- Autore: Maria Silvia Vaccarezza
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Fandango Libri
- Anno di pubblicazione: 2026
Mi capita più spesso di quanto la mia memoria possa testimoniare, riportandone a galla alcuni esempi: se a colazione una notizia (specie se di quelle divisive, complesse, spesso brucianti, ora afferente alla semplice cronaca ora alla geopolitica, ma comunque all’apparenza fra le più urgenti) ha fatto capolino sullo schermo del mio cellulare e mi è successo di citarne il titolo e il riassunto al mio compagno, passerò la giornata a condividere con lui, e a ricevere da parte sua, brevi reel o puntuali post che possano aiutarci a trovare sane coordinate per discuterla, sviscerarla e capirla. Un’analisi a mozzichi e bocconi, costruita fra visualizzazioni di cinquanta secondi durante le pause sigaretta al lavoro. Ma che fierezza potermi dichiarare aggiornato sul polverone della mattinata e citare, semmai dovesse capitarmi di parlarne la sera con gli amici, fonti autorevoli, magari cercando fra gli elementi salvati proprio quel contenuto che mi ha illuminato. Eppure, a ben pensarci, i dubbi che dovrebbero attraversarmi la mente sono più che amletici: sono sicuro della capacità analitica di quella fonte, che ha espresso la propria opinione ad appena due ore dallo scoppio dal caso? E mi son realmente chiesto se talaltra fonte, solitamente esperta di questo e quest’altro campo, abbia le capacità analitiche per bene indirizzarmi in riferimento a un caso che, CV in mano, non gli compete? E c’è un briciolo di pentimento, se rifletto sul giudizio che ho dato, foss’anche soltanto a mente, all’opinione espressa da un politico del partito opposto al mio sul solito, aggiornatissimo suo profilo X? L’ho davvero letta, quella sua (a priori orripilante, che non può essere altrimenti, ne sono sicurissimo!) opinione? “Navigare l’influsfera” (questo è il titolo del primo capitolo) vuol dire calpestare quotidianamente un campo minato, dove le insidie insieme degli utenti e dei fornitori di contenuti sono in agguato a ogni angolo; è utilissimo e caldamente consigliato, per un uso più consapevole dei social, leggere Santi influencer. L’etica ai tempi dei social di Maria Silvia Vaccarezza, edito da poco nel catalogo Fandango libri.
L’autrice, professoressa associata di Filosofia morale all’Università di Genova, mette su un vademecum che compie alcune importanti operazioni (definire alcune categorie, mostrare gli automatismi ai quali nessuno è esente, proporre preziose opzioni) sulla “ribalta degli influencer e il loro ruolo nel forgiare l’immaginario etico dei loro follower via social”. L’essere umano è sempre andato alla ricerca di un esempio da emulare, di una guida alla quale affidarsi, per farsi forte di un ipse dixit; da sempre ci sono stati santi, eroi e saggi, “chi, cioè, eccelle in altruismo, chi in coraggio, chi in conoscenza”. Ma come muoversi nell’onnipresente sfera social, che forgia ogni singola ora del nostro quotidiano e ogni singolo tassello della nostra stessa esistenza politica?
Dopo aver illustrato le sottigliezze e le differenze degli individui con un numero più o meno ampio di follower, fra “influencer moralmente attivi” e “influencer morali” (e poi ancora “influattivisti” e “creator”), Maria Silvia Vaccarezza fa una panoramica non qualitativa ma sistematica delle modalità con le quali ci approcciamo tutti, creatori e fruitori, alla condivisione e creazione di morale sui social. Non qualitativa, ripetiamolo; ciò che infatti può facilmente sconvolgerci è notare come determinate dinamiche si instaurino lungo tutto lo spettro e si ripropongano uguali ai poli opposti, tanto da poter mettere all’interno dello stesso capitolo gli esempi di Andrew Tate e Vera Gheno.
Le tendenze umane, che la tecnologia social non ha modificato quanto sfruttato e portato al parossismo, hanno creato un ambiente dalle mille problematiche e soprattutto estremamente polarizzato. Prima fra tutte la conseguenza dell’umanissimo “bias di conferma […] [il] bel noto fenomeno per cui le persone mostrano una chiara inclinazione a privilegiare le informazioni che sostengono le loro idee preesistenti, ignorando o valutando con maggiore diffidenza quelle che le contraddicono”, che crea divisioni e impermeabilità fra le bolle dentro le quali ognuno e ognuna di noi si trova incatenato, e che tende a dare man forte alla “nostra mente tribale”.
Dovremmo, da utenti, ricordare che la posizione etica e politica che preferiamo è un’opzione bisognosa di ragioni e argomentazioni, da ricercare magari in fonti di informazione più tradizionali e meno mordi e fuggi; […] che venire a contatto con posizioni anche solo leggermente diverse non rischia di infettarci, ma semmai di confermarci in ciò che pensiamo, o modificarlo se necessario; che il confronto con chi è altro da noi, anche dialettico, è sempre utile; […] che dubitare del guru non è peccato, eresia o insubordinazione: è legittimo esercizio di sospensione del giudizio, sana pratica epistemica che ci tutela da un dogmatismo polarizzante e poco fruttuoso.
Fra divisività, shitstorm, “squadrismo digitale”, sovraccarico informativo, ipocrisia e molto altro, quello delineato in queste pagine è un ambiente estremamente inquinato, dove la radicalizzazione è spesso la fossa nella quale è più facile sfociare. Ma l’analisi dell’autrice è assai preziosa proprio perché, accanto a una spiegazione chiara e lineare, non è esente da proposte e aperture alla speranza, dimostrandosi non disfattista e, proprio per questo, ancora più profonda. Non a caso, le parole che abbelliscono le ultime pagine e la conclusione sono “integrità”, “responsabilità”, “attenzione, capacità di giudizio, autocontrollo, cura, empatia, coraggio e civiltà” (che sinfonia che ne viene fuori, a leggere questi lemmi ad alta voce, l’uno accanto all’altro) e accompagnano un invito al quale siamo tutti chiamati a rispondere, opposto alla (impossibile) fuga dagli schermi:
un generale invito a coltivare quella che potremmo chiamare educazione digitale. Un’educazione che […] deve necessariamente confrontarsi anche con le implicazioni etiche ed epistemiche del mondo nuovo che abitiamo. Per rendere la proposta più concreta, la si può utilmente declinare non in un decalogo, ma almeno in una serie di atteggiamenti o caratteristiche personali – la tradizione li chiamerebbe virtù – che è alla portata di chiunque (creator, influencer, utente, educatore) coltivare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Santi influencer. L’etica ai tempi dei social
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