Frutto marcio
- Autore: Lucio Fiorillo
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Con la sua settima pubblicazione, Lucio Fiorillo, autore acuto e dissacrante, ci consegna un’opera letteraria che soggioga il lettore, affrontando in modo inedito temi delicati e complessi con una scrittura potente e visionaria. Frutto marcio (Nonsolopoesie Edizioni, 2025) è una raccolta di due racconti brevi e folgoranti, che esplorano l’abisso dell’animo umano stanando fragilità, ferite, passioni e mancanze, trasfigurate in singolari percorsi di salvezza.
Il primo, Senza lacrime, è la storia di una rinascita in morte. Un uomo, una donna, il mare diventano i protagonisti di una battaglia invisibile combattuta strenuamente sull’orlo dell’abisso.
In una lucente mattina d’estate un uomo viene scosso da un urlo che accompagna il ritrovamento del corpo inerte di una donna sulla spiaggia. Profondamente turbato, avverte in quel viso senza lacrime tutto il dolore e l’inferno, e sovrastato dalla paura lui stesso vacilla.
Quella morte gli parlava della bellezza violata […] Bellezza come musica che mischia le carte, desiderio che riempie rughe di inconsapevolezza, tempo sottratto al tempo.
L’uomo prova trasporto per quella donna, ne immagina i sogni e i viaggi mai realizzati, il buco dentro l’anima, “e alla fine il buio che le era rimasto addosso come uno scialle”. Comincia così a porsi una serie di interrogativi sul significato della morte, e ripensa alla propria vita senza amore e senza Dio, alla sua anima portata addosso come fuoco spento, poiché da tempo lui non era più vivo. Una voce sembra cogliere i suoi dilemmi e comincia a parlargli del mondo e delle vicende umane, e gli racconta della sua notte eterna e della sua verità:
Io sono mare. Onda anomala in un universale piattume, deterrente e sprone, fratellanza ed estraneità, eleganza e volgarità.
Quella voce delirante, forse solo immaginata, pronuncia a un tratto delle parole che cominciano a martellargli nella testa e sembrano un invito: “lasciare andare l’onda”. Allora l’uomo capisce e raggiunge il corpo senza vita della donna.
Con tutta la forza che in una vita aveva trattenuto cominciò a spingere sul petto. […] Baciava quella bocca pensando alle bocche che per indolenza o spreco non aveva baciato, e baciava la sua vita e baciava il mondo intero. E baciò il mare che finalmente zampillò da quella bocca come una risata acuta, prima roca poi convulsa; continuò a baciare anche quando quegli occhi spenti si riaccesero e, in un moto di stranezza sembrò gli sorridessero.
Allontanato “l’animale della morte che pacificato si ritirava come una goccia in una gemma di luce”, cominciava il risveglio. Era l’inizio di una nuova vita.
Non si è mai attrezzati per cogliere l’inferno di una persona e la sofferenza straziante di chi decide di affrontare il viaggio senza ritorno, eppure Fiorillo, con grande abilità artistico narrativa, è riuscito a trasfigurare il disagio esistenziale in una storia sublime in cui anche la disperazione acquista una sua terribile bellezza.
Il secondo racconto, Frutto marcio, che dà anche il titolo al libro, è il diario autobiografico, introspettivo e struggente, di un uomo che analizza il rapporto con sua madre scavando nel proprio vissuto con un’indagine sottile e implacabile. Ѐ un viaggio doloroso nel tempo, che scandaglia le dinamiche di una relazione fuori dal comune perché priva di amore, e fondata su asprezze, mancanze, assenze. Ne emergono due personalità memorabili, distanti eppure affini, due ombre di cui l’una disegna la parabola esistenziale dell’altra, ma in direzione ostinata e contraria.
Ci siamo amati, difesi, cercati, delusi soprattutto e nonostante tutto conservati integri nella nostra incapacità di dimostrare affetto. Avresti desiderato un figlio diverso […] e invece hai dovuto assistere alla crescita del frutto marcio di una natura diversa.
In antitesi con la vita della madre, ordinata, irreprensibile e dedita esclusivamente a Dio e alla preghiera, il figlio, insofferente e ribelle, nega il divino con ogni mezzo terreno e segue un suo personale e libero sentiero che trova salvezza nei libri e nella scrittura. Come spiega l’autore nella sua nota introduttiva, la scrittura diventa un antidoto contro la morte. “Scrivere è pensare mentre cominci a morire. Ardere senza scomparire”.
Non c’è posto per l’amore e il calore dei gesti di affetto, così gli sguardi, le carezze e gli abbracci mancati diventano grumi di dolore che si sfaldano lentamente su uno sfondo sempre bianco, come il colore della neve, del gelo, del vuoto e del silenzio.
C’è neve in ogni tua immagine, c’è freddo in ogni angolo dei miei spenti ansiti, soffi di un vento gelido a scompigliare il desiderio febbrile di abbracci mai dati, mai avuti, mai richiesti.
Le tappe che hanno sancito la distanza, le aspettative deluse, i rifiuti, gli abbandoni sono schegge di vita sanguinanti di due solitudini che, soffocando il loro bisogno di attenzioni, si sono annientate entrambe: l’una nella preghiera, l’altra nella scrittura. Nel flusso dei ricordi non mancano però momenti toccanti di rara bellezza, scolpiti da un abile tiratore scelto di parole.
Eri bella con la tua faccia orientale, gli zigomi alti e gli occhi lunghi, l’incarnato perfetto, le labbra dipinte da una giovinezza fredda come i luoghi di nascita.
[...] In quelle notti invernali eri come una scia incandescente che mi indicava la strada. Ai bordi del buio navigavi, satellite sconosciuto, incontrando il mio stupore, guidandomi verso il cerchio lucente del tuo corpo e ammansivi in me ogni voce.
[...] Perché eri tu, per me, l’inarrivabile e sublime miracolo. Eri tu, per me, il mare: un pensiero ricorrente, l’elemento tragico del mio modo di conoscere, il perpetuo andirivieni della coscienza creativa, acqua da tenere sempre addosso sì da ravvivare corpo e sensi.
Frutto marcio è un urlo del cuore, una lacerazione interiore di fronte a un vuoto di amore incolmabile che segnerà l’intera esistenza di un uomo. Affrontare il rapporto con la figura materna significa sciogliere il nodo più profondo della propria vita, vuol dire risalire alle origini del proprio sguardo sul mondo, e talvolta la scrittura può aiutare a ricucire ciò che la realtà ha strappato. Forse ciò è accaduto in questo racconto, dove un canto dell’assenza e della mancanza paradossalmente appare come un tenero e struggente omaggio d’amore filiale:
Ti immagino alla finestra mentre cade la pioggia sulle tue rose; ora il profumo ha una stagione diversa e ogni goccia porta il nome di un giorno della vita. Rabbrividisco insieme ai fiori nel tenue spegnersi della luce. È in fondo solo una sera di pioggia, e ogni petalo si regala il vento.
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