Arriva a piedi all’appuntamento che ci siamo dati nella libreria che conosce, la Ubik del mitico libraio e amico Flavio, col suo passo tranquillo e leggero, nella ormai sua Ferrara metafisica. Un sorriso, e inizia a raccontare di sé, del suo essere poeta, scrittore, insegnante e influencer da milioni di views.
Giulio Zambon ci presenta il suo primo libro, Le parole affilate (Piemme, 2026), nelle librerie dal prossimo 12 febbraio, un saggio “sulle orme di Dante e dei grandi della letteratura alla riscoperta di noi stessi”, come recita il sottotitolo: un libro che toglie la patina agli autori che troppo spesso la scuola ha contribuito a bloccare in uno stereotipo, li fa scendere dal piedistallo dei secoli e ce li presenta umani, “da mangiare oggi”, nella loro autenticità in dialogo con il nostro presente.
Zambon punta il dito verso il lettore, lo chiama in causa, lo coinvolge e lo spinge a conoscersi e a riconoscersi nella poesia, perché la parola affilata è quella che “penetra la superficialità e va nel fondo” di ognuno di noi. Non è difficile, ascoltandolo parlare, vederlo pesare le parole alla ricerca di quelle giuste, comprendere come i suoi contenuti social gli abbiano regalato 133 mila follower su Instagram, numero che continua a salire. Ogni sua parola profuma di autenticità e sembra essere proprio questo parte del segreto del suo successo.
L’intervista a Giulio Zambon
- Chi sono i poeti oggi?
Domanda difficile… ce ne sono tantissimi e se ne possono trovare ovunque. Definire chi sono è forse un po’ ghettizzarli. È chi sente la chiamata ingiustificata e inspiegabile di andare a capo a un certo punto e che si riconosce in questa forma, che prima di essere una forma metrica è una struttura riconosciuta. È anzitutto un’esigenza inspiegabile: poeta è chi si sente di appartenere a questa esigenza. Essere poeti non è un’attività che si sceglie. Leggi un maestro, un compagno, un tuo pari e senti che in quella pratica, in quelle modalità riescono a dire molto meglio di te alcune cose della tua vita, e quindi le sposi. Dunque il poeta è un incapace perché si deve affidare a questa frammentazione. Mi ritrovo molto in questa definizione di incapace. Tutti i miei maestri si sono riconosciuti incapaci, molto umilmente poveri, anche perché la logica della poesia non è “tu che dai, ma tu che ricevi”: se sei tu che dai è come se la poesia si impoverisse perché si riempie delle cose che già sai e diventa soltanto un megafono per le cose che sai.
- E la poesia, che cos’è, allora?
Storicamente, nella letteratura, si cerca di antropomorfizzarla in una Musa. Io credo molto in questo, nel fatto che questa “cosa” abbia la possibilità di parlare. Forse per questo la si riconduce a una Musa: perché ha voce, una voce propria. Forse è un comportamento, un atteggiamento, una postura dello sguardo, della parola. Forse la domanda non è cos’è la poesia, ma com’è la poesia.
- È ancora possibile fare poesia oggi in un mondo così veloce, tecnologico, dove tutto è merce?
Sì. Ciò che sopravvive, in fondo è l’uomo inteso come essere umano: se si presenta un testo a un ragazzo che contiene una verità, un dolore o una sofferenza che non è decorato, ma è schietto, loro lo riconoscono. I social, la merce, la frammentazione non può toglierci questo atteggiamento di riconoscimento. È bellissimo infatti quando si legge insieme ai ragazzi e il testo li tocca, si crea il silenzio, un silenzio impreparato che testimonia proprio questo riconoscimento. Quindi è certamente possibile oggi la poesia, perché non è qualcosa che si lega alla Storia o alla società. La poesia dura da migliaia di anni: penso ai primi poemi e all’esigenza dell’uomo, da sempre, di mettersi in questa postura.
- D’Annunzio chiedeva ai poeti di difendere il Sogno, la Bellezza: ce n’è bisogno oggi?
Io non credo che la Bellezza debba essere difesa. È difficile per me pensare che possa essere scalfita. Deve forse essere indicata, suggerita: la poesia forse suggerisce la strada verso la Bellezza, che non è lontana È lì dove siamo noi. Ugualmente per il sogno.
- E la poesia deve essere onesta, come Saba ci ha indicato?
Secondo me sì. L’onestà può esistere con la finzione, però dove c’è poesia deve esserci verità, che non è la verità giudiziaria, burocratica che possiamo intendere comunemente, ma il guardarsi schietto. Una poesia che non è onesta è una poesia che racconta menzogne. Sì, la poesia deve essere profondamente onesta.
- Come si fa a parlare sui social di poesia, oggi, e a diventare un utente da 133 mila followers? Che cosa si deve dare, quali contenuti?
Forse guardando al mio percorso, semplicemente rendere commestibile e avvicinare a quello che la poesia già fa e cioè toccare alcuni punti dentro di te. I poeti più grandi dicono cose di te senza conoscerti, e quindi rendere visibile questa cosa. Io non so come in realtà tutto ciò sia successo. Il fattore principale penso sia stata la perseveranza: Philip Roth diceva, molto umilmente, che “la perseveranza, non il talento, ha salvato la mia vita”. Io sono totalmente allineato, anche se la mia non è affatto una fortuna come la sua. È affetto, è vicinanza, è moltitudine, quello che mi ha investito. Io aspetto di lasciare ben altro e spero che questo avvenga attraverso i miei libri.
- Hai una grande responsabilità, oltre al privilegio di avere un pubblico che ti segue: come la vivi, come la gestisci la responsabilità di questi 133 mila sguardi?
Non me ne rendo in realtà conto: questa responsabilità che tu dici, e hai ragione a citare, non riesco a sentirla caricata su di me. La gestione che ho del social è una gestione molto innocente e ingenua. Personale, che rispetta tanto quello che sono. Non mi faccio mai un discorso a priori, se sia giusto o no dire una cosa, sono semplicemente io, come nella vita di tutti i giorni.
- Qual è il profilo dei tuoi follower, dei tuoi affezionati?
Mi sono accorto con grande stupore, senza riuscire a spiegarmelo, che ce ne sono diversi: ci sono ragazzi che frequentano la scuola in cui lavoro, gente in pensione, ragazzini della scuola media, universitari. Tutte le fasce anagrafiche. Non sento di parlare a un target, non penso in realtà che sto facendo un atto di divulgazione.
- In un mondo che urla, strepita, grida, come vediamo quotidianamente nei salotti televisivi o in politica, tu ti poni con una dolce pacatezza, che è un valore: non pensi che sia questo tuo garbo, uno dei motivi del fascino che eserciti?
Può essere. Infatti in molti lodano la pacatezza, la voce: secondo me qualcosa di detto a bassa voce è molto più potente di qualcosa di urlato. È molto forte, secondo me, consegnare alla pagina dei testi che in maniera molto pacata raccontino di certe vicende anche dure, violente e abbiano la fermezza della voce, ma non sbraitino. Sì, sono un gran sostenitore della calma e faccio un gran fatica ad agitarmi, ad arrabbiarmi, ed è un problema perché faccio poi fatica a entrare in conflitto con le persone.
- Tu sei anche un insegnante: chi sono gli studenti e di che cosa hanno bisogno, oggi?
Bisogna pensare di creare qualcosa di più attraente. Faccio fatica a rispondere: posso dirti che hanno bisogno di qualcuno che creda in loro ciecamente, che dia loro fiducia in maniera assoluta, che si fidi della loro intelligenza, della loro creatività e del loro pensiero critico. E poi d’altro canto, hanno bisogno di severità e fatica, perché ho notato che si sottraggono sempre più spesso alle cose difficili, alle cose che non comprendono subito e che richiedono tempo, durata, calma, una comprensione non immediata. E tutto questo si raggiunge proprio attraverso la fatica, il non riuscirci e il continuare a provarci. Sono molto spaventato quando vedo un atteggiamento che non è in linea con questo, perché i giovani crescono con l’illusione che le cose siano precotte, prefabbricate per loro. Tutto ciò crea un sottofondo adatto a fascismi, a regimi totalitari: un sottofondo di ignoranza, che è la prerogativa di qualsiasi regime Questo assenteismo mi spaventa molto.
D’altro canto, la fiducia perché i ragazzi non sono idioti, non sono insensibili: sono esattamente come siamo stati noi, con esigenze magari diverse, ma hanno lo stesso fuoco dentro, che esiste, ma spesso per noi resta invisibile, perché questo fuoco parla lingue diverse dalle nostre e perché sono nati in altri periodi. Io stesso, anche se sono anagraficamente vicino a loro, mi sono trovato molto spesso a non capire questo fuoco. Penso sia normale, è il dialogo tra le generazioni che c’è sempre stato.
- Quanto bisogno hanno di poesia i giovani?
Dico sempre che la poesia non è poi così importante frequentarla se non è una cosa che senti. È giusto aprire la possibilità, non obbligarli. Hanno quindi bisogno della poesia nella misura in cui sentono un’incompletezza. Non è sempre un bene avere bisogno di poesia perché quando questo succede, si ha bisogno di capire delle cose che sono sofferenza. Si frequenta Benedetti perché lui sa molto bene cosa vuol dire avere un padre malato e quindi si va lì. Per questo non sempre è un augurio quello di frequentare la poesia, però se i ragazzi la frequenteranno, saranno dissetati.
- Qual è la poesia che porti nel cuore, che ti è rimasta addosso?
Sono molto legato alle poesie di Mario Benedetti, le poesie di Umana gloria, che hanno una freschezza che non so spiegarmi. Sono come quei sogni veri, lucidi che si hanno e in cui le cose appaiono e hanno un senso, ma quando esci dal sogno, non capisci cosa sono. Poi penso ad alcune poesie di Sauro Albisani, un mio caro amico. Mi piace poi la poesia dialettale.
- Parliamo del tuo libro che uscirà il prossimo 12 febbraio: per chi l’hai scritto?
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Sono andato a cercare in rete l’indirizzo che viene proposto e si dice sia consigliato dai 12 anni in su. Io non so a chi è rivolto: ho parlato in parte ai miei ragazzi, molto pensando al me ragazzo, a chi ha voglia di riattraversare la letteratura senza la patina dell’accademismo. Questo non vuol dire che l’Accademia non sia importante, ma il gesto che ho compiuto è divulgativo.
- Ci puoi anticipare quali saranno i poeti di cui ci parli nel libro?
Sono dieci poeti, tutti italiani. Parto da Compiuta Donzella, poetessa del 1200 che per me è molto importante. Si conoscono solo tre poesie, ma si rivolge per la prima volta all’io e lo fa in modo non canonico, andando veramente nell’interiorità e anche nella psicologia dell’io. Anticipa in un certo senso ciò che farà Petrarca.
Sicuramente poi c’è Dante di cui amo la creatività. Mi colpisce moltissimo e mi affascina il padre della lingua italiana, il primo linguista, e che leggendo l’ultimo canto del Paradiso ci consegni come eredità della Commedia arrivare a un punto in cui la parola non basta. Poi ho scelto D’Annunzio, quello che ho amato io, e Leopardi con la sua giovinezza, il fascino che abbia scritto quando era molto giovane. Inserisco anche autori che non ho amato particolarmente, come Gian Battista Marino, che proprio per questo ho deciso di ristudiare. E ancora Foscolo per il suo legame con la morte e con la memoria.
Dentro al libro, dopo ogni capitoletto dedicato a un poeta, c’è sempre un paragrafo in cui si punta il dito verso chi legge: lo si invita a scrivere, a porsi domande, a mettersi in gioco.
- Parliamo del titolo: “Le parole affilate”. Ci spieghi il motivo di questa scelta?
Chi mi legge attraverso le poesie che scrivo, prova una sorta di spavento. Ad esempio Isabella Leardini dice che sentiva lo spavento perché trovava che non corrispondessi a quanto scrivevo. Nella scrittura poetica, devo dire, sono molto diverso: pretendo tanto, sono ossessivo. Le parole non devono avere pudore, ma essere quello che sono. Devono essere feroci se è necessario che lo siano, ferocemente dolci quando devono esserlo. Non ci sono mezze misure: sono spietato nella mia scrittura. La parola affilata è quella che penetra la superficialità e va nel fondo. Non è inteso come parola usata per ferire, ma come parola che viene ferita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Giulio Zambon, autore di “Le parole affilate”
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