Marco De Franchi è l’autore del thriller Il silenzio delle rondini (Longanesi Editore, 19 Agosto 2025), capitolo conclusivo della trilogia che ha per protagonista il commissario Valentina Medici e i cui precedenti due thriller sono La condanna dei viventi (Longanesi, 2022) e Il maestro dei sogni (Longanesi, 2024).
Abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo per approfondire alcuni dei temi che tocca nel suo nuovo thriller.
L’intervista a Marco De Franchi
- Sin dalle prime pagine di “Il silenzio delle rondini” citi la Geenna, nome biblico che reinvia a un luogo di punizione eterna, simbolo dell’Inferno. Per i lettori che avvicinano questo testo come prima lettura, spiega cosa è la Geenna - da un lato nella mitologia biblica, e poi anche qui fra le pagine.
Geenna è un luogo sia geografico che mitologico, la valle di Hinnon, che si trova a sudovest di Gerusalemme e che per gli ebrei è il simbolo dell’inferno in terra, regno dove Moloch divora gli innocenti. Mi ha sempre colpito e ho pensato fosse un simbolo abbastanza potente per dipingere il male che si insinua tra gli uomini.
Nel mio immaginario è il nome di una sorta di setta segreta dedita alla produzione del dolore altrui, una specie di Spectre che riunisce un gran numero di serial killer o di aspiranti tali.
- Loris Manna è il personaggio a cui più mi sono affezionata leggendoti: spiegaci chi è e quali sono i tratti principali del suo carattere, e parlaci anche di “Dio” – l’“anima digitale” di Loris.
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Come molti altri personaggi del romanzo, Loris rappresenta la summa di una categoria importantissima in polizia: i tecnici, quelli che analizzano, che spaccano il capello in quattro grazie alla scienza e alla tecnologia, fondamentali anche se non da soli. Loris è un superesperto di computer che ha creato il software di ricerca più potente che ci sia, e per questo lo ha chiamato Dio. È anche una metafora dell’I.A. che ormai permea la nostra esistenza. Ah, e poi Loris è anche dotato di umanità, un simpaticone a differenza di molti espertoni che ho conosciuto.
- Nel tuo romanzo ci sono molti personaggi – ma mi sento di affermare che il vero protagonista del tuo thriller sia il Male assoluto, cioè il male fine a se stesso. A tuo parere, il male e in generale l’attitudine al delitto sono un carattere innato nell’uomo? Come cambia un uomo e cosa resta in lui quando si avvicina così tanto al Male assoluto, come ad esempio capita a Valentina?
Nei tre romanzi che compongono la trilogia sostengo una teoria azzardata (a cui non è detto che io creda) che ipotizza che la vera, originale natura umana sia predatoria, e che i serial killer in realtà rappresentino l’autentica essenza dell’essere umano. Solo con le sovrastrutture della società abbiamo imparato a convivere tra di noi, violentando, in qualche modo, i nostri veri istinti.
Naturalmente è solo una teoria evoluzionistica estrema, che mi ha fatto comodo nella costruzione appunto del Male assoluto, anche se poi, ogni giorno, abbiamo sotto gli occhi esempi che ci fanno pensare non sia poi così lontana dal vero. Naturalmente, come dice il grande poeta, se ti affacci in quell’abisso, l’abisso guarderà in te, ed è esattamente ciò che accade a Valentina e agli altri protagonisti.
- “Tutti commettono errori. Nessun essere umano, per quanto aspiri a diventare angelico o demoniaco, può mai sottrarsi alla possibilità di sbagliare”. Quali sono stati gli errori di Valentina?
Valentina non ha commesso errori, ha semplicemente seguito il suo istinto che l’ha portata in angoli oscuri e apparentemente senza via d’uscita. Forse l’unico vero passo falso è stato innamorarsi di Fabio Costa, ma accidenti, è un errore che facciamo tutti... lo chiamano cuore.
- “I media s’erano scatenati. Cattiva educazione, cattivi film, cattivi videogiochi, pessime compagnie sui social”. Che radici ha a tuo parere il male?
Come ho detto, ipotizzo un male originario che non dipende dall’ambiente o dall’educazione, ma che nasce in noi. È anche la teoria (questa sì che è suffragata da prove scientifiche) che ad esempio la psicopatologia abbia radici biologiche. Poi naturalmente la vita e come questa ci tratta ci modifica e spesso in peggio.
Volevo però anche ribadire che nel male che gli uomini fanno (e che spesso fanno anche i giovanissimi) videogiochi, letture, film o quant’altro, per quanto estremi e violenti, non c’entrano nulla. Se vedi un film con scene di violenza e poi esci di casa e ti metti ad ammazzare i tuoi simili, non è colpa di quel film ma di quello che tu hai già dentro.
- Tu sei nato, professionalmente parlando, in Polizia: sei stato ispettore, poi commissario capo ed ora sei uno scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, come si sono fusi gli aspetti peculiari dell’uno e dell’altro mondo nei tuoi romanzi (da poliziotto a scrittore)?
In realtà, e lo ribadisco ogni volta che posso (non per snobismo ma perché è la verità) nasco (brutto termine però, abusato) come scrittore: a dodici anni avevo già scritto i miei primi racconti. E soltanto dopo, nel corso della mia vita, ho fatto la scelta di entrare in Polizia. Quando ho iniziato a “investigare” sul serio avevo già al mio attivo varie pubblicazioni. Dopodiché non nego che l’esperienza sul campo mi ha aiutato a descrivere certi personaggi e certe procedure... niente di più.
- In tutto il romanzo si capisce che i cattivi sono personaggi intelligentissimi: tutti gli attori del male sono criminali dalla mente particolarmente vivida. Concordi che questo lato del carattere dei criminali affascina il lettore? Perché ne siamo in certo qual modo sedotti?
No, in realtà la stragrande maggioranza dei criminali è stupida, confusa, assolutamente arretrata. Lo dico per esperienza. Siamo noi spesso che conferiamo loro un’aura di magnetismo che assolutamente non posseggono.
Capita però, a volte, di incrociare un delinquente dotato di grande intelligenza. È davvero raro. Ma quando succede ... non c’è niente da fare, un po’ di fascino lo si subisce. Naturalmente i miei personaggi “cattivi” appartengono a questa esigua categoria, altrimenti sai che storie noiose!
- “Fabio era diventato un assassino. Cercava killer e li eliminava. Che applicasse vendetta o giustizia, era comunque follia”. Qual è il confine tra vendetta e giustizia? Cosa può salvare Fabio?
Questo è uno dei temi del libro: quanto si può sopportare il male e le sue conseguenze senza esserne toccati? Quanto si può accettare che la cattiveria non abbia confini e raggiunga vertici a volte terrificanti? E soprattutto, quanto può un poliziotto integerrimo decidere di saltare il fossato perché percepisce che i pochi strumenti, spuntati e inadeguati, con cui è chiamato a combattere quel male non servono a niente? È un po’ la frustrazione che ho provato io (e molti miei colleghi) quando vedevo che i miei sforzi non servivano a nulla.
Ecco, non ho risposta. Fabio in qualche modo l’ha data e ha fatto la sua scelta ... ma tutte le scelte estreme (e anche quelle meno estreme) alla fine si pagano.
- Nelle note dell’autore al termine del romanzo ci confermi che “Il silenzio delle rondini” è la conclusione della trilogia. Che progetti hai per il futuro?
“Il Silenzio” è certamente la fine delle storie di “questa” squadra di poliziotti. Non è detto che qualcuno di loro non possa tornare in futuro.
Per adesso mi concentro su nuovi progetti: un romanzo così detto “stand alone”, cioè senza seguiti, ambientato negli anni ’80 (sempre un thriller) e poi un seriale con nuovi protagonisti... credo sorprendenti. Speriamo di non deludere i lettori che hanno apprezzato la trilogia: io ce la metto tutta!
Recensione del libro
Il silenzio delle rondini
di Marco De Franchi
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Marco De Franchi, in libreria con “Il silenzio delle rondini”
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