Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la fine del secondo millennio. Gli ultimi spettacoli (1991-2003)
- Autore: Fabio Barbero
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Qualunquista è l’aggettivo squalificativo che ha accompagnato spesso Giorgio Gaber, il Gaber più polemico. Una calunnia: chi professava al vento cotanta convinzione mentiva per ragioni di partito sapendo di mentire. Riferito a Gaber “qualunquista” è una denigrazione pronunciata in malafede, in quanto Gaber è stato artisticamente contiguo all’impegno socio-politico, anche quando certi suoi "colleghi cantautori eletta schiera" (Guccini) hanno pensato bene di risciacquare i panni nell’ Arno della più innocua medialità.
Ho ultimato la lettura del terzo volume della trilogia redatta da Fabio Barbero per Arcana. Si intitola Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la fine del secondo millennio. Gli ultimi spettacoli (1991-2003) (Arcana, 2025), e mi rafforzo in questo convincimento.
È vero che fuori scena Gaber aveva un’indole generalmente “conciliante”, ma è vero anche che qualora avesse inteso la canzone come tranquillante per coscienze, sarebbe rimasto laddove lo aveva attestato il successo prima degli anni Settanta. Sarebbe rimasto cioè sulle sponde popolari di Mina, la RAI e la Torpedo blu. Per capirci. Con l’idea rivoluzionaria del Teatro canzone Gaber (con Luporini) ha invece abbandonato ogni confort zone, politicizzando progressivamente il discorso fino all’acme di Io se fossi Dio (1980), dies irae ad ampio raggio e preveggente sulle cancrene della politica e la pre-estinzione della così detta società civile. Per i miopi, o i distratti, o i demonizzatori per partito preso del Gaber più icastico: se gli anni Ottanta lo vedranno convogliare le tematiche sul privato e concentrarsi, in coda al decennio, in maniera esclusiva sulla prosa, la vocazione civile ne caratterizzerà gli spettacoli degli anni Novanta e primi Duemila. E non a caso. Il muro di Berlino era già crollato, il Capitale rodava la propria dittatura senza più contraltari ideologici, e l’Italietta dal canto suo era quella di Tangentopoli e della fine della prima Repubblica. Fine del ripasso artistico, ritorno al libro, tra i più interessanti, fra i diversi che ho letto sull’attore-musicista-cantante.
Proprio gli spettacoli del Teatro canzone di fine millennio costituiscono lo specifico del lavoro di Fabio Barbero, un lavoro di ricerca immane che ne giustifica la mole kinghiana (si staglia ben oltre le 400 pagine) e lo spessore storico-analitico dei contenuti. Il libro si impone dunque come saggio fondamentale: una disamina diligente su un periodo quasi sottaciuto dalla critica attuale, epitome della pigrizia che caratterizza i tempi mediatici, concentrati su tormentoni e stereotipia buone per masse di ascoltatori impigriti a loro volta (e pensare che c’era il pensiero).
L’esatto opposto di ciò che con merito pensa di fare, e fa Fabio Barbero con questo saggio; tenendosi, peraltro, alla larga da tentazioni apologetiche o incensazioni post-mortem che ormai non si negano a nessuno (quando è moda è moda):
Gaber ha vissuto con un certo disagio la prima parte della sua carriera. Non si sentiva libero di fare quello che voleva, non viveva volentieri certi compromessi che la sua natura cauta e conciliante quasi gli imponeva: partecipare a certi festival, presentare certe trasmissioni, incidere certi dischi. È stato quando ha potuto calcare le tavole del palcoscenico e guadagnarsi da vivere con il Teatro canzone che si è sentito davvero libero. Vista la sua mentalità da ragioniere (mai decisioni azzardate), questa mutazione non è avvenuta di botto, ma progressivamente. È soltanto a partire da Far finta di essere sani (1973-74) che, artisticamente parlando, si è reso indipendente [...] non è vero che l’artista milanese fosse lo stesso sul palco e fuori dal palco [...] A teatro si trasformava, diventava un altro, più cattivo, più indignato, più rabbioso, meno controllato, meno pauroso di quanto non lo fosse una volta uscito di scena [...] Sceso dal palco ritornava a essere conciliante, garbato, educato con tutti, ‘timoroso’ come diceva Luporini. C’erano atteggiamenti, posture, sfoghi che non appartenevano al Gaber uomo ma soltanto al Gaber attore. In particolare tutto il registro dell’indignazione e della rabbia.
Credo che proprio questo metamorfismo scenico autorizzi a tramandare Gaber come attore fra i più capaci della scena italiana. Oltre che come grande interprete e musicista. Le sue perfomance erano un autentico tour de force, anche dal punto di vista fisico. I suoi crescendo incalzanti, accorati contraltare alle stilettate più ironiche. Sottotraccia amarognole, talvolta persino dolorose, in quanto Gaber - con Luporini (fondamentale il suo contributo ai testi) - costringeva il pubblico più intelligente a sorridere amaro di se stesso e dei propri limiti.
Il Teatro canzone degli anni Novanta e gli ultimi cd che sono oggetto dell’analisi di questo libro, redigono in realtà il diario in progress della deriva nazionale (dalla rivoluzione mancata all’estinzione del pensiero) e dei vecchi e nuovi mostri che - fra vecchie morali (Non insegnate ai bambini) e nuove (dis)ideologie, in essa sopravvivono, fuori e dentro il parlamento e le stanze della politica
Io non mi sento italiano è il titolo dichiarativo, tranchant, (sacro)santo e benedetto, dell’ultimo cd di Giorgio Gaber. Un grido di dolore, un’estrema rivendicazione di autonomia di pensiero, un’antitesi all’italiano vero cutugnano, al tempo stesso. Un testamento ideale, infine; tutto mi pare tranne che il congedo postumo di un "qualunquista". L’ottimo saggio di Fabio Barbero mi sembra comprovare questo dato non da poco.
Giorgio Gaber, Gaber, Sandro Luporini e la fine del secondo millennio. Gli ultimi spettacoli (1991-2003)
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