Quando i nostri amici e i nostri familiari cercano di incoraggiarci ci siamo spesso sentiti dire la celebre frase fortuna ed ardir vanno spesso insieme, un motto di cui cerchiamo qui di capire il significato e di riscoprire l’origine.
Sono soprattutto le persone di una certa età e di buona cultura a recitare, in alcune occasioni, questo proverbio che si presenta per la prima volta tra le battute di una pièce teatrale e che ricorda da vicino l’espressione latina audentes fortuna iuvat.
Se ci chiedessimo, poi, chi ha detto per primo il noto aforisma fortuna ed ardir vanno spesso insieme, per avere una risposta soddisfacente dovremmo interpellare non solo la letteratura ma anche la storia antica dal momento che l’opera lirica nella quale questa frase compare inizialmente è dedicata ad un personaggio storico e alle sue gesta.
Riscopriamo allora insieme il significato e l’origine del motto fortuna ed ardir vanno spesso insieme e chi l’ha detto per primo.
Cosa significa fortuna ed ardir vanno spesso insieme?
Questa locuzione aulica ed elegante esprime la convinzione che la buona sorte, la fortuna, arrida più facilmente a chi dimostra un temperamento sfidante e propositivo, a chi mette tutto il suo impegno in ciò che fa e compie scelte che gli impongono di mettersi in gioco e, talvolta, di rischiare.
Si tratta, certo, di due termini molto generici, che possono essere declinati in modalità e contesti molto differenti. Possiamo, infatti, intendere la fortuna come il successo lavorativo, un guadagno o un altro risultato di natura economica oppure, anche, come la buona riuscita di un rapporto amicale o sentimentale.
Lo stesso vale per il secondo termine in gioco: l’ardire che possiamo declinare come coraggio, come azzardo, come determinazione o, anche, come una apprezzabile sfacciataggine che, a volte, si rivela assai efficace per far valere le nostre ragioni di fronte a chi ci considera poco o per nulla.
In ogni caso, sia che si tratti di una questione professionale, di un impegno finanziario o di legami affettivi l’associazione stabilita dall’aforisma fortuna ed ardir vanno spesso insieme è chiara: è chi osa ad avere la meglio, a vincere, a raggiungere il suo obiettivo.
La frase ha tono scopertamente esortativo: serve per incoraggiare qualcuno, giovane o meno che sia, per sostenere chi si accinge a iniziare un’attività lunga e impegnativa, o, anche, per rincuorare chi dimostra un atteggiamento timoroso e sfiduciato, chi non si sente all’altezza del proprio compito o ha l’impressione di essere sopraffatto dagli eventi e dalle circostanze. Proprio per questo è molto probabile che a pronunciarla siano i genitori o i nonni, persone navigate o uomini d’esperienza.
Di certo il proverbio fortuna ed ardir vanno spesso insieme ha dei precedenti importanti: anche nella cultura latina, infatti, ritroviamo frasi dal significato affine che ben comprendiamo se teniamo presente che i Romani erano una civiltà di guerrieri e conquistatori, uomini intrepidi e valorosi ai quali di certo il coraggio e la voglia di rischiare, per vincere i nemici e allargare i confini dell’impero, non mancava.
In latino, infatti, troviamo il motto audentes fortuna iuvat (la fortuna giova agli audaci) che richiama da vicino il significato del nostro modo di dire, ma anche la locuzione memento audere semper (ricordati di osare sempre), riattualizzata da Gabriele D’Annunzio all’inizio del secolo scorso, in occasione della prima guerra mondiale, sempre con il chiaro intento di infondere coraggio ai combattenti italiani.
Infine, dobbiamo ricordare che anche nel linguaggio più prosaico e colloquiale troviamo frasi dal significato molto simile, è il caso del proverbio: chi non risica non rosica.
Fortuna ed ardir vanno spesso insieme: chi l’ha detto?
Il celebre motto fortuna ed ardir vanno spesso insieme compare per la prima volta nel Temistocle (atto I, scena XIV), un melodramma che Pietro Metastasio scrisse nel 1736 , in una forma lievemente più letteraria e altisonante:
“fortuna ed ardir van spesso insieme”
Poeta, drammaturgo e grande innovatore del melodramma italiano, Pietro Metastasio (pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, Roma, 3 gennaio 1698 – Vienna, 12 aprile 1782) racconta, in quest’opera, la storia del grande condottiero ateniese Temistocle. Uscito vincitore dalla Battaglia di Salamina (480 a.C.), Plutarco lo descrive come
"l’uomo che più di tutti contribuì alla salvezza della Grecia"
per il grande merito di aver respinto i persiani di Serse. Grande stratega e abile condottiero navale, Temistocle era, però, anche un uomo orgoglioso, vanesio e arrogante che, dopo il successo militare, compì scelte politiche che gli attirarono molte gelosie e gli fecero perdere il favore del popolo. Ciò portò alla sua caduta e all’esilio. Nonostante questo, Temistocle – e qui sta il suo ardire – seppe risollevare la sua sorte in Asia Minore dove guadagnò i favori e le simpatie di Arteserse, il nuovo sovrano persiano figlio di Serse, che, prima della sua morte, lo nominò governatore della città di Magnesia.
Metastasio nel suo dramma canta le ultime vicende (largamente romanzate) della vita di Temistocle, tormentato dalla nuova impresa di fronte al quale lo pone la sorte: il re persiano lo mette a capo dei suoi eserciti per compiere contro i greci una vendetta che Temistocle, dovrebbe condividere, perché ingiustamente esiliato. Temistocle, per non scontentare il suo benefattore e, allo stesso tempo, per non apparire come un traditore della patria, decide di avvelenarsi, ma poco prima di compiere il gesto estremo viene salvato dallo stesso re che, innamorato della sua fedeltà e desideroso di emularne il comportamento, promette di realizzare la pace che fino a quel giorno, pur essendo stata tanto agognata, era sembrata impossibile.
In questo contesto, in una scena del primo atto, Sebaste, consigliere e confidente del re, riflette in solitudine sull’intrigo che sta architettando ai danni del sovrano: è consapevole dei rischi che potrebbe correre ma, d’altra parte, si rende conto che un’azione temeraria potrebbe consegnargli anche il trono, la sua è una speranza “ardita” ma, d’altra parte, guardando alla figura di Temistocle, non può che ammettere:
“ma fortuna ed ardir van spesso insieme.
Fu troppo audace, è vero,
chi primo il mar solcò,
e incogniti cercò
lidi remoti.
Ma senza quel nocchiero
Sì temerario allor,
quanti tesori ancor
saríano ignoti!”
Il dramma per musica Temistocle, risale al suo periodo viennese, e appartiene a una serie di opere realizzate per il teatro imperiale frequentato da Carlo VI d’Asburgo. Il testo scritto da Pietro Metastasio venne musicato da Antonio Caldara, un celebre compositore italiano che era vicemaestro di cappella nella corte austriaca, mentre il libretto fu stampato da Giovanni Pietro van Ghelen.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Fortuna ed ardir vanno spesso insieme: significato e chi l’ha detto
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