Docente di scrittura creativa, promotrice culturale, autore della raccolta Scatole nere e di numerosi racconti apparsi in antologie, Cinzia Cognetti è il libreria con il romanzo d’esordio Note a margine del mio dolore, pubblicato da HarperCollins Italia, che parla senza giudizi morali di una generazione ferita e sola.
La ringraziamo per la disponibilità con cui ha accettato di parlare del romanzo insieme alla nostra collaboratrice Isabella Fantin.
L’intervista a Cinzia Cognetti
- Per rompere il ghiaccio siamo curiosi di sapere quali sfide ha comportato in termini di ideazione, progettazione, stesura passare dal racconto al romanzo.
Passare dal racconto al romanzo è stato, prima di tutto, un cambio di postura nella scrittura. Il racconto richiede essenzialità e una tensione costante, ma breve, verso il nucleo caldo della storia. Il romanzo, invece, ti obbliga ad abitare più a lungo nel mondo che hai creato, a sostenerlo rendendolo sempre più credibile pagina dopo pagina.
Dal punto di vista dell’ideazione, la sfida più grande è stata proprio non affidarsi esclusivamente a un’intuizione, ma costruire una struttura capace di reggere un impianto narrativo tra sviluppi e riflessioni. Se il racconto può essere paragonato a una splendida statua che impreziosisce una piazza di città, il romanzo somiglia più a una cattedrale, dove ogni pilastro serve a sostenere l’intero edificio e qualsiasi dettaglio, anche il più nascosto, partecipa a un’armonia segreta, tenendo insieme il peso del tempo della storia e la luce della scrittura che lo attraversa.
- La mamma della protagonista è sempre presente, soprattutto in assenza. La figura paterna appare più defilata, eppure non è un personaggio marginale e si evolve con quella discrezione che il lettore intuisce piano piano. È corretto?
Sì, è una visione narrativa consapevole, anche se non del tutto programmata a priori. La figura materna, per me, doveva agire proprio mediante l’assenza: un’assenza che non è mai vuota, ma anzi quasi dolcemente ingombrante, capace di orientare i pensieri e le emozioni della protagonista anche attraverso il ricordo. Il padre, invece, è un personaggio che resta ai margini, ma proprio per questo può evolvere con maggiore discrezione. La sua trasformazione non è mai esplicita: è qualcosa che il lettore è chiamato a cogliere nei gesti minimi, nelle frasi spezzate, nell’affetto che traspare verso la figlia.
Credo che, in fondo, si tratti di due modalità diverse di presenza: una più evidente proprio perché nasce da una mancanza, l’altra più sommessa ma in movimento. In fase di scrittura ho cercato di rispettare questa differenza, lasciando che fossero i vuoti e le sfumature cangianti delle personalità filtrate dallo sguardo della protagonista a parlare.
- Ora entriamo nel vivo del romanzo. Il respiro della storia segue tre movimenti: destino, volontà, tempo a scandire la vita dei protagonisti. Qual è il margine autobiografico e non di questo mantra psicologico?
Destino, volontà e tempo sono state le tre coordinate che mi hanno portato a scrivere questo mio romanzo. Non sarebbe mai nato se non avessi ritrovato il diario di mia madre scritto nell’età dell’adolescenza. Tra quelle pagine raccontava il suo amore per mio padre e mi sono chiesta cosa sarebbe successo se avessi scoperto altro, magari di un suo segreto. Da questa suggestione è scattata la scintilla per il libro. Alimentata dalla volontà di dargli corpo. Il tempo mi ha poi condotto per mano sino alla sua pubblicazione, a questo approdo tanto desiderato durante il processo creativo.
- Una particolarità riguarda lo sdoppiamento geografico, perché i protagonisti si muovono sia nel mondo che conosciamo, sia in spazi soggetti alla transitorietà. Senza svelare troppo della trama, come sono nati i suoi non luoghi?
Mi interessava dare vita a quei momenti in cui la realtà perde definizione e diventa più ambigua, come se lo spazio esterno rispondesse alle fratture interiori dei personaggi. In questo senso, i non luoghi sono prima di tutto una condizione emotiva che si traduce in ambiente narrativo. Diventano un varco e, nella scelta di attraversarli, avvengono trasformazioni nei personaggi che riguardano soprattutto la loro identità e il modo in cui abitano il proprio vissuto, accettando il rischio di metterlo in discussione.
- Quando il romanzo è in dirittura d’arrivo, una delle fasi più delicate è la sottrazione. Ci sono personaggi o situazioni che ha ridimensionato in corso d’opera e perché?
Sì, in particolare ho ridimensionato alcuni passaggi secondari che, pur avendo inizialmente un più ampio respiro, finivano per diluire la tensione principale. Tornare su ciò che avevo scritto mi è servito a dirottare maggiormente lo sguardo del lettore e a impedirne lo smarrimento. In una struttura a “matrioska” come quella di questo libro, ogni indizio diventa una chiave per aprire una nuova porta che conduce verso lo svelamento finale.
Non solo: ho scelto di lasciare spazio al non detto e a ciò che il lettore può intuire senza che venga squisitamente esplicitato. In un romanzo come questo, legato al dolore e alla memoria, anche il silenzio ha un preciso valore narrativo. E alla fine, ogni sottrazione ha contribuito a mettere più a fuoco ciò che davvero mi interessava raccontare.
Recensione del libro
Note a margine del mio dolore
di Cinzia Cognetti
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Cinzia Cognetti, autrice di “Note a margine del mio dolore”
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