Itaca ebbra, ultima silloge di Fabiana Bia Cusumano pubblicata con Interno Libri a febbraio 2025, è un’opera che presenta liriche delicate, numerose sfaccettature dell’amore e la simbologia eterna delle figure mitologiche di Ulisse e Penelope.
Francesco Campagna, docente, poeta e divulgatore letterario, ha intervistato l’autrice per Sololibri.net.
L’intervista a Fabiana Bia Cusumano
- Per prima cosa le chiedo come nasce l’idea del titolo di questa silloge. Si presenta in maniera estremamente evocativa e suggestiva.
Intanto la ringrazio per questa intervista. Cercherò di essere il più concisa e chiara possibile, augurandomi che la mia Itaca ebbra possa essere amata e accolta dai miei potenziali lettori con cui ho sempre cercato dialogo e confronto su temi che solo a una prima lettura possono apparire soltanto d’amore. In realtà l’amore che intendo io e che canto attraverso i mei versi è sempre un sentimento di passione per la vita e la sua bellezza nonostante e oltre il dolore, esperienza umana inevitabile e imprescindibile.
Mi chiedeva del titolo; ecco, l’idea che ho voluto trasmettere non è soltanto che Itaca sia un luogo fisico e tangibile, geograficamente collocato nello spazio, ma piuttosto un luogo dell’anima, un luogo di attesa, di preghiera e di rinascita. In fondo, per me la poesia è sempre stata il mio credo laico. Ognuno di noi ha la sua Itaca sotterranea a cui sente di appartenere. Non tradendo la propria vocazione e i propri desideri profondi, quindi la propria natura, credo che tutti possiamo approdare alla nostra Itaca.
- Sfogliando questa raccolta poetica è facilissimo incontrare molti elementi della vita quotidiana, soprattutto nella prima sezione, "Ciò che resta". E tutto ciò, verso dopo verso, si fa sempre più intenso. Il correlativo oggettivo e meravigliose riflessioni accompagnano il lettore tra le piaghe e le pieghe dell’amore. Considerando che è necessario pensare che tutto ciò possa essere legato alle emozioni vissute e a propri cenni biografici, le chiedo se questi versi siano stati scritti di getto o siano stati studiati e costruiti in più settimane.
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La raccolta è nata dopo mesi e mesi di riflessione, scrittura, dialogo con altri amici poeti, confronto, studio, revisione. La poesia non può mai essere di getto ma è sempre frutto di ascolto profondo di sé e del mondo, della propria vita ed esperienza umana e di quella altrui. Il poeta raccoglie, scava, intreccia, ricostruisce come un archeologo dell’anima. Poi giunge il momento della prima stesura, quella che può accadere tra una vicenda e l’altra di una normalissima giornata trascorsa tra casa, impegni, doveri, chiamate, commissioni. A un certo punto scatta qualcosa dentro, per cui è necessario e urgente fermarsi, fare deserto attorno, isolarsi in un angolo appartato della propria intimità, ed è lì che componi i versi, i primi, quelli che possiamo definire scritti di getto, ma è solo il parto doloroso di una creatura che deve farsi strada e trovare la sua forma definitiva attraverso un ciclo di andata e ritorno ai versi che può durare giorni interi o settimane, a volte mesi. Non si può prevedere il tempo di gestazione di una singola poesia, figuriamoci di una silloge. A volte occorrono anni. La poesia è urgente ma scrupolosa, richiede studio, devozione, fedeltà assoluta, tempo e pazienza.
- Leggendo attentamente è possibile individuare numerose tematiche, oltre l’amore. Ci sono riferimenti alla guerra, alla morte, alla malvagità, ai tradimenti. Inoltre, si nota anche l’utilizzo di parole più crude e cruente. Ha concepito sin dall’inizio questo viaggio introspettivo, questa stupenda tempesta emotiva?
L’amore e la perdita, la pace e la violenza, il perdono e il tradimento, la tempesta e l’idillio sono semplicemente facce diverse ma speculari di una stessa medaglia. La vita è intessuta di luci e ombre, di vuoti, tradimenti, lutti, rinnegamenti, canti di sirene, illusioni, precipizi e poi vette di bellezza, gioia, attesa, rinascita, sogni, entusiasmi, desideri, progetti. Siamo sempre capolavori incompiuti, siamo sempre in divenire in un equilibrio precario e suggestivo. Io, in fondo in Itaca ho cantato la vita nella sua pienezza struggente e irrinunciabile, nonostante le sofferenze. È un messaggio universale, non legato puramente alla mia storia personale o alla mia biografia. È un canto di resistenza al dolore che vale per ogni singolo uomo. Siamo tutti fratelli di questo comune destino fatto di atrocità e bellezza.
- Molti versi indagano anche il ruolo della poesia nella quotidianità. Da docente e scrittrice, quanto è importante la poesia per lei? Potrebbe mai immaginare una vita senza il suo poetare?
Per me scrivere è vivere e vivere è scrivere. La poesia è la mia postura nel mondo, il mio passo, il mio destino e la mia destinazione. Così come chi fa voto di castità per il proprio credo religioso, io ho fatto voto di appartenenza assoluta alle parole declinate in qualsiasi forma. Di sicuro la forma più congeniale o che sento prioritaria su tutte le altre, nelle quali tuttavia amo cimentarmi, è proprio la forma poetica. Per cui, se lei mi chiede se posso immaginare la mia vita senza poesia, la risposta è assolutamente no. E quando dovessi immaginarla, vorrebbe semplicemente dire che non sarò più in questo mondo ma Altrove. Eppure anche Altrove amo immaginarmi mentre scrivo versi, fluttuando leggera mentre rabbraccio i poeti che ho sempre amato fin da ragazzina.
- La seconda sezione, che ha lo stesso titolo alla raccolta, presenta liriche potenti, che a mio avviso suggellano e arricchiscono con estrema forza quanto espresso in "Ciò che resta". Inevitabilmente sono rintracciabili versi dedicati all’eroe "di multiforme ingegno". Ma la mia sensazione è che in questo capitolo della silloge lei abbia voluto trascinare i lettori in un tornado fulminante di ragionamenti sulle nostre esistenze. Chiunque può essere Ulisse. Chiunque può essere Penelope. Qualunque luogo può essere Itaca. O sbaglio?
Credo che tutti noi siamo contemporaneamente Ulisse e Penelope. Chi tradisce e chi ama, chi perdona e chi orgogliosamente non riesce a farlo. Siamo tutti tante cose. Pianto e rimpianto, nostalgia di futuro e di passato, ricordo e sogno, verità e menzogne, bellezza e inganno. Non credo alle definizioni nette, alle verità assolute, ai ruoli che non mutano e non si capovolgono o riadattano nella vita. Non ho mai cercato selezioni delle parti bensì una convivenza, se pur complessa, complicata a volte, ovvero una sorta di equilibrio sul filo del funambolo, sull’abisso che è sotto e le vette stagliate davanti. Ardua composizione delle parti, ma è l’unica vera possibilità dell’essere umano per essere autentico, senza maschere posticce. Non esistono i buoni in assoluto e i cattivi degni solo di giudizi e condanne. La vita è in divenire, come i sentimenti e la poesia stessa che muta nel corso del tempo. Per cui, vorrei che i mei lettori, piuttosto che scegliere da che parte stare, se dalla parte di Penelope che non tradisce, non rinnega, resta altera e fedele al suo amore o dalla parte di Ulisse che appare fedifrago, debole, sedotto perennemente dalla curiosità di compiere altre esperienze e vivere altri amori, riuscissero a rintracciare e a connettersi con l’Ulisse e la Penelope che vivono e coesistono in loro, e in qualche modo riuscissero a pacificarli, perdonandosi per il male compiuto o subito con ingenuità e perdonando chi lo ha inflitto nelle loro vite, perfino con aberrante leggerezza e banalità.
- Per concludere l’intervista, prendo spunto da alcuni suoi versi:
Ho vissuto alle periferie del corpo,
sono stata una bambina trasparente.
Solo le parole m’hanno amata
baciandomi le ginocchia sbucciate
rimboccandomi le coperte.
Le parole m’hanno abitata
m’hanno sfamata e respirata.
- Nella speranza che quella bambina abbia trovato il proprio posto nel mondo e tanta felicità, le auguro un grosso in bocca al lupo per le sue opere future.
La ringrazio di cuore. È stato un bel momento di riflessione e di dialogo. Spero semplicemente di continuare a non tradire la mia natura e le mie vocazioni. Nel tempo ho imparato che siamo “figli dei nostri desideri non delle nostre colpe”; solo comprendendo questo avremo la possibilità di trovare il nostro posto nel mondo e di potere accogliere anche gli altri nelle nostre vite.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Fabiana Bia Cusumano, autrice di “Itaca ebbra”
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