credits: Rosa Mozzillo
In vista dell’assegnazione del Premio Bancarella 2026 il prossimo 26 Luglio a Pontremoli, abbiamo incontrato Annalisa Menin, autrice di L’Anna che verrà (Giunti Editore, 2025), romanzo vincitore del Premio Selezione Bancarella e quindi finalista.
Storia di una donna che ha molto sofferto, L’Anna che verrà è il terzo libro di un’avvincente serie di cui fanno parte anche Il mio ultimo anno a New York (pubblicato nel 2017) e Il traghettatore (Giunti 2021).
L’intervista ad Annalisa Menin
- “La dipendenza emotiva non si cerca e non si sceglie. Succede”. Cosa è la dipendenza emotiva e come ti sei documentata per poterne parlare così approfonditamente nel tuo romanzo “L’Anna che verrà”? Parlaci anche del dualismo amore-potere, e in generale dell’amore tossico.
La dipendenza emotiva è una condizione in cui una persona sente di aver bisogno dell’affetto, dell’approvazione o della presenza di qualcun altro per stare bene con sé stessa. Ma è proprio qui che si nasconde l’inghippo: in quel stare bene con sé stessi. A tre anni dalla stesura del libro, e dopo aver parlato con tantissime donne che hanno vissuto storie simili, sono sempre più convinta che il nodo sia proprio questo. Quando non si riesce a stare bene con sé stessi si finisce per cercare nell’altro ciò che manca dentro di noi. Ed è proprio questa fragilità che spesso ci tiene invischiati in relazioni in cui l’amore si confonde con il bisogno, e il bisogno con la dipendenza.
Per preparare questo libro ho lavorato con Laura Campanello, filosofa, consulente pedagogica e autrice, con la quale mi sono confrontata a lungo per raccontare con rigore e sensibilità le dinamiche che si sviluppano nelle relazioni in cui il potere e l’amore si intrecciano, fino a diventare difficili da distinguere.
- “Rimanere a New York non è più una possibilità. Devo tornare a casa”, dice Anna. E ancora: “La tua casa non è dove sei nato. Casa è dove cessano tutti i tuoi tentativi di fuga”. Cosa significa casa per te e per Anna, considerato che, proprio come la tua protagonista, anche tu hai vissuto a lungo all’estero?
Faccio una premessa. In ogni luogo in cui ho vissuto sono sempre riuscita a creare un piccolo angolo che sentissi mio: in Cile, in Germania, negli Stati Uniti, a Londra e oggi in Italia. E spero di continuare a sentirmi a casa ovunque la vita mi porterà. Oggi, però, casa è proprio il luogo da cui ero partita: la campagna veneta dove sono nata e cresciuta. È lì che il mio cuore ha finalmente trovato serenità. È lì che i miei tentativi di fuga sono cessati, per citare la frase di Naguib Mahfouz che riporto anche nel libro. Ed è lì che, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sento davvero in pace con me stessa. Credo che quei tentativi di fuga si siano conclusi nel momento in cui sono tornata a casa perché è qui che ho ritrovato la mia gente, my people: le persone che mi conoscono davvero, che mi comprendono fino in fondo, che mi hanno vista crescere, partire e, infine, tornare. Ho capito che per me casa non è solo un luogo. Casa sono le persone che amo e con cui posso essere completamente me stessa, senza dover dimostrare nulla. A New York, per tanto tempo, mi sono sentita profondamente sola, nonostante la mia vita fosse pienissima di esperienze, incontri e opportunità. Avevo costruito una vita intensa, ma mi mancava quel senso di appartenenza che solo le persone capaci di riconoscerti davvero possono darti.
- Quali sono le principali differenze tra lo stile di vita americano e quello italiano, e quali le difficoltà (se ne hai riscontrate) in entrambi i Paesi? Cosa significa essere newyorkesi per la tua protagonista Anna?
L’America, e New York in particolare, mi hanno insegnato a pensare in grande. A New York ho respirato una cultura in cui è normale ambire, sperimentare, cambiare strada, reinventarsi. C’è un’energia straordinaria, una sensazione continua che tutto sia possibile se sei disposto a lavorare duramente. È un luogo che ti spinge a uscire dalla tua zona di comfort e a confrontarti ogni giorno con persone provenienti da tutto il mondo.
L’Italia, invece, mi ha insegnato il valore delle radici. Qui il tempo ha un ritmo diverso, i legami sono più profondi, la famiglia e la comunità hanno un peso che spesso all’estero si perde. Se negli Stati Uniti ho imparato a costruire, in Italia ho imparato a fermarmi, ad ascoltarmi e a dare valore a ciò che già avevo.
Entrambi i Paesi, però, hanno le loro difficoltà. Negli Stati Uniti si vive spesso immersi nella performance: bisogna essere sempre all’altezza, sempre produttivi, sempre competitivi. È entusiasmante, ma può anche essere molto faticoso e, a lungo andare, profondamente solitario. In Italia, al contrario, percepisco una maggiore resistenza al cambiamento e una certa diffidenza verso chi prova a uscire dagli schemi, ma credo che nessun luogo sia perfetto: ogni Paese ti restituisce qualcosa e ti chiede qualcosa in cambio.
Per Anna, essere newyorkese significa aver assorbito lo spirito della città. Significa vivere con la convinzione che il mondo sia aperto e che l’identità non sia qualcosa di immutabile, ma una costruzione continua. New York le insegna che non esiste un solo modo di guardare la realtà: ogni incontro, ogni cultura, ogni esperienza può cambiare il tuo punto di vista e aiutarti a diventare una persona diversa. Per lei rappresenta l’indipendenza, l’ambizione e il desiderio di dimostrare, prima di tutto a sé stessa, di potercela fare da sola. Ma è proprio quando raggiunge quell’obiettivo che comprende qualcosa di ancora più importante: dopo aver dimostrato a sé stessa di essere forte e autonoma, scopre che l’indipendenza non è il traguardo finale. Capisce che la vera ricchezza non sta nel fare tutto da soli, ma nel costruire qualcosa insieme agli altri: con il compagno che ama, con le amiche, con la famiglia. Perché c’è una forza ancora più grande dell’autosufficienza, ed è quella che nasce dalle relazioni autentiche, dalla condivisione e dal sentirsi parte di una comunità.
- “Questa non è una città per i deboli di cuore dear Anna”, dice Peter. Quali sono le caratteristiche di vita che Anna sta cercando, dentro e fuori di sé?
Mi sono posta questa domanda a lungo, perché in fondo coincide anche con la mia personale ricerca di senso. La risposta a cui sono arrivata è questa: Anna si è stancata di un mondo che premia chi corre, chi produce, chi è sempre così impegnato da non avere più il tempo di fermarsi e chiedersi perché stia facendo tutto questo. Quella ricerca di senso la riporta in Italia, a Casa Bohemia - dove riscopre la bellezza delle piccole cose e comprende di avere già, a portata di mano, tutto ciò di cui ha davvero bisogno per essere felice.
Ciò che Anna cerca non è una vita più grande, ma una vita più vera. Cerca la semplicità, la bellezza nella sua forma più pura, il tempo vissuto con presenza. Cerca relazioni autentiche, quelle in cui ci si sente accolti e visti per ciò che si è. Cerca la condivisione, il senso di comunità, la gioia di costruire insieme anziché inseguire traguardi individuali. E soprattutto riscopre il valore del dono: mettere i propri talenti, il proprio tempo e le proprie energie al servizio degli altri. Perché è proprio quando smette di chiedersi “Che cosa manca alla mia vita?” e inizia a domandarsi “Che cosa posso offrire?” che trova finalmente il senso che stava cercando.
- Qual è il genere di amore che Peter dà e che cerca per sé?
Un amore che all’inizio può apparire intenso, travolgente e persino irresistibile, ma che nasconde dinamiche di controllo, dipendenza e squilibrio di potere. Il suo è un amore che confonde il bisogno con il sentimento, la possessione con la cura, l’intensità con la profondità. Peter cerca una relazione in cui sentirsi indispensabile, in cui il legame si alimenta attraverso la dipendenza emotiva e il bisogno dell’altro. Non ama Anna nella sua piena libertà, ma nella misura in cui lei risponde al ruolo che lui ha immaginato per lei.
Il percorso di Anna è proprio quello di riconoscere questa differenza: capire che un amore sano non chiede di perdersi per essere scelti. L’amore non dovrebbe togliere spazio, voce o identità, ma permettere a entrambe le persone di esistere pienamente.
- “Devo amare anche i miei errori”, riflette Anna. Come è cambiata Anna nel corso dei tre romanzi di cui è protagonista, posto che a mio avviso anche i personaggi dei libri, così come noi, mutano e crescono di vicenda in vicenda? E a tale riguardo: che valore ha sbagliare?
Rispondo con una frase di Zoe Saldaña che amo particolarmente:
I like my mistakes and I like the way I learn and I like the peace with which I learn my mistakes. I don’t want to be anybody else but me. And by knowing this I want to continue figuring out who the fuck I am.
Gli errori, per me, possono essere delle grandi occasioni di crescita: momenti attraverso cui imparare, evolvere e arrivare a un livello successivo di consapevolezza. Spesso sbagliamo proprio quando abbiamo il coraggio di fare qualcosa di nuovo, di uscire da ciò che conosciamo, di metterci alla prova in territori per i quali non ci sentiamo ancora completamente preparati. Eppure credo che non esista altro modo per crescere. Non si può evolvere restando sempre nella propria zona di comfort: bisogna provare, rischiare, esporsi e accettare che il percorso includa anche degli inciampi. Gli errori sono parte del gioco per chi sceglie di continuare a giocare. La differenza non la fa il fatto di sbagliare, ma il modo in cui scegliamo di reagire: se usiamo quell’esperienza per conoscerci meglio, correggere la rotta e diventare persone più consapevoli. In fondo, anche gli errori raccontano chi siamo e il percorso che stiamo facendo per diventarlo.
- Il tuo romanzo ha vinto il Premio Selezione Bancarella 2026 ed è nella sestina finalista del Premio Bancarella, il cui vincitore sarà decretato a Pontremoli il prossimo 26 Luglio. Quali sono le tue emozioni legate alla meravigliosa esperienza del Bancarella?
Quando ho iniziato a scrivere, l’ho fatto per raccontare, a quattro mani, la storia mia e di mio marito Marco Omiccioli, scomparso a causa di un tumore nel 2013 - al quale ho dedicato il mio primo libro. Non avrei mai pensato che quella prima esperienza sarebbe diventata un percorso di scrittura, né tantomeno che un giorno avrei potuto essere candidata a un premio prestigioso come il Bancarella.
Vivo questa opportunità con grande gratitudine e anche con una certa sorpresa; arriva in un momento della mia vita particolarmente significativo, che ha visto il mio rientro in Italia, la riscoperta di un Paese che, dopo tanti anni all’estero, ho imparato a guardare con occhi nuovi, l’incontro con un nuovo amore (questa volta sano!) e la nascita di Menin & Co., la mia nuova avventura imprenditoriale. Guardo a questo momento con profonda gratitudine, perché rappresenta non solo un riconoscimento al libro, ma anche un simbolo del viaggio che ho fatto: è la conferma di un percorso iniziato con il bisogno di raccontare una storia e diventato, nel tempo, un modo per condividere esperienze, riflessioni e parti di vita con altre persone.
Ringrazio la mia casa editrice, Giunti Editore, i miei lettori e tutti i librai del Premio Bancarella per aver dato spazio e voce a questa storia.
Recensione del libro
L’Anna che verrà
di Annalisa Menin
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista ad Annalisa Menin, autrice di “L’Anna che verrà”, finalista al Premio Bancarella 2026
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