ha una visione prettamente maschile.
Sigurðardóttir si ribellò apertamente a questo schema: si arrogò una vita bohemien, raccontò esperienze considerate scandalose, raccontando argomenti di cui non si era mai parlato prima con uno sguardo dal basso, e diede voce agli scarti sociali prodotti da una modernizzazione che non riconosceva più come propria. La sua lingua è plastica, visiva, tesa tra desiderio di normalità e autodistruzione. Nei suoi racconti si sente sempre questa tensione verso una vita normale da cui lei si era tirata fuori, una vita molto volitiva, piena, ma anche molto tragica.
Jakobsdóttir, invece, agisce dall’interno del sistema. Convinta che alle donne fosse mancata — per parafrasare un celebre romanzo di Virginia Woolf — “una letteratura tutta per sé”, lavora sul linguaggio per far emergere l’assurdo del ruolo femminile imposto dalla società. E anche per lei il racconto, e non più il romanzo, diventa la forma privilegiata per scardinarlo.
Recensione del libro
Tutto in ordine
di Svava Jakobsdóttir
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Jane & le altre: dalle classiche alle scrittrici dimenticate da riscoprire a Più libri più liberi 2025
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