C’è un’immagine che attraversa le pagine e resta impressa: un albero spoglio, trascinato dal mare e abbandonato su una spiaggia irlandese. È insieme relitto e promessa, segno di fragilità e radice di resistenza. Da qui prende forma L’albero della libertà (Aboca Edizioni, 2025, trad. di Stefano Tettamanti), l’ultimo romanzo di William Wall, che intreccia ricordi d’infanzia e memoria collettiva, coscienza ambientale e ricerca di identità.
Nell’estate del 1969, quando i Troubles iniziano a farsi sentire e l’innocenza dei ragazzi si confronta con la Storia, la natura diventa protagonista, custode di mondi immaginati e ferite reali.
Abbiamo incontrato l’autore a Pordenonelegge 2025, dove ci ha raccontato una storia semplice e coinvolgente, che sa farsi universale: capace di parlare dell’Irlanda ma anche di noi, del bisogno di radici e del desiderio ostinato di libertà.
L’intervista a William Wall
- William, Partiamo dal titolo del libro: “L’albero della libertà”. È un albero spoglio, con le radici recise, attraversa il romanzo come simbolo di forza e vulnerabilità. Perché ha scelto proprio questa immagine e che cosa rappresenta per lei?
L’albero si è ritrovato su una spiaggia in Irlanda dopo una tempesta (per me è stato come un naufrago o un rifugiato), e più tardi una giovane ragazza arriva come rifugiata dall’Irlanda del Nord. Vedo i due metaforicamente connessi, entrambi in un certo senso snaturati: l’albero dal suo bosco, la ragazza dalla città gettata in questa campagna remota. L’albero diventa un simbolo complesso nel libro: di distruzione ambientale e sofferenza umana, ma anche del potere dell’immaginazione, della creatività e della curiosità di trasformare il mondo che ci circonda.
- In questo libro la natura non è sfondo ma protagonista. L’albero senza radici diventa quasi un foglio bianco: uno spazio dove Liam Óg e Seán possono inventare mondi. È questo il legame che lei vede tra scrittura e natura?
I ragazzi pensano al bosco come a un insieme solidale: gli alberi sostengono gli altri alberi, c’è una sorta di fratellanza naturale. Per loro il mondo intero è così, intrecciato. Per questo la ferita più grande è l’albero tagliato, le radici recise.
Anche per me il bosco e l’ambiente sono fondamentali: una coscienza ambientale che era in anticipo rispetto ad altri temi, e che resta centrale nella mia scrittura.
- Perché ambientare il romanzo proprio nell’estate del 1969, all’inizio dei Troubles? E in che modo la memoria personale di bambino e quella collettiva si sono intrecciate nel suo racconto?
Ricordo che la sera dell’assassinio di Kennedy, che comunque è capitato qualche anno primo del ’69, da ragazzino, guardavo una serie in TV e la trasmissione si interruppe per l’annuncio. Per noi bambini era più importante la serie che la notizia politica: ma proprio questo scarto mostra come la memoria collettiva e quella personale si intreccino. Nel romanzo, i ragazzi vivono eventi molto più grandi di loro, senza comprenderli fino in fondo: eppure ne sono segnati.
- I genitori dei protagonisti incarnano figure cruciali. C’è qualcosa di autobiografico in loro?
Sì, c’è un riflesso personale. Mio padre era contadino e pescatore, ma appassionato dalla poesia, di musica e canzoni (in realtà lui suonava il violino e una piccola fisarmonica e aveva un tesoro di poesie a memoria); mia madre era sarta, appassionata di libri. Non avevano studiato oltre la scuola primaria, ma ci hanno trasmesso l’amore per la lettura. Per me i libri erano i “social” dell’epoca. Ho letto Dickens a dieci anni, capendo forse la metà, ma scoprendo la bellezza delle storie.
- E poi nella storia irrompe Monica. Monica viene dal Nord e porta con sé un dolore antico, fatto di rabbia e di ferite collettive. La sua voce rompe l’incanto dell’infanzia e trasforma il gioco dei fratelli in consapevolezza. È lei a segnare davvero il passaggio dall’infanzia alla coscienza politica?
Sì, Monica porta rabbia, dolore, coscienza. Cambia i nomi, reinventa i giochi, crea un mondo che i ragazzi fanno proprio. Lei segna davvero il confine tra il gioco infantile e la coscienza politica.
- Le canzoni popolari sono fondamentali nel romanzo. Possono unire, ma anche dividere. Che significato hanno per lei musica e canto nell’identità irlandese?
Le canzoni in Irlanda hanno sempre avuto un potere identitario fortissimo. Una stessa melodia poteva diventare marcia o canto di odio, a seconda della tribù – come i lealisti del Nord. Io sono molto legato al canto popolare irlandese, in inglese e in gaelico: il canto è radice, memoria, ma anche conflitto.
- La lingua appare come spazio di resistenza e libertà. Quanto pesa questo tema nella sua scrittura?
Se ha inteso questo vuol dire che il traduttore è riuscito nell’intendo di “entrare nella lingua”, non solo trasporla. Per me la lingua è resistenza, spazio di libertà, strumento per custodire e reinventare l’identità. Ho cambiato i nomi dell’albero (ad esempio) riferendomi allo sbarco sulla Luna. I nomi riflettono il legame con gli eventi storici e globali, ma i nomi (come le parole) si piegano alla volontà di Liam Óg e Seán, si piegano alla loro immaginazione. È un gioco e, insieme, un atto politico.
- Lei nasce come poeta e nella sua prosa si sente questa radice: cronaca e lirismo convivono. È una scelta deliberata o il suo modo più naturale di scrivere?
Per me è il modo più naturale. Cerco sempre le tracce, anche romantiche, di ciò che accade, e questo diventa un racconto che unisce poesia e cronaca.
- Quali scrittori irlandesi hanno influito sulla stesura del libro?
Mi sono ispirato molto a poeti come Yeats, e a figure centrali della tradizione irlandese. Un riferimento importante è Lady Augusta Gregory (fu una scrittrice, drammaturga e folklorista irlandese), che fece incidere i nomi di grandi scrittori su un albero della sua proprietà: un castagno che resiste ancora oggi (nel parco di Coole Park si trova ancora oggi il famoso “Autograph Tree”, un grande faggio su cui Lady Gregory fece incidere le firme dei più importanti scrittori irlandesi dell’epoca, tra cui Yeats, Shaw, O’Casey e altri.)
- Lei vive tra l’Irlanda e l’Italia. Quanto influisce questa doppia appartenenza sul suo modo di scrivere? E che cosa spera di trasmettere ai suoi lettori italiani e non?
Vivere in due paesi mi ha dato la consapevolezza del transito culturale: un continuo confronto che arricchisce la scrittura e mi permette di guardare i luoghi e i personaggi con uno sguardo più ampio. Spero di trasmettere non solo una storia irlandese, ma un racconto universale. Vorrei che i lettori italiani vedessero nei ragazzi e nel loro albero la stessa urgenza di radici e libertà che appartiene a tutti.
Recensione del libro
L’albero della libertà
di William Wall
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a William Wall, autore de “L’albero della libertà”
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