L’ambientazione del bellissimo e poco conosciuto racconto di Ignazio Silone Il lievito del cuore è un cosiddetto villaggio residenziale – denominato dallo scrittore Borgonuovo – qualche anno dopo quella riforma agraria che in Abruzzo fu affidata (con annessa opera di bonifica) all’Ente Fucino; in particolare, dal 1954, quando si prese tutto l’onere della gestione e della valorizzazione di quel territorio (separandosi dall’Ente per la colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale).
Il racconto apparve per la prima volta nel marzo 1956 sulla rivista “Prospettive Meridionali”, fu scritto per essere un soggetto cinematografico e premiato, nell’aprile dello stesso anno, in un concorso indetto dal Centro democratico di cultura e documentazione. Fu poi pubblicato dal noto critico siloniano Vittoriano Esposito nella rivista “Quaderni Siloniani” del 1997 e nel secondo volume dell’opera completa di Silone dei Meridiani, la cui prima edizione risale al maggio 1999.
“Il lievito del cuore”: ambientazione e protagonista
L’esordio è una sintetica ed efficace didascalia della scenografia: cinquanta case coloniche, ognuna con quattro alloggi, il piazzale, la fontana, una chiesa, una tettoia come deposito di macchine e arnesi da lavoro, dei cartelloni con i primi risultati della riforma agraria al Sud, nuove macchine agricole. I contadini discutono, molti credono che la cooperativa che hanno creato non potrà continuare a esistere, perché il raccolto è stato scarso e di cattiva qualità e servirebbe un camion che non possono comprare, né affittare.
Marco è un giovane vigoroso, che per farsi strada e guadagnare ha fatto anche il borsaro, ha un camion con cui porta avanti i suoi affari, crede nel profitto individuale. Il suo camion sarebbe utilissimo ai contadini, ma il giovane non ha mai voluto iscriversi alla cooperativa e rifiuta ancora la proposta di mettersi a sua disposizione e di lavorare a credito. Si accende un dibattito acceso che diventa rissa, nella quale ha la peggio il giovane contadino Achille, fratello di Silvia, fidanzata di Marco che rimedia anche un occhio nero.
Marco è il prototipo perfetto dei cafoni di Fontamara (prima della consapevolezza e della lotta), trasportati – poco più di un ventennio dopo la loro tragica storia – nel piccolo borgo della Marsica inventato da Silone e, come loro, compirà un percorso di scoperta della propria identità e di consapevolezza della dignità e dei diritti delle classi più umili; ma, diversamente da loro, non sarà costretto all’esilio e non morirà per aver protestato.
Marco, respinto da Silvia che, pur amandolo, non riesce ad accettare il suo egoismo e la sua noncuranza per la precaria condizione di quei contadini, continua a litigare perfino con alcuni di loro che vogliono abbeverare gli asini alla fontana e li allontana per rifornire d’acqua il suo camion.
Marco, però, subirà una progressiva metamorfosi che apparirà come l’evoluzione naturale di origini a lungo ignorate e venute a galla provvidenzialmente proprio quando la vicenda sembra declinare tragicamente verso la sconfitta delle rivendicazioni dei contadini.
Borgo Vecchio e la storia di Antonio
Il giovane è orfano di entrambi i genitori, di cui ha vaghe e imprecise notizie e, proprio in quella piazza, riconosciuto da quei contadini come il figlio di Antonio Orecchione, comincerà un’indagine che lo porterà a Borgo Vecchio, che sembra l’antica e sfortunata Fontamara sia nella topografia, sia negli antichi e rituali gesti, sia nella atavica rassegnazione dei volti dei paesani:
Sulla collina la terra è aspra e spoglia. Le case del villaggio sono povere, nere, affumicate; tuguri e stalle alla rinfusa. Il contrasto con Borgo Nuovo è impressionante. In una piazzetta un contadino sta battendo il granturco all’antica, col bastone; una donna ventila le lenticchie con la còscina. Si odono belare capre, piangere bambini. I vecchi sono seduti sulla soglia delle case e guardano Marco con indifferenza.
Marco incontrerà Biagio il canestraro, che gli parlerà di suo padre e del momento storico in cui visse:
«In quel tempo», racconta Biagio, «la vita era difficile per gli uomini onesti. Erano tempi di miseria. La filossera e la peronospera ci rovinarono. Si mangiava carne una o due volte l’anno. Si camminava scalzi; si risparmiava l’uso delle scarpe per le grandi occasioni. I giovani fumavano le foglie di granturco. Lavoravamo dall’alba al tramonto; eravamo pagati una miseria. Avevamo ancora i lumi a petrolio, gli aratri di legno. Chi poteva, scappava. A novembre, ogni anno si celebrava la “messa degli americani”, la messa di quelli che partivano per l’America. Ogni anno la chiesa era piena. I rimanenti ogni mattina si trovavano in piazza, in attesa d’un padrone o d’un fattore che li chiamasse per la giornata. Chi non era chiamato, si stringeva la cintola».
E il vecchio passerà presto alla storia di Antonio che, oltre a essere un giovane forte, generoso e di buona compagnia e un onesto lavoratore, era rimasto senza terra dopo un’alluvione. Dopo varie vicissitudini, venuto a conoscenza di leggi positive per i contadini poveri del Mezzogiorno – apprese lungo i sentieri della transumanza in Puglia – si diede da fare perché fruissero dell’esonero da certe tasse.
Il racconto dà l’occasione all’autore di parlare della nascita delle prime leghe dei contadini e di quella cooperativa che Marco avversava e che aveva cominciato a dare fastidio ai signorotti locali e ai loro affari fin quando – grazie all’impegno di Antonio – aveva contribuito a migliorare l’esistenza dei cafoni:
Da quel momento lo presero di mira, vigliaccamente, cercando di affamarlo. Nell’entusiasmo per il risultato della tassa, qui si formò una lega di contadini, e nella sede della lega si aprì una piccola cooperativa che rivendeva, quasi a prezzo di compera, alcuni generi di largo consumo come l’olio, il baccalà, lo zolfo per le vigne. Non era, in sé, nulla di straordinario. «Lo straordinario,» diceva Antonio, «è che siamo uniti e che ci consigliamo gli uni con gli altri».
Antonio non riuscirà più a lavorare a causa dell’ostracismo di padroni e fattori e sarà anche accusato di atti violenti e sovversivi, come l’incendio di un centinaio covoni, di cui era assolutamente innocente; subirà il carcere e, per lavorare e sposare la sua fidanzata, Assunta la tintora, sarà costretto a dimettersi dalla lega e a entrare al servizio proprio di uno di quegli spietati signorotti locali come guardiano, ma non ci resterà a lungo:
Guardiano era un modo di dire: poteva significare tirapiedi del fattore, ma anche mazziere. Quando una vertenza del padrone si complicava, il fattore diceva che sarebbe stata affidata al guardiano. Il giorno in cui vedemmo per la prima volta Antonio con fucile a tracolla, i gambali di cuoio e il berretto con la visiera, non credevamo ai nostri occhi. A dir la verità anche lui si vergognava. Se c’incontrava, scantonava o guardava altrove, benché nessuno osasse fargli dei rimproveri: anche lui doveva pensare ai fatti suoi. Ma per credere che egli potesse restare a lungo in quell’impiego, non bisognava conoscere Antonio. Egli poteva essere violento, ma non cattivo. Una notte scoppiò un incendio nella sede della lega. Le poche merci della cooperativa andarono distrutte. La mattina dopo Antonio riapparve in piazza senza fucile, né gambali, né berretto: si era licenziato dal posto che aveva. Subito se ne conobbe anche la causa: egli aveva rifiutato di prendere parte all’incendio della sede della cooperativa. Conosceva dunque gli incendiari e il loro mandante?
Antonio seguirà la stessa estenuante parabola di cruda e faticosa discesa agli inferi e ritorno di Berardo, l’eroe di Fontamara , fino al terribile epilogo che lo vedrà ammazzato a tradimento, quando Assunta da sette o otto mesi era incinta di Marco. Da allora, in paese le cose cambiarono in meglio grazie al suo sacrificio.
La storia di Assunta la tintora
Sarà poi un’altra voce narrante, quella di Francesca la saponara che, raggiunta da Marco, risponderà alle sue domande sulla madre del giovane, la sua migliore amica:
«Cosa vuoi? Chi cerchi?» gli domanda la vecchia. «Zia, conoscevi una certa Assunta la tintora, la moglie d’Antonio Orecchione?» gli domanda Marco. «Lascia stare i morti in pace». «Ti ricordi che Assunta aveva un figlio?». «Si, secondo la volontà del padre che era già morto quando partorì, lo chiamò col nome del nonno, Marco. È stato allevato in città, in un orfanotrofio, e pare che sia diventato un poco di buono». «Zia, non devi credere ai pettegolezzi». «No, no, me ne hanno parlato delle persone che lo conoscono. Sta ad Avezzano, ma bazzica molto a Borgo Nuovo. Pare che sia un vero farabutto, insomma il contrario del padre e della madre. «Non continuare, zia, perché Marco sono io».
Leggerete e noterete che la vicenda e la morte di Antonio ha molti punti di contatto con quella di Berardo, come quella di Assunta ne ha molti con la vita e la morte di Elvira (tra l’altro tintora come lei) in Fontamara:
Il parto che ti mise al mondo fu assai difficile. Il medico disse subito: «Non campa». Visse ancora, una settimana, ma con una straordinaria lucidità di mente. Sapeva di morire; la sua ansietà era per l’avvenire del figlio. Supplicò il curato perché lo facesse ricoverare in qualche istituto. Prima di morire, offrì la sua vita a Dio perché il figlio crescesse onesto come il padre. «Non m’importa se ricco o povero, ma che sia onesto», furono le sue ultime parole.
La metamorfosi di Marco e la conclusione del racconto
La vecchia e le sue parole saranno determinanti per la trasformazione di Marco: da giovane senza scrupoli pur di avere successo, a convinto sostenitore della necessità di continuare a far vivere la cooperativa, attivo e convinto attore del cambiamento. La svolta sarà chiara a tutti dopo un intervento pieno di passione, durante quella che avrebbe potuto essere l’ultima riunione della cooperativa.
Dopo attimi di sorpresa generale, il presidente lo invita a parlare, anche se Marco non avrebbe diritto di parola, in quanto non socio, e le sue parole sono cariche dell’efficacia che hanno tutte le parabole:
Egli chiede al presidente che lo lasci parlare. «Su che cosa?». «Contro lo scioglimento». «Ma tu non ne fai parte; anzi, ne sei stato il più accanito avversario». «Ho cambiato parere. Vi aderisco in questo momento. Cosa vi manca per continuare? Un camion con un autista? Io sto a vostra disposizione, col mio camion» [...]
«Sapete perché qui le cose vanno male?» dice Marco. «La colpa è di due categorie di uomini che, senza offesa, si possono chiamare con nomi di bestie: gli uomini-lupi e gli uomini-pecore. Gli uomini-lupi, anch’io sono stato finora uno di essi, sono gli egoisti assoluti, senza il minimo riguardo per il prossimo, quelli che stanno maggiormente bene se vedono che i loro vicini stanno male. Poi ci sono gli uomini-pecore, i passivi e gli indifferenti, quelli che sono cresciuti con gli aiuti ai terremotati, si sono messi a posto con i sussidi per le varie guerre, hanno tirato a campare con l’UNRRA, la Commissione pontificia, i quaccheri e considerano la riforma agraria come la manna che cade dal cielo e che perciò hanno l’abitudine di dormire supini con la bocca aperta. È possibile che le cose vadano bene con una maggioranza di uomini- lupi e di uomini-pecore? Sì, abbiamo ricevuto la terra, le macchine, i concimi, le case, ma non basta». «Cosa manca?» […] «Quello che manca», prosegue Marco, «me l’ha spiegato una vecchia contadina di Borgo Vecchio, che forse qualcuno di voi conosce, si chiama Francesca la saponara. Il governo vi ha dato la farina, m’ha detto Francesca, ma per fare il pane non basta, perché ci vuole il lievito che lo faccia ricrescere».
La vecchia saponara aveva anche spiegato a Marco il significato del lievito:
«Cosa intendi per lievito?» La vecchia indicò nella direzione del cuore. «Senza un po’ di cuore non si fa nulla di buono. In quello che l’uomo fa, il cuore è come il lievito nel pane, lo fa ricrescere…».
Ci sarà un lieto fine per la cooperativa e per la storia d’amore di Marco e Silvia?
Ci sarà un finale che è un nuovo inizio nella vita difficile e precaria di quei contadini di una contrada abruzzese del Mezzogiorno d’Italia, che avrebbero lottato ancora strenuamente per guadagnarsi condizioni dignitose e un’esistenza migliore; di nuovo finalmente e veramente consapevoli che solo uniti forse, un giorno, avrebbero vinto.
Il lievito del cuore si può leggere nei “Quaderni Siloniani” del 1997 e nel secondo volume dell’opera completa di Silone dei Meridiani del 1999.
In versione digitale e integrale è presente sul sito della Piccola Biblioteca Marsicana.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Il lievito del cuore”: un racconto di Ignazio Silone e i suoi legami con “Fontamara”
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