Sulle spalle dei giganti (ADD Editore, 2018, traduzione di Alessandra Maestrini) è un libro su un periodo d’oro di Harlem e della sua storia che mai nessuno aveva scritto prima, dal cabaret di Eddie Murphy all’attivismo politico di Marcus Garvey ispirato a Malcolm X, dall’innovativo Louis Armstrong alla musica di Prince. Un luogo che ha influito sulla personalità del nostro autore e su quei valori che lo hanno motivato per il suo futuro. Kareem Abdul-Jabbar, nato Ferdinand Lewis Alcindor, nato ad Harlem nel 1947, è stato uno dei più grandi giocatori della storia della pallacanestro statunitense, professionista nella NBA, e allenatore; e anche uno degli attivisti più autorevoli in tema di integrazione e libertà. Il suo libro è stato scritto a quattro mani con Raymond Obstfeld, scrittore americano di saggistica e narrativa nonché professore di inglese all’Orange Coast College della California.
Sulle spalle dei giganti è un libro autobiografico che l’autore ha dedicato a coloro che hanno avuto il coraggio di partecipare alla grande migrazione del popolo nero nel 1920 verso le città dell’America settentrionale, nel tentativo di realizzare il sogno americano. Il quartiere di Harlem, tra il 1920 e il 1940, ha vissuto il rinascimento, la Harlem Renaissance, per merito di grandi artisti, scrittori, musicisti e atleti che si impegnarono in una rivoluzione culturale. Gli intellettuali che promossero la nuova Harlem avevano una missione: l’America bianca era prevenuta nei confronti degli afroamericani, che riteneva inferiori, e l’unico modo per convincerli era eccellere in tutto. Artisti, scrittori, musicisti, rivendicarono la propria dignità e la libertà d’espressione, celebrando il loro legame con l’Africa.
Il rinascimento di Harlem ridefinì una nuova cultura, in particolare una nuova storia afroamericana che travolse il giovane Kareem. Storie straordinarie di giganti, come la squadra di basket della Harlem Rens che, nel tempo, lo avrebbero aiutato a capire che tipo di atleta sarebbe diventato.
Il mio contributo alle culture afroamericana e americana consiste nel comunicare ciò che ho imparato dalla mia prospettiva di persona; nell’utilizzare le parole per creare un paio di gigantesche spalle sulle quali qualunque lettore possa salire.
Vengono citati musicisti come Duke Ellington e Bessie Smith, che gli hanno dato il piacere della musica nera, e scrittori come Langston Hughes, poeta e attivista che sapeva descrivere la crudezza della vita di Harlem, e Zora Hurston, scrittrice e antropologa, “che aveva due pubblici differenti da conquistare, il lettore bianco e il lettore maschio, sia bianco che nero” e le cui letture lo hanno successivamente incoraggiato alla scrittura. E poi l’amore per il jazz, insegnatogli dal padre, una parola che significava molto di più di una stanza fumosa, era un modo di vedere e vivere la vita, una musica che sapeva entrare nell’anima.
L’impatto che il jazz ha avuto su di me è stato enorme. Ha punteggiato la storia della mia maturazione, dall’infanzia all’età adulta. Ogni evento importante della mia vita è associato nei ricordi a un brano jazz. Il jazz mi ha reso anche un giocatore di basket migliore.
Fin dall’inizio del XX secolo Harlem era la capitale dell’America nera; a nord di Central Park e dei quartieri della classe medio alta dei bianchi, un confine oltre il quale i neri non erano benvenuti. I bianchi accettavano il loro miserevole destino ed erano i solo clienti nei night di alta classe tra jazzisti e ballerine nere come il Cotton Club. Nella Harlem di tutti i giorni i neri lavoravano, cucinavano, andavano in chiesa e seppellivano i loro cari tra la segregazione razziale e il razzismo.
Ignorare Harlem e gli afroamericani dell’intera nazione era all’ordine del giorno per la maggior parte dei politici.
Nel 1947, l’anno in cui nacque il nostro autore, la Harlem era vissuta dall’America bianca come “qualcosa di primitivo”. Erano le strade di Malcolm X e di Martin Luther King, che quando parlava faceva davvero sembrare tutto possibile, “persino una comunità in cui gli uomini potevano vivere insieme senza paura”. Kareem frequenterà l’università a Los Angeles, nel mentre il rinascimento in Harlem terminava la sua popolarità tra i bianchi: meno editori per scrittori neri, meno dischi di musicisti neri, meno commedie di autori neri a Broadway, meno commissioni ad artisti neri. L’amore per lo sport fin da bambino lo aveva avviato inizialmente al baseball, ma fu la storia sportiva dei Rens e degli Harlem Globetrotters a entusiasmarlo e a volerlo far diventare un giocatore di pallacanestro. Lo sport, la musica, la cultura: l’Africa come fonte di orgoglio. Il nuovo nome, Kareem Abdul-Jabbar, ha rappresentato la trasformazione avvenuta in sé e un nesso alla storia della Harlem Renaissance. Alcindor era un nome da schiavo delle piantagioni di cotone, portato in America dalla famiglia di origine, e volle convertirsi all’Islam nel 1968. Alle Olimpiadi in Messico gli Stati Uniti vinsero l’oro nel basket, ma Kareem con un gesto forte lo rifiutò per protesta contro la discriminazione razziale nel suo Paese e per l’assassinio di Martin Luther King.
Sulle spalle dei giganti è un’intensa e straordinaria lettura che diviene un viaggio personale nella vita e nel mondo di Kareem attraverso uno dei più grandi movimenti politici, culturali, letterari e artistici della storia mondiale. Un mondo che poggiava sulle spalle di giganti dell’arte, della letteratura, della musica, rivoluzionari come i leader carismatici delle battaglie per i diritti civili Martin Luther King e Malcom X, che tanto hanno contribuito alla fine della segregazione razziale e alla speranza di una nuova era.
- Autori: Kareem Abdul-Jabbar e Raymond Obstfeld
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Add editore
- Anno di pubblicazione: 2018
- ISBN: 9788867831593
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Sulle spalle dei giganti. La mia Harlem: basket, jazz, letteratura
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