Roberto Masi (Firenze, 1975) lavora in ambito edilizio e contestualmente si occupa di speculazione filosofica e poesia. Suoi testi sono apparsi su riviste di settore (“Pangea”, “Succedeoggi”, “Storygenius”) e collettanee legate all’Istituto Italiano Studi Filosofici di Napoli. Un estratto della sua raccolta Si dissolva l’Opaco (Ensemble) è stato tradotto in lingua serba e pubblicato nell’annuario della Matika srpska. Ha pubblicato inoltre: Eccitare l’abisso. Viaggio sentimentale nella logica del dubbio (Homo Scrivens) Premio Città del Galateo (Roma); Fuga dalla ragione. Il pensiero del gorilla (Homo Scrivens), Premio Nazionale di Filosofia le figure del pensiero; Specie domestica (Terra d’ulivi Edizioni).
A maggio 2026 per Marco Saya Edizioni è uscita la sua terza opera poetica, Tutto è dire una parola. Fa parte della redazione di Menabò.
L’intervista a Roberto Masi
- Lei è stato uno dei primi che è passato nella Marco Saya Edizioni "nuova". Ha visto una nuova copertina. Le piacciono le novità?
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Interessandomi di poesia contemporanea, conoscevo la Casa Editrice anche prima del “riassetto”, il fatto però di aver avuto l’onere e soprattutto l’onore di inaugurare questa collana (“Svolta del respiro”) ha rappresentato anche per me un punto di svolta, forse anche di maggior consapevolezza, sebbene il transito poetico sia un cammino e non un approdo.
Con Antonio Bux, il direttore editoriale (già direttore della collana “Sottotraccia” per Marco Saya), c’era stato nel corso degli anni un breve scambio epistolare mai sfociato però in una collaborazione vera e propria; così, quando mi è stata proposta la pubblicazione in questa nuova veste editoriale, non ho avuto esitazioni.
In merito alle novità non ho ancora avuto modo di approfondire tutti gli autori usciti finora, se è questo che intende, ma per quel poco che ho avuto modo di leggere posso dire che mi ha colpito molto la giovanissima Carola Allemandi. Conto di dedicarmi anche agli altri in tempi brevi.
- Cosa intende con “Tutto è dire una parola”?
“Tutto è dire una parola” è un verso che ricorre spesso nella mia poetica, ed è per questo motivo che, a differenza di altri miei lavori, il titolo è scaturito in modo abbastanza spontaneo. Devo dire che sia nella poesia sia nei miei intenti più speculativi insistono figure ricorsive che fanno da collante a tutta la mia produzione: espressioni talvolta volute e altre avulse al controllo della ragione, come in questo caso. Personalmente ritengo che la poesia debba tendere alla massima sintesi, motivo per cui quando mi capita di leggere componimenti poetici molto lunghi ho la tendenza a perdere la concentrazione. Ambire quindi a dire tutto con una sola parola non è il fine ultimo, bensì lo spazio bianco cui tendere; il desiderio, in poesia s’intende, di cogliere lo strumento del linguaggio nella sua essenza più pura. Mi piace credere che certe espressioni emergano dall’inconscio, momenti estatici scampati alla contaminazione della tecnica producente in senso heideggeriano, attimi che ci attraversano e ci utilizzano come tramiti, e poiché tali momenti sono estremamente rari, forse è proprio in quella brevità di cui parlavo prima – in quell’unica parola perfino – che risiede il vero valore di un’opera.
- Non sono versi facili e la leggibilità lascia talvolta lo spazio a parole scure ed enigmatiche, o mi sbaglio?
Mi riallaccio alla risposta precedente per dire che tutto ciò che è facilmente intelligibile - quando non determinato dall’intento producente ovviamente - non è altro che lo scenario di ciò che conta davvero. Se nella prosa è necessario armonizzare il più possibile questo equilibrio, la poesia offre una libertà che molto rischia di essere fraintesa. La famigerata “licenza poetica” è infatti un’arma a doppio taglio che per sua natura tende ad allontanare dal senso a favore di quella che potremmo definire un’enigmatica cialtroneria. Il confine è talmente labile che serve il passo incerto del funambolo per restituire dignità alla traversata, perfino quando la caduta è dietro l’angolo. Eppure, quando c’è onestà intellettuale, credo che il fallimento non sia mai del tutto tale ma, anzi, in certi casi può diventare perfino una risorsa: la naturale bellezza dell’imperfezione per così dire. Nel mio caso sento forte la necessità di liberarmi da un’ermeneutica educata, e per farlo lascio che le parole escano come un respiro spontaneo, tentando poi di legarle al nucleo del ragionamento… Talvolta ci si riesce e altre no, ma questo fa parte del gioco e va bene così.
- Quanto si deve penare per trovare le parole che testimoniano la fine di un amore, e in più con bimbi di mezzo?
Non so dare una risposta che attinga da una storia autobiografica, e per mia fortuna aggiungerei. Tutto è dire una parola è un poema che trae spunto più dalle paure che dall’esperienza, sebbene i timori siano essi stessi esperienze con le quali è necessario fare i conti. Quello che mi interessava davvero però, era la partecipazione degli oggetti – enti dal punto di vista filosofico – ai quali restituire un valore che non fosse soltanto scenografico ma essenza stessa di una costruzione più ampia, di una vita collettiva proprio come avviene per certe scenografie teatrali senza le quali la messa in scena non avrebbe lo stesso valore. Molta della mia produzione poetica attinge dalla parte speculativa di Eccitare l’abisso prima e Fuga dalla ragione poi, opere di saggistica nelle quali mi sono concentrato sulla possibilità di evitare l’oblio dell’essere nell’arte, a fronte di una globalizzazione che, in senso pasoliniano, tende a uniformare tutto.
- È consapevole del fatto che la rottura di una storia d’amore è presente in mille e mille poesie?
Sinceramente è una domanda che non mi sono posto. Privilegiando il punto di vista soggettivo ‒ e soprattutto la possibilità di stilemi originali ‒ il fatto che un argomento possa risultare inflazionato passa quindi in secondo piano. È chiaro che ognuno di noi ambisce a risultare originale, ma una volta preso atto che le contaminazioni sono inevitabili, parafrasando Cioran direi che l’unica cosa interessante è lo stile con cui le cose vengono “dette”.
- Nella parte più prosastica, che non è per niente una resa ma la capacità di farsi capire in modo piano e doloroso, le sia venuta la voglia di scrivere un romanzo?
Il mio intento è da sempre quello di indagare molteplici linguaggi, consapevole del fatto che la non-specializzazione impone giocoforza di lasciare qualcosa per strada. Un romanzo (senza considerare i tentativi giovanili) è già pronto ma dopo alcuni rifiuti l’ho riposto – per adesso ‒ nel famigerato cassetto. È evidente che procedendo in questo senso, non rispettando alcun canone e considerata la penuria di lettori non prevedo esultanze… sempre per adesso.
- Quali sono i poeti italiani che più ammira?
Senza andare troppo indietro nel tempo per non scomodare gli intoccabili, in epoca più recente potrei fare i nomi di Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Vincenzo Cardarelli, Cristina Campo, Vittorio Sereni, Lorenzo Calogero e molti altri che non starò a elencare. Devo ammettere di non essere un grande estimatore della cosiddetta poesia civile, a meno che non si parli di poesia operaia per la quale faccio il nome di Pasquale Pinto e – sebbene non si tratti di un autore italiano ma in quanto mia grande passione – Thierry Metz. Tra i contemporanei ci sono moltissimi autori interessanti ma a fronte di un’offerta editoriale tanto vasta (della quale a mia volta faccio parte sia chiaro) scelgo Gabriele Lastrucci, poeta riservato e forse meno noto di altri poiché poco incline all’autopromozione ma dal quale ho imparato molto, soprattutto in relazione al concetto del silenzio.
- Perché è difficile scrivere una poesia bella incentrata sul sesso o sulla mancanza del desiderio?
Non saprei, certo è che non vedo tabù ma solo accuratezza poetica, se è questo che mi chiede. Nel mio saggio Fuga dalla ragione. Il pensiero del gorilla ribadisco a gran voce l’abominio di una certa morale imposta per determinare l’appiattimento sia del pensiero che dell’azione, quindi, a mio modo di vedere, quando si parla di letteratura il sesso non può essere un ostacolo, come non possono esserlo il turpiloquio né tantomeno le devianze del genere umano. È pur vero che la mediocrità stabilisce confini oltre i quali ci si sente additati dal nostro stesso bigottismo e per tale ragione – inconscia o meno che sia – tendiamo a decapitare una certa libertà espressiva, ma insomma… autori bravi che trattano il sesso senza compromessi ce ne sono, per esempio Giammarco di Biase, sempre restando in ambito Marco Saya Edizioni.
Recensione del libro
Tutto è dire una parola
di Roberto Masi
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Roberto Masi, autore di “Tutto è dire una parola”
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