- Autore: Gian Piero Piretto
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788832858815
C’è modo e modo di raccontare un paese - già usare il termine paese invece del propagandistico nazione oggi assai invalso per motivi che non c’è bisogno di spiegare, è una scelta. Che è quella che fa Gian Piero Piretto col suo Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, appena uscito con l’editore Raffaello Cortina.
Piretto da anni scrive meravigliosi libri sulla Russia (sull’Unione Sovietica ancor più) affrontandone particolari (s)nodi culturali: propaganda, miti, simboli, arti e letteratura, oggetti di vita quotidiana, abitudini, cultura visuale soprattutto - l’ultimo libro prima di questo raccontava la potenza d’impatto dei funerali dei leader nell’immaginario collettivo sovietico. Lo dice qui in premessa: Piretto non è un politologo, pure sa descrivere e rivelarci in alcuni casi in maniera sorprendente storia, umori, antropologia di quel mondo: premesse non derubricabili a mera sovrastruttura
Questa volta Piretto decostruisce il potere putiniano lavorando su alcune parole-chiave (20 parole russe al servizio della propaganda è il sottotitolo) attraverso le quali il lettore si trova a compiere un viaggio nella cosiddetta anima russa proprio a partire dalla famigerata locuzione, che Piretto smonta e rimonta mostrandone l’origine, le deviazioni, il sentiero biforcuto per avvicinare - questo è l’intento complessivo dell’opera - il trucco putiniano, ossia la distorsione di concetti chiave in funzione di un preciso programma ideologico.
L’ispirazione è venuta all’autore dall’intenzione russa di riscrivere alcuni termini fondamentali (ha avuto un ruolo nell’operazione Dugin, sulla cui influenza diretta su Putin è aperta una discussione fra gli esperti) in vista di “nuove pianificazioni politiche”. In contrasto a questo lavoro di rettificazione moralizzatrice e naturalmente del tutto ideologica, Piretto risponde con una controstoria filologica che riannoda i fili di un vocabolario le cui traiettorie aiutano a comprendere l’attuale stato delle cose.
Partiamo proprio dallo stereotipo principe dell’anima russa (Rússkaja dušá). Tradizionalmente essa intende riflettere tratti considerati “unici, superiori e straordinari”. Un concetto speso per la popolazione tutta, specchio dell’immensità degli spazi russi. A una facciata massimalista, tutto cuore, violenza, eroismo e malinconia, se ne contrappone perà un’altra, studiata dal filosofo Nikoláj Berdjáev (1874-1948, citato spesso da Piretto) che vede nella “naturalezza” dionisiaca una matrice femminile, passiva, tendente alla sopportazione. Il giro ermeneutico attraverso accezioni popolari e letterarie (si veda Gogol: la critica che fa al potere russo non si risolve in una proposta di rivolta) che fa Piretto, come quello rapido lungo la diversa declinazione della figura femminile (almeno sul piano teorico) fra Lenin e Stalin, non è riassumibile per intero ma si conclude con l’idea che l’implicita grandezza che la retorica nazionalista affida al concetto lo renda perciò stesso inattaccabile, perché superiore alla possibilità altrui di comprenderlo. Ma Piretto smonta questo apparato mostrando come di anime russe ne esistano molte, al punto che per difendersene, nel nuovo Dizionario della lingua statale della Federazione Russa, i putiniani lo abbiano fatto sparire.
Non casualmente, se con tutte le sue torsioni e costruzioni politiche il termine anima russa si lega allo spazio sconfinato, proprio con il suo nome russo, Prostòr, si apre il libro. “Non solo lo spazio fisico sterminato della steppa, della taiga o della tundra”, scrive Piretto, “ma un orizzonte spirituale e psicologico senza limiti”. Passando dalle pianure mistiche di Tolstoj, all’afflato epico di Checov sino alla tormenta del romanziere Soròkin, quell’enormità tiene dentro uno stato di inquieta e perenne soggezione l’individuo, come un’autorità invisibile che impaurisce e pretende di sottomettere anche gli spazi liminali - l’Ucraina odierna ne è un esempio. Provincie, periferie, minoranze etniche e territori lontani, dalla densità abitativa degna di un deserto, vengono fagocitati dall’Impero con la forza e l’oppressione, che si tratti degli Zar, o di Stalin e Putin. All’antropologica fiacchezza oblomoviana, indifesa di fronte all’immensità del prostor, il potere risponde con il paternalismo autoritario e quando occorre violento della Grande Russia da “recuperare e proteggere”. Ecco come, e Piretto ci arriva per vie traverse ma molto seducenti, diventa evidente l’affiliazione putiniana a Stalin, non in nome del comunismo ma di un ordine imperiale, di una supremazia verso il resto del mondo - almeno, di quello occidentale. L’ex uomo del kgb che fa fortuna nel caos degli anni Novanta finendo a capo di una banda di gente che si arricchisce sulle macerie dell’Urss, pian piano crea un nuovo regime autoritario che passa attraverso la riscrittura di termini tipici della tradizione. Così neutralizza per esempio, o rivolta in chiave negativa, figure come Il folle in Cristo (Jurodivyj): sola possibilità, in un mondo che non concepisce la rivolta, di esibire un dubbio travestendosi da folle teatrante alla ricerca della verità profonda, e così di denunciare la protervia del potere. Di questo, ora, nella riscrittura putiniana resta solo la follia: da marginalizzare o utilizzare in guerra. Non dissimile la sorte dello Strannik (Pellegrino eterno): questa sorta di santo popolare, eternamente in viaggio, spesso un po’ toccato, molto amato dal popolo, si trasforma poi agli occhi del potere in un individuo pericoloso, ossia dopo il ’17 con il controrivoluzionario, e ora alla stregua di un alieno dall’ordine sociale perciò inviso anche alla Chiesa di Kirill, notoriamente alleato di Putin.
Non possiamo qui riassumere le 20 parole di Piretto; ma sono tutte da leggere. Per esempio Pošlost’, intraducibile come altre del libro (volgarità etica, banalità suggerisce l’autore). Già nelle lezioni di Nabokov appare chiara l’assonanza con il kitsch, riletto notoriamente da Kundera: il cattivo gusto ostentato ovunque dai poteri dittatoriali, per cui non fece eccezione Stalin: omissione della merda in favore di rappresentazioni edulcorate o banalmente sentimentali e retoriche, tipiche dei nuovi ricchi russi, il capo in testa, parvenu totalmente privi di ironia. Tutto ciò fa il paio con il Patriottismo monumentale (Monumentál’ny patriotízm), già evocato da Lenin, passato poi attraverso il realismo socialista e giunto fino ai nostri giorni. Ovviamente, in luogo del comunismo quel che si celebra ora attraverso statue, monumenti, strade etc. è il potere dello Stato patriottico e della Grande Madre Russia. E via dunque con Aleksandr Nevskij (ma c’era già stato Ėjzenštejn), Vladimir il Grande, Ivan il terribile (una statua di nove metri è stata innalzata nel 2025).
Come scrive Piretto in conclusione:
l’obiettivo era mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo.
Il libro è davvero imperdibile.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda
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