Il volume Seneca e Faust. Dialoghi sulla morale tra origini e decadenza di Andrea Carandini (Rubbettino, 2025) rappresenta un’opera di notevole ambizione intellettuale, un ibrido tra saggio filosofico, dialogo letterario e autobiografia intellettuale. L’autore, archeologo classico di fama internazionale, utilizza la forma del dialogo immaginario tra il filosofo stoico Lucio Anneo Seneca e la figura simbolica di Faust, archetipo della modernità, per condurre un’indagine serrata sulla natura della morale, sul destino dell’uomo e sulla crisi del mondo contemporaneo. Il libro non è una semplice esposizione dottrinale, ma un percorso di pensiero che, attraverso un confronto serrato tra epoche diverse, mira a costruire un’archeologia e una futurologia della coscienza morale.
L’opera è strutturata in tre parti distinte, ciascuna con una funzione specifica nel disegno complessivo dell’autore. La prima parte, Seneca e Faust, dialoghi I-XVI, è guidata da Seneca, che introduce Faust (e il lettore) alla saggezza del mondo antico, alle sue virtù, ai suoi vizi e alle sue tragedie. La seconda parte, Faust e Seneca, dialoghi XVII-XXVI, inverte i ruoli: Faust conduce Seneca attraverso le scoperte e le aporie della modernità, dall’evoluzionismo darwiniano alla psicanalisi freudiana, dalla fisica quantistica alla crisi della tecnica. La terza parte, L’archeologo nel retroscena, è la più personale e diretta, dove Carandini, deposta la maschera dei personaggi, espone le sue riflessioni e il suo punto di vista di studioso del passato e critico del presente.
Questa struttura triadica non è casuale. Il dialogo, forma antica per eccellenza, diviene lo strumento per un’operazione di "cortocircuito" temporale, come l’autore stesso lo definisce. Carandini non si limita a confrontare due epoche, ma le fa interagire, le mette in tensione, per far emergere le contraddizioni e le continuità del pensiero morale. Il metodo è quello dell’analogia e della logica, due modi del pensiero che, secondo l’autore, sono complementari e in perenne tensione. L’analogia, con la sua capacità di connettere il noto all’ignoto, permette di gettare ponti tra mondi distanti; la logica, con il suo rigore, impedisce che queste connessioni si dissolvano nell’indistinto. È un metodo che Carandini, da archeologo, applica con maestria: come nello scavo stratigrafico si distinguono i vari livelli di una città sepolta, così nel dialogo si distinguono i vari strati della coscienza morale, dalle sue radici antiche alle sue diramazioni moderne.
La prima parte dei dialoghi è un affresco potente e talvolta spietato della Roma giulio-claudia, un’epoca di tirannide, di intrighi di corte e di crisi morale. Seneca, nelle sue vesti di filosofo e consigliere imperiale, è il testimone e la vittima di questa decadenza. Attraverso le sue parole, Carandini ricostruisce il pensiero dello stoico romano, affrontando temi universali come l’ira, la clemenza, la brevità della vita, la provvidenza e la felicità. Seneca emerge come un personaggio complesso, lacerato tra l’ideale filosofico e la realtà del potere. La sua riflessione sull’ira, ad esempio, non è solo un trattato morale, ma una sottile analisi psicologica del potere tirannico, che egli vede all’opera in Caligola e Claudio. La sua teoria della clemenza, esposta nel dialogo omonimo, è un tentativo di porre un argine morale all’arbitrio del principe, un tentativo destinato a fallire di fronte alla follia di Nerone. Carandini non nasconde le contraddizioni di Seneca: la sua ricchezza, il suo coinvolgimento nella politica, il suo stesso "salterellare" tra filosofia e azione. Eppure, proprio in queste contraddizioni, il filosofo appare umano e, in un certo senso, moderno. La sua ricerca di una "vita ritirata" e la sua meditazione sulla morte, alla fine dei dialoghi, segnano il culmine di un percorso di saggezza che è anche un percorso di liberazione interiore.
Un aspetto particolarmente interessante di questa prima parte è la ricostruzione del contesto storico e culturale in cui Seneca operò. Carandini, con la precisione dell’archeologo e la sensibilità dello storico, rievoca la Roma del I secolo d.C., con i suoi palazzi, i suoi templi, le sue strade affollate, ma anche con le sue tensioni politiche e sociali. La descrizione della Domus Aurea di Nerone, con le sue sale rotonde e ottagonali, i suoi soffitti stellati e ruotanti, è un esempio magistrale di come l’erudizione possa diventare narrazione vivida e coinvolgente. Carandini non si limita a descrivere i luoghi, ma li fa rivivere, li rende personaggi del dramma che si svolge tra Seneca e Faust.
Faust, in questa prima parte, è una figura curiosa e interrogante. Rappresenta l’uomo moderno che si accosta al passato con ammirazione ma anche con la consapevolezza della distanza incolmabile che li separa. Le sue domande, talvolta ingenue, talvolta provocatorie, servono a mettere in luce gli aspetti più problematici del pensiero antico: la sua accettazione della schiavitù, la sua svalutazione delle donne e dei bambini, la sua concezione di un universo statico e gerarchico. Faust è il portavoce di una sensibilità diversa, segnata dall’evoluzionismo, dalla psicanalisi e dalla democrazia, che non può più accettare la metafisica senecana senza sottoporla a critica. Eppure, nonostante le differenze, tra i due si instaura un dialogo fecondo, fatto di rispetto reciproco e di curiosità intellettuale. Seneca è affascinato dalle domande di Faust, che lo costringono a ripensare le sue certezze; Faust è affascinato dalla saggezza di Seneca, che gli offre strumenti per comprendere meglio il presente.
Nella seconda parte, il testimone passa a Faust, che conduce Seneca in un viaggio attraverso le rivoluzioni scientifiche e filosofiche che hanno trasformato il mondo negli ultimi due millenni. È qui che il libro si fa più denso e complesso, toccando questioni di grande attualità come la natura dell’inconscio, il rapporto tra emozioni e ragione, il ruolo della tecnica e la crisi della morale. Faust spiega a Seneca che l’uomo non è più al centro dell’universo, che la terra non è immobile al centro del cosmo, che la specie umana è il prodotto di una lunga evoluzione e che la sua mente è abitata da forze inconsce che sfuggono al controllo della ragione. La scoperta dell’inconscio, in particolare, è presentata come una svolta epocale. Faust, seguendo le teorie di Freud e dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco, delinea una nuova topografia della psiche, in cui l’inconscio non è più un semplice "rimosso", ma una funzione strutturale dell’essere, caratterizzata da una logica simmetrica e da una tendenza all’infinito. Questa logica, che ignora il principio di non-contraddizione, è in perenne tensione con la logica asimmetrica della ragione cosciente, che divide, analizza e distingue.
Il dialogo tocca anche il tema delle emozioni e dei sentimenti, che Faust, sulla scia di Spinoza e del neuroscienziato Antonio Damasio, considera non come passioni da reprimere, ma come funzioni essenziali dell’organismo, finalizzate alla sua autoconservazione. Questa visione si contrappone radicalmente a quella stoica, che vedeva nelle passioni una malattia dell’anima. La morale, quindi, non può più essere fondata sulla soppressione delle emozioni, ma sulla loro educazione e sul loro bilanciamento con la ragione. Faust insiste sulla necessità di una "ragione che si avvale della forza delle passioni costruttive", un concetto che egli riprende da Spinoza e che costituisce una delle chiavi di volta del suo pensiero.
Un altro tema centrale di questa seconda parte è quello delle emozioni negli animali. Faust, citando l’etologo Frans de Waal, mostra a Seneca che gli animali non sono automi guidati da istinti fissi, ma esseri capaci di provare emozioni, di stringere legami affettivi, di cooperare e di riconciliarsi. Questa scoperta, che rivoluziona il rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ha importanti implicazioni morali: l’uomo non è più l’unico detentore della vita emotiva e morale, ma è parte di un continuum naturale in cui le differenze sono di grado, non di sostanza. Faust arriva a sostenere che solo il rossore, espressione del senso di colpa e di vergogna, è esclusivo della specie umana, e che proprio in questa capacità di provare vergogna risiede il nucleo della morale.
Infine, Faust affronta il tema della tecnica, che nel mondo contemporaneo non è più un semplice strumento, ma un fine in sé, una forza totalizzante che rischia di asservire l’uomo e di svuotare la sua vita interiore. La tecnica, con la sua efficienza e la sua capacità di soddisfare i desideri immediati, si sostituisce alla morale e alla cultura umanistica, generando un senso di vuoto e di scontento diffuso. La critica di Faust alla società contemporanea è feroce: la scuola è in rovina, la classe dirigente è inadeguata, i giovani sono prigionieri di un narcisismo illimitato e di una ricerca ossessiva del piacere. La tecnica, egli sostiene, è diventata il "vitello d’oro" intorno al quale tutti siamo prostrati, un idolo che esige sacrifici umani, come dimostrano le nuove forme di dipendenza, di alienazione e di infelicità che affliggono le società più avanzate.
La terza parte del libro è la più personale e, in un certo senso, la più commovente. Carandini, l’archeologo, scava nel proprio passato e nelle proprie esperienze per trovare una risposta alla crisi del presente. Egli si rifà a figure come Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer e Viktor Frankl, che hanno saputo mantenere la loro umanità e la loro dignità di fronte all’orrore del nazismo. La loro testimonianza dimostra che la morale non è un’illusione, ma una forza radicata nell’essere umano, capace di resistere anche nelle condizioni più estreme. Carandini propone una "morale rigenerata", che non sia né un ritorno al passato né un’adesione acritica al progresso, ma una sintesi tra antico e moderno. L’uomo, egli sostiene, è un essere "bi-logico", in cui coesistono una parte emozionale e inconscia, che tende all’infinito e all’indistinto, e una parte razionale e cosciente, che tende al finito e alla distinzione. La morale deve saper armonizzare queste due parti, trovando un equilibrio tra l’aspirazione alla totalità e la necessità del limite. La tecnica, che ha assunto un ruolo dominante, deve essere ricondotta al suo ruolo di strumento, subordinata a fini più alti, che riguardano la vita intera, non solo la sua efficienza.
In questa parte, Carandini riprende e approfondisce il tema del "periodo assiale" di Karl Jaspers, il momento storico (intorno al VI secolo a.C.) in cui, in diverse civiltà del mondo, emerse per la prima volta la coscienza morale come la conosciamo oggi. Egli cita le figure di Solone, Buddha, Confucio, Lao-tzu e i profeti giudaici, che, pur in contesti diversi, giunsero a formulare principi etici universali come la regola d’oro. Questo "periodo assiale" rappresenta per Carandini un momento di svolta nella storia dell’umanità, un salto evolutivo che ha reso possibile la convivenza civile e la ricerca della giustizia. Oggi, egli sostiene, siamo di fronte a una nuova sfida: quella di estendere la morale non solo a tutti gli uomini, ma a tutta la vita sul pianeta, in un nuovo "periodo assiale" che tenga conto delle scoperte della scienza e delle esigenze della biosfera.
La figura di Dioniso, il dio della contraddizione e dell’ebbrezza, è centrale in questa parte del libro. Carandini vede in Dioniso l’anticipazione divina di quella "bi-logica" che caratterizza l’essere umano, la compresenza di opposti che non si escludono ma si integrano. Dioniso è il dio dell’estasi e dell’orrore, della creazione e della distruzione, della vita e della morte. In lui, come nell’inconscio di Matte Blanco, i contrari si fondono e si confondono, sfidando il principio di non-contraddizione. La morale, per Carandini, non deve rimuovere questa dimensione dionisiaca, ma integrarla, riconoscendo che l’uomo è un essere complesso, fatto di luci e di ombre, di ragione e di passione.
Carandini, con la sua prosa elegante e densa, la sua erudizione vastissima e la sua passione civile, ci offre una lezione di umanità e di saggezza. La sua voce, che emerge potente nella terza parte, è quella di un "archeologo del presente", che scava nel passato per trovare le radici del nostro malessere e le possibili vie d’uscita. La sua conclusione non è un’utopia, ma un appello alla responsabilità individuale e collettiva, alla riscoperta di quei valori morali che, soli, possono dare un senso alla nostra vita e salvare la nostra civiltà dalla deriva dell’edonismo e del nichilismo.
Il libro si chiude con un’immagine di grande suggestione: l’autore che, terminato il libro, si immagina seduto tra i floridi acanti sotto una volta semicrollata del Palatino, a guardare un cielo che ora si fa nero, lanciando fulmini argentei, e ora s’illumina, trafitto da aurei raggi. È un’immagine che riassume il senso dell’intera opera: la ricerca di un equilibrio tra le forze opposte della vita, tra il caos e l’ordine, tra la passione e la ragione, tra il passato e il futuro. Un equilibrio precario, sempre in bilico, ma proprio per questo vitale e umano.
- Autore: Andrea Carandini
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Seneca e Faust. Dialoghi sulla morale tra origini e decadenza
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