Walter Benjamin ritratto in una biblioteca, © Helvetiafocca / CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
È un caleidoscopio dalle continue sfumature e dagli infiniti riflessi il pensiero di Walter Benjamin, autore eclettico e vulcanico che oltre che filosofo fu nella sua vita critico letterario, traduttore e giornalista.
Adombrato da un triste destino e sottostimato per una scrittura frammentaria, talvolta allusiva e oscura, Walter Benjamin è stato a lungo ritenuto un personaggio di second’ordine che gravitava attorno alla Scuola di Francoforte, mentre negli ultimi decenni le sue opere hanno goduto di un’attenzione e di un interesse crescenti da parte di studiosi italiani e internazionali.
Nei suoi scritti emergono infatti, come suoi tratti distintivi, la capacità di accostare temi e motivi anche molto distanti tra loro – dall’epistemologia, all’estetica, dalla teoria del linguaggio alla filosofia della storia, fino al messianismo e al marxismo –, l’acutezza delle analisi sociologiche e la profonda carica premonitoria: ciò rende ancora oggi il pensiero di Walter Benjamin non solo di grande attualità ma indispensabile per comprendere il mondo che tutti noi abitiamo.
Nella giornata di oggi, 15 luglio, ricorre la nascita di Walter Benjamin: ne riscopriamo insieme la vita, l’opera e il pensiero.
La vita e le opere di Walter Benjamin
Appartenente a una famiglia dell’alta borghesia ebraica - il padre era antiquario e mercante d’arte - Walter Benjamin (Berlino, 15 luglio 1892 – Portbou, 26 settembre 1940) dopo aver frequentato il ginnasio a Berlino trascorse due anni in Turingia, dove sperimentò il nuovo modello pedagogico di Gustav Wyniken. Tornato nella capitale tedesca, completò gli studi secondari e avviò l’attività pubblicistica. Già dal periodo universitario sono molti i pellegrinaggi di Benjamin di città in città (Friburgo, Monaco, Berna) dove conosce esponenti di primo piano della cultura del suo tempo (Rickert, Geiger, Scholem).
Dopo la laurea in filosofia, con una tesi sul Concetto di critica nel romanticismo tedesco (1919), di nuovo a Berlino, Benjamin vive un periodo particolarmente prolifico dal punto di vista creativo, nonostante i ripetuti fallimenti personali come la turbolenta fine del matrimonio con Dora Kellner e la mancata abilitazione all’insegnamento universitario a Francoforte, dove il suo lavoro sull’Origine del dramma barocco tedesco viene seccamente rifiutato. In questi anni, oltre a fondamentali lavori di critica letteraria come quello su Le Affinità elettive di Goethe, stringe relazioni con intellettuali quali Ernst Bloch, Franz Rosenzweig, Theodor Adorno, Erich Fromm e, a Capri, si innamora della rivoluzionaria e drammaturga russa Asja Lacis che, insieme a Bertold Brecht, lo avvicinerà al marxismo.
Costretto a mantenersi con l’attività di critico letterario, recensore e giornalista radiofonico, a partire dagli anni Trenta intensifica la sua collaborazione con l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, prima in Germania e poi, dal 1933, a Parigi dove è costretto a emigrare a causa dell’ascesa al potere di Hitler. Di questi anni sono gli importanti saggi su Kafka e Baudelaire, di cui tradurrà molte opere.
Anche se Parigi diventa la sua seconda patria, oltre che l’oggetto privilegiato della sua riflessione, nel 1940, a causa dell’occupazione nazista, Benjamin decide di tentare la fuga in Spagna dove avrebbe potuto imbarcarsi per gli Stati Uniti e raggiungere tanti suoi connazionali. Giunto a Portbou, in Catalogna, viene fermato dalla polizia locale, convincendosi così che sarà catturato dalla polizia spagnola e riconsegnato alla milizia francese, per questo sceglie di darsi la morte con un’overdose di morfina, purtroppo inutilmente perché i suoi compagni di viaggio riuscirono a imbarcarsi e ad espatriare.
Oltre a quelle già citate, tra le opere principali di Walter Benjamin segnaliamo:
- L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936);
- Il Passagen-werk (una vasta opera su Parigi capitale del XIX secolo, a cui lavorò negli ultimi dodici anni della sua vita, che non completò mai e che venne salvata solo grazie all’intervento di Georges Bataille che ne nascose i manoscritti nella biblioteca nazionale di Parigi);
- le Tesi sul concetto di storia (composte tra il 1939 e il 1940, possono essere considerate il suo testamento spirituale).
Walter Benjamin e la teoria dell’arte
L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è lo scritto più noto, letto e ristampato di Walter Benjamin, un classico irrinunciabile soprattutto per gli studenti di scienze della comunicazione, per quella perdita dell’aura che ne costituisce il tema centrale.
L’autore nota, infatti, che le opere d’arte dei secoli precedenti, dagli albori della civiltà greca fino all’Ottocento, erano caratterizzate dall’aura: letteralmente si tratta di quell’alone luminoso che contorna le figure, in particolare quelle sacre, anche se Benjamin intende con questo termine l’unicità dell’opera d’arte, la sua irripetibilità e, in qualche modo, la sua sacralità. Una è la porta di Ishtar; unici sono la Pietà e il Cristo velato, irripetibili sono il Narciso di Caravaggio e la notte stellata di Van Gogh. Anche la fruizione di questi capolavori, nei secoli precedenti, si configurava come un evento eccezionale, alla portata solo dei pochi che potevano viaggiare o recarsi nei maggiori musei o nelle capitali europee.
Il Novecento, con il suo avanzamento tecnico, ha reso possibile la riproduzione tecnica su larga scala delle opere d’arte (Benjamin ha in mente la litografia e, soprattutto la fotografia e il cinema), mettendoli a disposizione di un vasto numero di persone mediante una serie potenzialmente illimitata di copie (basta pensare a una canzone caricata su una qualsiasi piattaforma online o alle pellicole dello stesso film, che circolano contemporaneamente in diversi cinema); ciò ha determinato la perdita dell’aura, ovvero la fine dell’unicità delle opere d’arte e della tradizione da cui esse sono sorte.
Questo nuovo scenario porta con sé il rischio che l’opera d’arte si trasformi in merce, un bene di consumo o, al limite, un oggetto di divertimento che, lungi dall’essere ancora un’occasione di conoscenza e riflessione critica, rende il fruitore, o lo spettatore, completamente passivo. Non a caso all’inizio del Novecento i nuovi mezzi di comunicazione furono usati anche come strumento di indottrinamento e di dominio delle masse. Nonostante questo, il giudizio di Benjamin non è del tutto negativo verso le nuove forme d’arte, dal momento che egli intravede in esse, soprattutto nel cinema, anche un mezzo in grado di risvegliare gli istinti rivoluzionari delle masse: le arti oltre a favorire un’accettazione acritica della realtà, infatti, possono anche porsi criticamente nei confronti di essa e sollecitare a una presa di coscienza che abbia come suo scopo quello di contrastare la barbarie e di realizzare un cambiamento.
La critica del capitalismo in Walter Benjamin
Appassionato collezionista di libri sull’infanzia e di oggetti desueti Benjamin era un materialista sui generis perché credeva che il senso di un’intera epoca potesse essere ricostruito proprio guardando ai suoi manufatti e anche ai suoi scarti. Egli – soprattutto nell’opera dedicata ai Passages di Parigi – riflette con sguardo critico su questi oggetti – réclame, strade, vetrine, merci – al fine di ritrovare sotto questi che sono i tratti caratteristici della capitale francese, e allo stesso tempo del capitalismo avanzato, i segnali di una crisi imminente.
Benjamin, a differenza di Marx, non è interessato ai rapporti di produzione che consentono di creare le merci perché intende queste ultime come il luogo in cui si concretizza e prende forma il desiderio. Egli vede Parigi come il luogo in cui il progresso si è realizzato compiutamente: nelle sue vetrine è disponibile ogni genere di merce ma, in realtà, questa metropoli è solo una grande illusione, una continua fantasmagoria. In questa grande allucinazione (che è anche quella del nostro mondo) acquistare una merce sembra garantire la felicità, tuttavia è il progresso stesso con i suoi ritmi sempre più accelerati, con le sue immagini choccanti (all’inizio del Novecento quelle delle vetrine, oggi quelle dentro i cellulari) a ipnotizzare il passante rendendolo del tutto passivo e, in ultima analisi, reificandolo. Benjamin avrebbe voluto liberare l’uomo da questa dittatura della produzione, evitare che i suoi fossero desideri imposti dall’esterno, così da permettergli di ricostruire un rapporto nuovo con gli oggetti che, perciò, avrebbero dovuto soddisfare i suoi bisogni, e non asservirlo a un’immagine predefinita della felicità.
Walter Benjamin e la filosofia della storia
Scrive Benjamin nella XIII Tesi sul concetto di storia:
“L’idea di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile dall’idea che la storia proceda percorrendo un tempo omogeneo e vuoto. La critica all’idea di tale procedere deve costituire il fondamento della critica all’idea di progresso”.
Il progresso, e con esso il capitalismo, dà luogo a un tempo omogeneo e vuoto, dove le stesse cose si ripetono, sempre uguali a sé stesse: è il tempo della catena di montaggio del sistema tayloristico fatta di movimenti parcellizzati e identici ma anche quello delle mode che ciclicamente ripropongono le medesime tendenze.
Per sfuggire a questa configurazione del tempo la complessa e suggestiva filosofia della storia di Benjamin chiama in causa l’infanzia, dove il bambino era ancora libero di provare un desiderio autentico, foriero di vera felicità, e la memoria che permette di ricordare i momenti cruciali della storia dell’uomo, nel quale era possibile progettare un futuro diverso.
Soprattutto, nelle Tesi sul concetto di storia, Benjamin oppone al capitalismo il connubio di due strumenti che sembrano quanto mai lontani, il materialismo e la teologia, raffigurati con la curiosa metafora dell’automa e del nano, che apre lo scritto (Tesi I).
In altri termini Benjamin crede che il tempo possa essere pensato come una serie di istanti e afferma che il Messia può presentarsi in ciascuno di essi: con questa affermazione egli rifiuta la visione continuistica del tempo propria dello storicismo, e l’idea che la storia sia finalizzata a un progresso a venire. Come mostra anche la celebre immagine dell’Angelus Novus, o Angelo della storia (Tesi IX) quello che viene chiamato progresso è in realtà un cumulo di macerie.
In ogni istante allora, la classe rivoluzionaria, che agisce come vendicatrice delle precedenti generazioni di vinti, se non si abbandona all’acedia, alla rassegnazione, ed esercita la sua prontezza di spirito, riesce a intravedere, tenendo presente il passato che “reca con sé un indice temporale che lo rimanda alla redenzione” (Tesi II) e mostra circostanze in cui gli eventi avrebbero potuto avere altro corso, occasioni di cambiamento che possono mutare il destino di un’intera epoca.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Walter Benjamin: vita, opere e pensiero
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