Milano - Galleria dell’Apollinaire - Vernissage - Giovanni Giudici poeta, foto di Carla Cerati via Wikimedia
Il 26 giugno 1924 nasceva Giovanni Giudici, uno degli ultimi grandi poeti della seconda metà del Novecento, un’epoca in cui la narrativa prende il sopravvento all’interno di un mercato editoriale sempre più in espansione e che penalizza gradualmente la poesia. Per questo molto spesso Giudici tende ad essere meno conosciuto rispetto ai grandi romanzieri della fine del Novecento. Nonostante ciò egli rimane uno dei più grandi testimoni del suo tempo, al punto da essere attuale anche oggi, grazie alla sua poesia semplice e sempre più lontana dalle dimensioni solenni e formali. In particolare, Giudici si fa portavoce dell’uomo moderno, del nuovo borghese-impiegato investito dalla modernizzazione che attraversa il nostro Paese nel secondo dopoguerra. L’utilizzo di un linguaggio quotidiano insieme alla vena provocatoriamente ironica tipica dell’autore (che si separa in questo modo da suoi contemporanei come Mario Luzi o Vittorio Sereni) descrivono le fragilità e il senso di rassegnazione del suo personaggio. Questi, infatti, nonostante manifesti dei tentativi di riscatto e cambiamento rispetto alla propria condizione, di cui, quindi, appare ben consapevole, rimane inerme accettando un’esistenza anonima e monotona.
Ricordiamo il celebre poeta ligure con la sua poesia Guarderò indietro, inserita nella raccolta del 1965 La vita in versi (a sua volta inserita oggi nell’edizione del 2021 di Mondadori Tutte le poesie).
Guarderò indietro: il testo della poesia
Guarderò indietro, non avrò più paura.
Dimenticare amici, dimenticare sventura
o ventura, non serve, cambiare accento,
sapere tutte le giuste notizie,dunque non serve. Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò… Ma qui un po’ di vento
già mi sbalestra, mi scopre se mi nascondo,mi coglie in fallo: basta un niente a tradirti,
e sbagliare da soli non dà esperienza.
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.
Guarderò indietro: commento della poesia
La memoria personale e il ricordo sono il fulcro della prima quartina, in cui Giudici subito rende evidenti le contraddizioni del miracolo economico di cui lui è testimone e portavoce, senza ergersi come poeta-vate, anzi, parlando in prima persona e ammettendo con consapevolezza la sua condizione.
Guarderò indietro, non avrò paura
“Dimenticare” il proprio passato ripudiandolo, infatti, è proprio il primo passo verso la dimensione di oblio e alienazione a cui è destinato l’uomo moderno e contemporaneo. Non bisogna mai dimenticare nulla: né dimenticarsi delle proprie radici (“cambiare accento”), né dei propri valori per ricordare tutte le notizie e informazioni superflue che saturano il mondo contemporaneo (“sapere tutte le notizie giuste”). Ben consapevole di tutto ciò, Giudici attinge alle sue radici e ai suoi valori di matrice social-comunista e lo fa non senza una certa ironia, che vanifica nuovamente ogni tentativo reazionario e liberatorio, dimostrando la passività dell’uomo contemporaneo:
Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò…
Tuttavia, il grigiore quotidiano viene ironicamente spezzato dalla presenza di un preciso riferimento temporale: il sabato sera, sinonimo di svago e mondanità, in cui l’ipocrisia del borghese progressista si rivela apertamente (“ma qui è già sabato sera”, v. 11). In questo modo la rassegnazione del personaggio di Giudici si rivela fintamente drammatica e sofferta, poiché usufruisce degli apparenti benefici derivanti dal “miracolo economico”:
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Guarderò indietro”: la poesia di Giovanni Giudici sull’inerzia dell’uomo moderno
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