Un viaggio che accompagna il lettore tra silenzi e ricordi. Tra parole sussurrate e ferite non esibite. Attraversando la perdita e dove la letteratura diventa empatico orecchio di un cuore che ascolta e consola. Questo è il romanzo di Song Yu-jeong La libreria del tempo ritrovato, edito nel catalogo Tre60.
Abbiamo incontrato l’autrice coreana che ci ha raccontato la sua passeggiata lenta tra tempo, lutto, immaginazione e scrittura. Con uno stile delicato e immaginifico, l’autrice esplora temi come la perdita, la memoria e la rielaborazione del dolore attraverso il tempo e la parola. Il suo lavoro ha ricevuto consensi internazionali per l’intensità emotiva e la scrittura poetica.
L’intervista a Song Yu-jeong
- "La libreria del tempo ritrovato" non è solo un luogo fisico, ma uno spazio di memoria, malinconia e attesa. Quando ha immaginato per la prima volta questo scenario sospeso? È nato da un bisogno personale o da un’idea narrativa?
L’idea mi è venuta circa tre anni dopo la morte di mia madre. Era successa una cosa bella e, d’istinto, ho pensato: "Devo raccontarlo alla mamma!". Poi, pochi secondi dopo, ho ricordato che non potevo più farlo. Quel momento, colmo di emozioni contrastanti, mi ha portata a scavare nei ricordi. Non riuscivo nemmeno a rievocare il volto di mia madre quando era sana. Così è nata l’idea di una libreria della memoria: un luogo che custodisse ciò che il tempo inevitabilmente cancella.
- Ha dichiarato che questo libro non è stato scritto per consolare, ma per offrire empatia. In un panorama letterario spesso orientato alla guarigione, come mai ha scelto questa via più intima e meno consolatoria?
Quando la malattia di mia madre peggiorò, ricevevo frasi di circostanza come: "Andrà tutto bene" o "Devi essere stanca". Eppure, quelle parole mi facevano arrabbiare. Mi sentivo incompresa.
Ho capito che ci sono emozioni che non si possono consolare con parole generiche. Ho scelto allora la via dell’empatia, della condivisione silenziosa: volevo dire che, anche se siamo pochi, c’è chi ha vissuto qualcosa di simile.
- La perdita viene rappresentata nel romanzo con una grazia silenziosa. È stata una scelta letteraria o il riflesso di un’esperienza personale?
Credo sia entrambe le cose. Io tendo a interiorizzare il dolore, a viverlo nel silenzio. Scrivere è stato un modo per esprimere queste esperienze in una forma calma e riflessiva. Lo stile pacato è venuto da sé, come espressione sincera del mio modo di essere.
- Il tempo, nel romanzo, ha una qualità liquida: a volte sospeso, a volte denso di memoria. Che tipo di “tempo” voleva esplorare o raccontare nella narrazione?
Per me il tempo è come l’acqua: lo si può contenere in un secchio, che è la memoria, oppure lo si perde tra le dita, come il presente che scivola via. Il tempo che mi interessava era il "presente del ricordo". Perché anche ricordare è un atto che avviene ora, e ogni ricordo ci aiuta a vivere il presente.
- Il suo stile è poetico, preciso, quasi rarefatto. Quali autori hanno influenzato maggiormente la sua voce narrativa?
Leggo molto, ma quando scrivo mi allontano da ogni influenza esterna. Voglio che la mia voce sia autentica, non derivata. Forse ogni libro che ho letto mi ha influenzata, ma cerco sempre di restituire solo ciò che mi appartiene.
- L’atmosfera del romanzo è sospesa, quasi irreale, come se tutto accadesse in uno spazio protetto. Quanto ha lavorato per creare questa lentezza meditativa?
Scrivo in silenzio, ascoltando suoni naturali: pioggia, vento, foglie. Mi lascio avvolgere dalle emozioni finché non si allineano al ritmo del racconto. Solo allora scrivo. È un processo lento, ma necessario. A volte sento che, se non scrivessi questa storia, io stessa non esisterei.
- Alcuni elementi hanno un tono simbolico o lievemente fantastico. Si considera una scrittrice realista o ama inserire elementi evocativi e metaforici?
Scrivo storie radicate nella realtà, anche quando includono elementi fantastici. Voglio esprimere esperienze concrete attraverso immagini metaforiche, perché arrivino più a fondo. Spero di essere una scrittrice che racconta la verità emotiva con linguaggio evocativo.
- Se dovesse descrivere il suo stile di scrittura con tre parole, quali sceglierebbe?
"Film emotivo e delicato". Mi dicono che le mie scene sembrano riprese da una telecamera che segue i personaggi. Vorrei che i lettori sentissero di aver vissuto un film fatto di emozioni sottili.
- Pur profondamente radicato nella sensibilità coreana, il romanzo ha una risonanza universale. In che modo la cultura coreana ha influenzato il suo modo di raccontare e sentire?
Essendo nata e cresciuta in Corea, pensavo che il mio modo di scrivere fosse esclusivamente coreano. Ma, ascoltando i lettori stranieri, ho capito che quel linguaggio emotivo ha radici nell’umanità, non solo nella cultura. La cosa più bella è sapere che riesco a toccare corde comuni.
- Pensava a un pubblico internazionale durante la scrittura? Il processo di traduzione ha modificato in qualche modo il suo rapporto con il testo?
Assolutamente no. Era il mio primo libro, e non pensavo neppure che sarebbe stato pubblicato. Ora mi pento di non aver studiato meglio le lingue straniere: ogni lingua porta sfumature diverse. Ma grazie ai traduttori, credo che l’essenza sia arrivata intatta.
- Il titolo italiano del romanzo, “La libreria del tempo ritrovato”, richiama inevitabilmente Marcel Proust. Era un collegamento voluto?
Che onore che il mio romanzo venga accostato a un capolavoro del Novecento! Non ho ancora letto Proust, quindi immagino che il titolo italiano sia stata una scelta editoriale. Ma ora sento il desiderio di leggerlo.
- Quali reazioni ha ricevuto dai primi lettori? C’è stato un commento che l’ha colpita o commossa in modo particolare?
Molti lettori hanno detto: "Anche se questo libro non vuole consolare, mi ha consolato profondamente". Sapere che qualcuno si è sentito compreso, meno solo, è ciò che mi ha toccato di più.
- Se potesse conservare un oggetto dalla "Libreria del tempo ritrovato", quale sceglierebbe?
Un libro che racchiuda i momenti vissuti con mia madre quando era ancora sana. È da lì che è nata questa storia.
- Crede che la letteratura possa davvero aiutare ad affrontare il lutto? O scrivere serve più a dare un nome al dolore che a dissolverlo?
Scrivere, per me, è dare un nome al dolore. Ma la letteratura prende vita nei cuori di chi legge. E proprio lì possono nascere comprensione, conforto, guarigione. Per questo scelgo parole delicate, che non feriscano.
- Guardando indietro, a chi dedicherebbe oggi questo libro?
A mia madre. Se non fosse mancata, questa storia non sarebbe mai esistita. È triste non poterle dire che ho finito il libro, che sono diventata scrittrice, e che ora posso incontrare lettori in altri paesi. Lei sarebbe stata la mia lettrice più fiera.
Recensione del libro
La libreria del tempo ritrovato
di Song Yu-jeong
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Song Yu-jeong, autrice di “La libreria del tempo ritrovato”
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