Negli scorsi anni, nei dibattiti sulle scelte etiche, si è tornati insistentemente a riflettere sul dilemma del carrello o problema del carrello ferroviario, soprattutto alla luce della nascita delle cosiddette auto autonome, autovetture senza un pilota umano che sono (o saranno) guidate dall’intelligenza artificiale.
Il dilemma del carrello, o trolley problem, venne formulato per la prima volta nel 1967 dalla filosofa inglese Philippa Ruth Foot, una studiosa di etica che rifletteva sull’aborto e, più in generale, sul duplice effetto (abbreviato in DDE o PDE) ovvero su situazioni che associano un nostro atto, in linea di principio legittimo, con un effetto che saremo obbligati ad evitare.
Il problema del carrello ferroviario, anche grazie alle tante varianti messe a punto da Foot e da studiosi successivi, ci porta a riflettere non solo sull’ammissibilità di alcune azioni-limite ma anche sui tanti risvolti psicologici che possono essere richiamati da una situazione estrema o da una circostanza in cui siamo chiamati a decidere in tempi estremamente rapidi.
Proprio per questo analizziamo insieme il dilemma del carrello o problema del carrello ferroviario, cercando di comprenderne la spiegazione e l’eventuale soluzione.
Il dilemma del carello: formulazione del problema
Immaginiamo che una locomotiva o un carrello ferroviario si stiano muovendo su dei binari e che i suoi freni siano stati manomessi. Il convoglio, dunque, non può arrestarsi ma può solo essere indirizzato su un secondo binario che si innesta sull’altro, grazie a una biforcazione.
Sul troncone principale sono presenti cinque persone che, a causa dello spazio ristretto e del tempo ridotto, non riescono a scansarsi e sono quindi condannate ad essere travolte.
Sul binario secondario, invece, è posizionata una sola persona.
Il treno potrebbe essere dirottato sul percorso secondario solo attraverso uno scambio che potrebbe essere azionato mediante una leva, in prossimità della biforcazione. Immaginiamo che vicino a questa leva si trovi un osservatore consapevole della situazione e delle sue conseguenze.
Cosa dovrebbe fare, allora, l’osservatore? Egli potrebbe decidere di rimanere uno spettatore passivo della situazione e lasciare che il treno prosegua il suo corso sul binario principale, condannando a morte certa cinque persone, oppure potrebbe decidere di agire e tirare la leva, azionando così lo scambio e condannando a morte certa una sola persona, con un’azione deliberata.
Philippa Ruth Foot presentò questo dilemma etico in un articolo dal titolo Il problema dell’aborto e la dottrina del doppio effetto e lo utilizzò per criticare la posizione di Tommaso d’Aquino: il dottore della chiesa aveva sostenuto, infatti, che un’azione immorale, come ad esempio l’omicidio, può diventare lecita se, tra i suoi effetti, comporta un bene superiore al male causato.
Le varianti del problema del carrello ferroviario
Il nostro dilemma etico, anche grazie a un articolo della studiosa Judith Jarvis Thomson (1976), divenne oggetto di tanti studi successivi e diede vita a una letteratura a sé stante, dove comparivano di volta in volta varianti sempre più paradossali e sfidanti che ponevano al lettore nuovi dilemmi morali, dal momento che all’osservatore erano richieste azioni di volta in volta più radicali.
La stessa Thomson, nella sua variante dell’uomo grasso, ipotizzò la presenza di un solo binario sul quale erano posizionate cinque potenziali vittime, sul binario, stavolta privo di deviazioni, si trovava un ponte e sul ponte si trovava un uomo grasso che avrebbe potuto bloccare il convoglio se fosse stato spinto sui binari da un osservatore posizionato alle sue spalle.
È evidente che in questo caso l’azione richiesta all’osservatore è non solo più diretta e immediata ma ha una chiara connotazione immorale, dal momento che si tratta di un crimine vero e proprio, seppur giustificabile alla luce delle vite che, qualora fosse effettivamente agito, consentirebbe di salvare.
In altre formulazioni del trolley problem si prevedeva che quest’uomo grasso fosse un criminale – elemento che, probabilmente, rendeva più giustificabile il suo omicidio – oppure si prevedeva la presenza di un anello ferroviario sul era posizionato l’uomo grasso o, ancora, si immaginava che la deviazione ferroviaria, pur consentendo di salvare la vita delle nostre cinque vittime, avrebbe obbligato il treno a contrarsi con un altro carrello ferroviario che sarebbe deragliato e avrebbe causato la morte di un attonito spettatore posizionato nei pressi di un campo, poco distante dallo snodo dei binari.
Spiegazione del dilemma etico del carrello
Alla luce delle varianti descritte sopra è chiaro che, sebbene il risultato finale dell’azione sia sempre lo stesso, ovvero salvare cinque vite umane, le variabili che di volta in volta entrano in gioco sono molto differenti e non chiamano in causa solo l’etica ma anche fattori di natura psicologica.
Qual è, ad esempio la differenza tra l’originale formulazione del problema del carrello ferroviario e la variante dell’uomo grasso? Ovviamente la fisicità dell’azione, dal momento che decidere di tirare una leva appare ai più come un’azione necessaria, alla luce delle circostanze concomitanti, mentre spingere un uomo da un ponte, sebbene il risultato ottenuto alla fine sia il medesimo, sembra essere un gesto al quale pochi si presterebbero davvero perché penserebbero di commettere un omicidio.
Altri interrogativi li pongono le varianti successive: se quell’uomo grasso fosse un criminale incallito sarebbe più giustificabile sacrificarlo in nome della vita di cinque innocenti? E se al posto dell’uomo grasso ipotizzassimo la presenza di un bambino grasso o del nostro migliore amico? Ci determineremmo davvero all’azione o non rimarremmo forse impietriti, bloccati nell’impossibilità di fare alcunché?
E, ancora, se al posto del nostro carrello ferroviario ci fosse un’auto guidata da un’intelligenza artificiale, cosa deciderebbe di fare se, all’improvviso, si trovasse di fronte degli anziani che attraversano la strada con il semaforo rosso? Li investirebbe? Oppure devierebbe il proprio corso investendo dei bambini che sono fermi in prossimità del semaforo? O, ancora, sbanderebbe evitando così di investire sia gli anziani che i bambini seppur mettendo a rischio la vita dei passeggeri?
Problema del carrello ferroviario: qual è la soluzione?
Il dilemma del carrello ammette molteplici soluzioni che chiamano in causa fattori di natura molto diversa.
Potremmo dapprima considerare il versante etico della questione e ammettere, in un’ottica utilitaristica, che la scelta migliore è quella di massimizzare il bene a fronte del male minore, da questo punto di vista, allora, saremo obbligati a tirare la leva e a uccidere la sola persona posizionata sul binario secondario pur di salvare le altre cinque. Dal punto di vista etico, però, questa non è l’unica soluzione ammissibile, dal momento che i critici dell’utilitarismo potrebbero a buon diritto opporre che entrambe le alternative portano alla morte di qualcuno e, quindi, qualunque fosse la decisione saremmo costretti a compiere un’azione immorale. Da quest’ultimo punto di vista, quindi, il trolley problem appare indecidibile.
Se, invece, considerassimo la questione e le sue varianti dal punto di vista psicologico comprenderemo facilmente che la massimizzazione del beneficio a fronte del male minore è un criterio insufficiente per determinare le nostre azioni. Qui, infatti, giocherebbero un ruolo decisamente più determinante gli attributi emotivi che assegniamo alla persona condannata a morire, qualora tirassimo la leva, o che dovremmo spingere dal ponte: il criminale grasso, allora, ci sembrerebbe più sacrificabile di un qualsiasi altro soggetto ma, soprattutto, del nostro amico.
Quel che in realtà entra in gioco nelle nostre valutazioni sono i nostri bias cognitivi, ovvero i pregiudizi che distorcono il nostro pensiero e il nostro modo di guardare agli altri e al mondo, facendoci assegnare un’importanza maggiore a persone con precise caratteristiche rispetto ad altre che ne sono sprovviste. Un salutista che ogni mattina esce presto di casa per andare a fare jogging, ad esempio, potrebbe ritenere l’uomo grasso più sacrificabile per il solo fatto che non condivide il suo stile di vita, e anche nell’esempio dell’incrocio una persona giovane potrebbe ritenere più giustificabile l’omicidio degli anziani; similmente, una persona che disprezza gli immigrati potrebbe decidersi più facilmente a investire una donna che veste l’hijab piuttosto che una che ne è priva.
Ciò è confermato da evidenze empiriche: nel 2017, infatti, la Commissione Etica del Ministero tedesco dei trasporti pubblicò, per prima, delle linee guida per istruire le intelligenze artificiali in merito alla guida autonoma e alle situazioni estreme che si sarebbero potute configurare, imponendo sia la priorità delle vite umane su quelle animali e vietando discriminazioni in base al genere, all’età o ad altre caratteristiche personali.
Di contro, un’indagine empirica svolta nell’anno successivo in molti paesi nel mondo e pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, dimostrò che la maggior parte degli intervistati non condivideva i principi alla base delle linee guida:
- molti partecipanti ritenevano più sacrificabili gli anziani perché avevano deciso di attraversare con il semaforo rosso;
- altri avrebbero sacrificato la vita di un animale per salvare un essere umano qualunque ma non un criminale;
- altri ancora avrebbero sacrificato più volentieri persone appartenenti a classi sociali più basse;
- gli intervistati europei, poi, mostravano una tendenza maggiore all’indecisione e all’inazione, al fine di evitare responsabilità dirette, differenziandosi, così, sia dagli orientali che preferivano salvare gli anziani o i pedoni, sia dai latino-americani che, invece, assegnavano un’importanza maggiore alle donne, ai bambini o a individui con uno status sociale più elevato.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il dilemma del carrello o problema del carrello ferroviario: spiegazione e soluzione
Lascia il tuo commento