Con il suo Il passato alle spalle (PubMe Editore, collana “Gli Scrittori della Porta Accanto”, 2025), Stefano Caselli ha dato vita a un noir psicologico in cui presente e passato si fondono in un’indagine cupa e intensa.
Abbiamo incontrato l’autore per porgli alcune domande.
L’intervista a Stefano Caselli
- Ciao Stefano. Mi incuriosisce sempre capire la genesi della formazione dei personaggi di un romanzo: da chi hai preso spunto per la costruzione dei personaggi di “Il passato alle spalle”? E quanto l’ispettore Marco Fossati assomiglia a Stefano Caselli?
Il processo di costruzione dei personaggi è una delle fasi che più mi appassionano della scrittura e arriva solo dopo avere deciso il tema e i principali punti di trama della storia che desidero raccontare, perché è attraverso loro che posso raccontare le mie storie. Per me trovare i personaggi è come incontrare nuove persone. Quando incontriamo qualcuno mai conosciuto prima cerchiamo di capire chi abbiamo davanti; con alcuni si capisce fin da subito che non è il caso di proseguire oltre, con chi cattura il nostro interesse ci viene voglia di approfondire la conoscenza, magari si incomincia con un caffè, proviamo a capire quali interessi abbiano, qualcosa del loro passato, e così via. Con i miei personaggi procedo in modo analogo; creo momenti di incontro, di approfondimento, e in questo modo, poco alla volta, conosco un personaggio come fosse una persona reale, cosa per me determinante perché mi consente di farli muovere e soprattutto reagire in modo coerente con la loro personalità.
Durante la scrittura, poi, fornisco qualche informazione sul loro aspetto fisico, ma pochi tratti, non voglio tracciare un identikit, mi interessa che il lettore li conosca poco alla volta, come è capitato a me, attraverso i loro pensieri, le loro azioni.
Marco Fossati e Stefano Caselli hanno in comune alcune passioni come la degustazione di birre artigianali e il basket, amano passeggiare in montagna ed evitano la confusione. Un’altra cosa che condividiamo è la tenacia nel volere raggiungere un obiettivo.
- Parliamo dell’ambientazione dell’intera tua trilogia, cioè Alessandria (fra nebbia e pioggia) ed il Sandman. Come la scelta dei luoghi influisce sulla trama? E riguardo al Sandaman, da quando Dalia non c’è più, quale valore ha questo luogo di riflessione per Fossati?
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L’ambientazione nei noir partecipa attivamente alla storia, influisce su personaggi, non è solo uno sfondo contro cui questi si muovono. Penso all’atmosfera tenebrosa del primo romanzo e alla nebbia che spinge il killer all’azione e lo protegge quasi materno, il caldo soffocante nel secondo romanzo che trasforma la città in una bolla appiccicosa che tormenta Fossati rendendolo ancora più irascibile, la pioggia a tratti opprimente che non dà tregua ai personaggi come nel Il passato alle spalle, tutte situazioni che condizionano i personaggi.
Poi ci sono i quartieri e le loro dinamiche che plasmano i personaggi: Fossati e gli altri protagonisti dei miei romanzi sono così perché sono nati e si muovono in una piccola città di provincia, e avrebbero tratti diversi se le storie fossero ambientate in una grande città.
Per quanto riguarda il Sandman, dopo la perdita di Dalia il locale è diventato ancora più importante per Fossati. Non è più soltanto il suo rifugio, il luogo dove rintanarsi dopo una giornata di lavoro, ma è diventato soprattutto il posto dove sente la presenza di Dalia, la vede vicino a lui, avverte quasi il tocco delle sue mani e di questa sorta di contatto con l’amica ha un estremo bisogno. Quando riflette su un caso, mette in sottofondo la musica che ascoltavano insieme, si versa un bicchiere di un distillato che con molta probabilità lei avrebbe scelto per lui e crea le condizioni per iniziare un dialogo interiore con Dalia, ricreando quelle situazioni che lo aiutavano a scaricare la tensione e a riordinare le idee.
- Parliamo di Fossati e dal suo amore per la musica – da un lato c’è il pianoforte (che suona Valentina), dall’altro il violino (che suona Giulia), ma anche tanti brani e musicisti che citi di capitolo in capitolo (The Cure, Pink Floyd, Vinicio Capossela, Ivano Fossati). Che rapporto ha l’ispettore con la musica? E tu?
Fossati è un amante della musica e i suoi gusti si sono ampliati e raffinati grazie a due figure femminili che lo hanno portato ad avvicinarsi a generi che mai avrebbe pensato di apprezzare: mi riferisco a sua figlia Giulia e a Dalia. Grazie a Giulia ha conosciuto il mondo della musica classica, in particolare brani per violino o violino e orchestra. Quando ancora non si frequentavano, assisteva ai primi saggi della figlia di nascosto e rientrare a casa a riascoltare quegli stessi motivi era un modo per sentirla ancora vicina. Dalia gli ha trasmesso la passione per il jazz: è la musica che faceva da sottofondo alle loro serate al Sandman e ora, riascoltare certi brani, gli fa rivivere momenti del passato trascorsi con l’amica.
L’ispettore ascolta musica quando ha bisogno di concentrarsi oppure quando ha il morale a terra: in quest’ultimo caso sceglie brani malinconici, che lo spingano sempre più giù, perché pensa che per uscire da quella situazione deve spingersi ancora più a fondo per potersi dare la spinta per riemergere.
Io sono un amante della musica, spazio dal rock al pop, amo la musica classica (da ragazzo suonavo la chitarra classica) e sto imparando ad apprezzare il jazz grazie proprio a Fossati; ascolto la musica che inserisco nei romanzi e chissà se diventerò un appassionato come lui.
Per me è importante che ogni storia abbia una colonna sonora e che questa in qualche modo rifletta lo stato d’animo del protagonista o dei personaggi principali. Inserisco riferimenti a canzoni nelle scene che toccano maggiormente i personaggi nell’intimo, quando stanno vivendo o hanno appena vissuto un evento che li ha coinvolti in modo significativo sul piano personale.
Non ascolto musica mentre scrivo, ma mi capita di farlo quando ho bisogno di riflettere su una scena che non riesco a visualizzare: in questi casi, prendo una pausa, infilo le cuffiette e cerco canzoni tra gli autori che prediligo.
- So che hai frequentato i corsi di scrittura organizzati da Piergiorgio Pulixi: quali sono i principali insegnamenti che ti sono da lui giunti?
Difficile riassumere in poche righe quello che Piergiorgio è riuscito a trasmettermi; provo a focalizzarmi sugli aspetti salienti. Innanzitutto, ho imparato che la scrittura richiede impegno, sacrificio e che per arrivare alla fine di un romanzo, anche se si scrive per hobby come nel mio caso, ci vuole metodo. È assai difficile terminare un romanzo se si aspetta che arrivi l’ispirazione per mettersi davanti a un foglio bianco o al PC: piuttosto occorre pianificare i momenti da dedicare alla scrittura e rispettarli.
Per approcciare la scrittura in modo organizzato mi aiuta molto un altro importantissimo insegnamento, quello di costruire una scaletta di trama “blindata”. Io non scrivo mai nulla senza avere prima costruito la trama completa, ho bisogno di vedere scorrere le scene in cui è suddivisa una storia dall’inizio alla fine. Parto da cinque o sei scene e poco alla volta arricchisco la trama fino ad arrivare alla versione finale, un processo che dura diversi mesi.
Altra nozione importante è la costruzione dei personaggi. Passo molto tempo a caratterizzarli perché devo conoscerli perfettamente per poterli fare muovere in modo coerente con la loro personalità. Scrivendo noir, conoscere la psicologia dei personaggi è fondamentale.
- Parlaci di due diversi rapporti professionali: Fossati-Fusco e Fossati-Nolè.
Fossati ha mosso i primi importanti passi in polizia accanto a Luigi Fusco, a cui era stato affiancato quando era viceispettore e da lui ha imparato il mestiere. La vicinanza con Luigi è stata determinante per farlo diventare il poliziotto che è ora, imparando a sviluppare molto l’intuito, ad ascoltare le persone, a essere ferocemente determinato. Dal suo mentore ha inoltre capito che a volte, per raggiungere l’obiettivo, è necessario sporcarsi le mani: mai però avrebbe immaginato quanto Fusco si fosse spinto oltre il limite. Il legame tra i due era molto forte anche fuori dal lavoro, Fossati in lui rivedeva il padre che aveva perso quando era solo un ragazzo.
Donato Nolè è il collega di cui Fossati si fida maggiormente e nei suoi confronti nutre una profonda stima, anche se non glielo ha mai detto in modo esplicito. È anche una delle poche persone che l’ispettore capo frequenta al di fuori dal lavoro, nonostante i due siano molto differenti: tanto il viceispettore è solare e amante della compagnia e dei luoghi affollati quanto Fossati è ombroso, solitario e detesta la confusione. È proprio questa differenza ad attrarli: Donato perché vorrebbe in qualche modo fare uscire Marco dal suo guscio, Fossati perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha bisogno della leggerezza del collega.
Gli avvenimenti narrati nel secondo romanzo hanno però segnato in modo profondo Fossati e per reazione si è chiuso ancora di più in sé stesso, un tentativo di tenere fuori gli altri dal suo dolore, tanto che nel romanzo Il passato alle spalle Marco mantiene un atteggiamento freddo nei confronti di Nolè, a tratti molto duro.
- “Sconfinare nella zona grigia dell’illegalità sta diventando la sua abitudine, proprio come accadeva al suo mentore”. Come Fossati può fare i conti con la propria coscienza? E ancora: “Sa di non poter salvare tutti”: parlaci del rapporto tra giustizia e vendetta. Fossati può salvare sé stesso?
Fossati è animato da un fortissimo desiderio di giustizia, così intenso da spingerlo a dare tutto sé stesso pur di raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, questa brama così feroce lo porta a superare il limite e a sconfinare nella vendetta, compiendo azioni oltre la legalità pur di inseguire il suo ideale.
Le azioni da lui compiute e le vicende che lo hanno visto protagonista lo hanno segnato in modo profondo e irreversibile: l’unica persona che può aiutarlo a salvarsi è la figlia. Giulia sta imparando a conoscerlo e ha capito come avvicinarsi a lui, perché ha un carattere simile a quello del padre e perché segnata da episodi dolorosi che le permettono di entrare in sintonia con Fossati.
- Quali progetti hai per il futuro? Leggeremo ancora un’indagine del tuo ispettore Fossati?
Sto lavorando a un nuovo progetto; si tratta di una storia che prende spunto da un fatto di cronaca accaduto oltre venti anni fa in Italia, ma che ha ancora qualche angolo oscuro che mi interessa esplorare. Sono nella fase di costruzione della trama e della ricerca dei personaggi, un processo lungo e che mi affascina sempre molto.
Non ci sarà Fossati questa volta, sia per il tipo di romanzo che ho in mente, sia perché avverto l’esigenza di misurarmi con qualcosa di nuovo e di non rimanere vincolato alla serialità. Credo comunque che non sarà un addio con Fossati, perché è un personaggio che ha ancora molto da dire e ho qualche idea per metterlo ancora alla prova.
Recensione del libro
Il passato alle spalle
di Stefano Caselli
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Stefano Caselli, autore di “Il passato alle spalle”
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