C’è un silenzio attorno alla morte, oggi. Non il silenzio sacro, quello che accompagna la soglia, ma un vuoto sonoro fatto di notifiche, scadenze, frenesie. È un silenzio che sa di rimozione. La morte, nella nostra epoca iperconnessa, non è più un evento collettivo: è un’assenza privata da occultare, un tabù nuovo che ha preso il posto di quello antico del sesso. Ne parliamo meno che mai, eppure la lasciamo affiorare ovunque, dissimulata nei linguaggi della tecnologia, nei fantasmi digitali che popolano le nostre timeline. È su questa contraddizione - tra oblio e ipervisibilità - che si muove il pensiero di Davide Sisto, filosofo e tanatologo, ospite a Pordenonelegge con un incontro che affronta uno dei nodi più scomodi e più necessari del nostro tempo: che cosa significhi morire nell’era digitale. L’autore, fra i maggiori studiosi italiani del rapporto tra morte e tecnologia, presenta in questa occasione il suo ultimo libro, Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT (Bollati Boringhieri, 2025), un saggio che esplora le metamorfosi del lutto e della memoria nell’era dell’intelligenza artificiale, tra desiderio di eternità e necessità di oblio.
Sisto appartiene a quella rara schiera di studiosi capaci di parlare di morte senza retorica, e di farlo con un’attenzione minuta all’esperienza umana. Nei suoi libri (La morte si fa social, Ricordati di me, Porcospini digitali) ha costruito una vera mappa dei territori dove vita e tecnologia si sovrappongono, spostando l’asse del discorso: non più la morte come istante biologico ma come evento culturale, come esperienza sociale e psicologica che l’era digitale sta trasformando in profondità.
Oggi, dice Sisto, non scompariamo davvero. Ci smaterializziamo. Il corpo si dissolve, ma le nostre tracce restano: immagini, parole, voci, post, chat, video, like. Frammenti sparsi che continuano a parlare in nostra assenza. Così i social network, nati per raccontare la vita, finiscono per custodire i morti: “tombe digitali” dove il tempo si ferma e ogni anniversario si accende di commenti, cuori, fotografie che tornano in superficie come reperti. È il lutto 2.0, collettivo e ipermediato: piangiamo scrivendo, condividendo, reagendo con un’emoji. Elaboriamo la perdita in pubblico, ma senza più separare la società dei vivi da quella dei morti: come se abitassero la stessa piazza, eternamente accessibile attraverso uno schermo.
Questa sospensione della fine è insieme una forma di consolazione e una minaccia sottile. Ci rassicura sapere che qualcosa di chi amiamo rimane, ma ci intrappola nel passato, in un eterno presente che non conosce oblio. Dove un tempo c’era il gesto del chiudere una porta, ora c’è uno scroll infinito. È quello che Sisto chiama “foreverismo”: l’illusione che nulla debba finire. In questo orizzonte, persino lo smartphone diventa una “transportal home”, una casa-portale che seppellisce l’essenza fisica e conserva quella digitale. Questo Black Mirror intuito dalla letteratura è già immaginato nella cinematografia, che immagina la resurrezione digitale. Wonderland (2024), film sudcoreano di Kim Tae-yong, ci pone la domanda con il suo “If you think it’s real, then it is” (“Se pensi sia reale, allora lo è”). Ma quando il confine tra “vita che resta nel ricordo” e “vita che si vive con una presenza digitale” diventa impercettibile? È proprio qui che Sisto coglie il nodo più delicato: possiamo voltare pagina se chi amiamo continua a parlarci? Possiamo guarire, se non possiamo separarcene?
Perché, ricorda Sisto, la morte ha un ruolo: quello di voltare pagina. È doloroso, ma necessario. È la frattura che permette alla vita di ricominciare. L’illusione digitale di un contatto perpetuo rischia di negare questa funzione, lasciandoci sospesi in un limbo di presenza senza corpo e senza tempo. Non è solo un problema psicologico: è culturale, etico, persino politico. Chi controlla quelle tracce? Chi decide cosa viene conservato e cosa no? E soprattutto: possiamo davvero considerare “umano” un ricordo generato da una macchina?
Sisto non demonizza la tecnologia, anzi. Ne riconosce il potenziale consolatorio, terapeutico, commemorativo. Ma invita a ripensarne i limiti, a restituire alla morte il suo spazio simbolico, la sua funzione di soglia. C’è un’etica della misura, rara e urgente. Sisto ci ricorda che la morte non è il contrario della vita, ma la sua condizione: solo chi sa che finirà può scegliere davvero, amare davvero, vivere davvero. Nel mondo dove i profili social sopravvivono ai corpi e gli algoritmi promettono conversazioni con i morti, il suo sguardo appare rivoluzionario nella sua semplicità: non basta restare, bisogna anche sapere andarsene. La vera eredità non è lasciare tracce immortali, ma insegnare a chi resta a vivere senza di noi.
Bisogna restituire alla morte la dignità del suo silenzio e ridare all’uomo il diritto a scomparire, conclude Sisto, scegliere di non restare imprigionati per sempre in un simulacro e concedere al mondo la possibilità di ricominciare.
- Autore: Davide Sisto
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Bollati Boringhieri
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788833944487
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT
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