Per me è difficilissimo parlare di Odissea, l’immensa e gigantiaca opera di Christopher Nolan, tratta dal celebre poema di Omero, per tanti motivi.
Scriverò senza pose: ammetto di aver fatto il classico, ma non vedo mai cinema pensando che sia filologia classica, e non sono un esperto di cinema o di Nolan. Messe le mani in avanti con queste premesse, ecco alcune considerazioni sul film.
Il tema della colpa nell’Odissea: come Nolan reinterpreta il mito di Omero
Per uno che ha studiato greco (quindi una fetta elitaria e pretenziosa, e spesso non del tutto sana, di acquirenti di biglietto per il film o di scrollatori di reel-trailer), il rischio è che Omero, e l’intera opera dell’VIII secolo prima di Cristo (fatemi un po’ flexare), affondi in nome di elucubrazioni nolaniane sul tempo, la colpa, lo spazio, i buchi neri, Einstein, Batman. O in polemiche di marketing stucchevoli e un po’ orchestrate.
E invece Omero sta in piedi, ed è già una notizia, immenso come il Cavallo dell’inganno, fatto con la chiglia della nave nell’Odissea cantata e in quella cinematografica.
Cura del dettaglio e poi scardinare ogni dettaglio con frasi moderniste: questo è Nolan, troppo americano, direbbe qualcuno nostrano, ma anche fedele al suo percorso, che piaccia o meno.
Come contesto, sappiate pure che l’Odissea per gli americani è una storia non così comune e conosciuta, e pure per molti mediterranei figuratevi, sennò certi spiegoni non si capiscono.
Fuori, sulla sua spiaggia di 3 ore di film incessante, Nolan ci regala Nolan del 2026, e un po’ lo stesso Nolan: un regista che oramai ha paronoie con gli attori, con IMAX e le pellicole e i robottoni animatronici, ma è soprattutto ossessionato dal concetto di colpa, di identità dopo la colpa, soprattutto la colpa di essere un uomo più immenso e geniale e profondo di ogni altro uomo. I numeri primi, in qualche modo, sono maledetti. Non dagli dei assenti, ma dalle loro stesse azioni. Oppenheimer, Odisseo, io, te, se avessimo più neuroni o un elmo in testa.
Omero sta in piedi in certi dettagli. Certo, il classicista che ho seppellito a fondo (come avevo già fatto per Troy) mi sussurra che la colpa di Odisseo non è tanto l’eccidio, ma il sentirsi superiore agli dei. Concetto accennato ogni tanto da Matt Damon, che ha l’aria di uno che ha corso un’ultra maratona e poi un’hyrox e poi una Spartan Race, misto angoscia, ma mai veramente focalizzato. Gli dei contro cui ribellarsi, di fatto non ci sono.
L’Odisseo umano e tormentato nel film di Nolan
Odisseo - non me lo fate chiamare Ulisse, almeno questo concediamolo al Classico! - è sfida continua agli dei pur di salvarsi e salvare i suoi uomini nell’opera millenaria. Solo che per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo: come Troia cade a pezzi e gli dei in cielo non ci sono più ad arrabbiarsi. Spariscono del tutto. Solo Atena rimane (e nemmeno del tutto, come avrete visto).
Nolan questo lo fa dire talmente tante volte da far venire uno sturbo, ripete continuamente e snocciola questa legge di Zeus sull’ospitalità, rispettare il sacro ospite che forse cela un dio, forse perché talmente lontana dall’uomo moderno – americano – che spara ai ladri in giardino (nella migliore delle ipotesi) da doverla dire e dire e dire allo sfinimento, per sentirla un po’ più vera e credibile, in un’epoca in cui di fatto per molti è surreale o folle.
Nolan ci sta regalando un pezzo della nostra epoca ed è essenziale quando si ripropone un grande classico, saperlo mangiare.
Ho difficoltà a parlare di Odissea perché ci ho visto qualcosa di Omero e mi sento in colpa.
Omero sta in piedi perché è talmente iper moderno e antico come l’uomo stesso nei suoi istinti, psicologie più profonde e psichiatrie più azzardate, che Nolan può re-interpretarlo ed essere salvato lui stesso da Omero.
Dalla sua non esistenza di aedo (ok, Omero non è veramente esistito, ma è condensato di tradizioni orali diverse di posti diversi) che è mille aedi, riesce a sollevare questo film, e come un famoso rigore parato in Inghilterra da Almunia, come un famoso eroe sulle mura a picco di una prigione abissale, a tramutare una possibile débâcle clamorosa in un contropiede alla nostra vita, in un gol nella nostra profondità.
Un tonfo forte e secco, come l’aedo di Nolan Travis Scott che batte il ritmo del nostro tempo di avidi pretendenti a un trono che non ci appartiene.
Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, ma tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi e sotto aurora dita di rosa di tutto quello che è sacro, caro, bellissimo e lontanissimo, giorni e giorni di navigazione. Chi siamo noi di fronte al crollare di tutto questo? Cosa ci rimane e rimane di noi? Tante domande per un solo film, ma sono le domande che mancano, tra le altre cose, ai nostri tempi.
La tecnica “Show, don’t tell” rovesciata: perché l’Odissea di Nolan è un continuo racconto
Ho difficoltà a parlare di Odissea perché poi mi viene in mente Boris. È un po’ il film del “non lo famo, ma lo dimo” (non lo facciamo, lo diciamo) di Boris, la tecnica di sceneggiatura di dire cose che non sono state girate e mostrate a schermo, farle raccontare in poche parole per avanzare nella storia. Nolan lo fa di continuo.
Ovviamente, anche tutta l’epica omerica è un immenso "lo dimo", tramandato di continuo.
Lo raccontiamo, lo cantiamo, e migliaia di canti diversi si cristallizzano nel mito, imparati e ascoltati e richiesti a memoria (con le lettere dell’alfabeto greco a numerare ogni canto). Poi potremmo dire mille cose, tutto quel parlare di popoli del mare ed età del bronzo detta e ridetta (ok è definizione del 1816, ma sono dettagli), altro “lo dimo” eccessivo, e Circe che viene brevemente psicanalizzata e un bel po’ banalizzata, o il dialogo che manca prima del Ciclope e con il ciclope (altra scelta, taglio sanguinoso ma necessario a una diplomazia dell’astuzia e della ricerca di conoscenza che non ci appartiene), o gli dei del tutto inesistenti. Ma “lo dimo” è un tic del nostro feed temporale, a nulla vale che chiediamo un falò di confronto a Nolan: parla di noi, e per questo non calma la mano su Odisseo astuto, ma solo su quanto è demolito, cambiato, è Nessuno nel vero senso della parola, e deve ricostruirsi, e capire se Itaca è ancora casa di questo nuovo Odisseo che è nato dall’incendio e il massacro di una città. E di città infuocate e identità perdute, letteralmente ma pure metaforicamente, ne dovremmo sapere qualcosa nella nostra vita.
Un’opera tragica e necessaria: perché l’Odissea è il film del nostro tempo
Nolan fa delle scelte precise, perché ha un messaggio da dare.
Ed è questo, a tutto IMAX schermo: l’unico dio che ci assilla è un immenso senso di colpa per quello che siamo diventati, e nemmeno lo capiamo. Ed è pure quest’altro, un messaggio: le cose perdute non ritornano, le scelte che facciamo, i fatti che ci succedono, ci creano e ci distruggono, e bisogna farci pace, prima o poi. Prima di tutto, bisogna andare in profondità e cercare pace. Se può sembrare banale, sta diventando nello stesso tempo necessario.
Quella di Nolan è un’opera tragica, eschilea, con le Erinni/Zendaya che sono ossessive nel ricordare ad Odisseo che no, gli dei non lo aiuteranno e sì, lui non vuole veramente tornare a casa così, come è diventato dopo 10 anni di sangue e polvere e sabbia e massacri.
Sangue e polvere: pur con ritmo forsennato, veloce da far male, pur tagliando e storpiando e magnificando, è opera comunque iper-godibile, così fisica, materica, gigantiaca che veramente riesce a far uscire dalla sala coperti di sangue, polvere, e senso di colpa. Sono 3 ore di cinema ben spese, in tempi in cui le ore ben spese sono poche.
Ho difficoltà a parlare di "Odissea" perché provo immenso senso di colpa nel dirvi, confessarvi, strapparmi l’anima e annunciare che sì, mi è piaciuto da matti. Perché Nolan magari sarà oramai un trafficone produttore pieno di trick, ed è magari lontano dalle sue raffinate architetture di 20 anni fa, ma sa come raccontare con potenza, e sa come mostrare e dimostrare il suo messaggio.
L’aura militare e di nero e metallico immane carisma sprigionato da Agammenone (Auramennone, ho letto da qualche parte, e mi fa ridere) in tutte le sue scene è Nolan stesso: che apre le porte di Troia e dietro non ci sono, a sorpresa, come Matt Damon pensava e si aspettava e ha poi confessato in alcune interviste, solo poche comparse, ma 500 achei urlanti e pullulanti, un immenso stormo di invasori che sciama in una città oramai conquistata e in fiamme. La sorpresa degli attori è genuina, come la nostra.
Nolan è proverbiale nel tirare fuori realtà, navi vere, vero Mar Mediterraneo in cui si getta l’attore verso le Sirene (con la frase più bella, detta nella scena più "lo dimo" e meno musicale eppure struggente eppure non struggente, come tutto il film). Tutto per un messaggio: 3 ore di film, per dirci qualcosa di noi.
Nolan è materia grezza in faccia ed è la materia grezza di un emozionante scrollare una dopo l’altra tutte le immense sfaccettature della discesa psicologica e psichiatrica di Odisseo nel suo dramma da reduce, nel suo abisso da attore della sua vita, da etimologia "colui che agisce". Su etimologia di Odisseo avrete letto, a proposito (l’odiato, o colui che odia), ma Ulisse viene da Ul- radice di ferita-cicatrice. La sua all’anca, durante una caccia, la sua all’anima, dopo la guerra di Troia.
Il passaggio tra ferita e cicatrice è esattamente il viaggio di Matt Damon.
Ho difficoltà a parlare di "Odissea" perché ci ho visto qualcosa di ME, e mi sento in colpa.
Ho difficoltà a parlare di "Odissea" perché sono 3 ore di cinema che mi hanno mandato in confusione, mi hanno abbagliato e soggiogato. Mi sento in colpa perché anche io, tante e tante volte, mi sono inchinato ad Agamennone, il re dei re di Micene, e tante volte sono stato Antinoo (superbo Pattinson, tanto diverso live, quanto mellifluo e fascinoso nella parte) e tante volte non volevo tornare per paura, rimpianto, dolore, lutto, perdita, osceno schifo di me.
Non ritorniamo uguali dalle nostre Odissee e se ci conosciamo bene e abbiamo domande di senso lo sappiamo che le guerre che viviamo non lasciano vivi o lasciano grosse ferite, ed è una legge di Zeus questa sì, infrangibile: accettare o meno, vivere col senso di colpa o meno, è una scelta-non scelta, perché il nostro ritorno verso noi stessi è tutto vero e pulsante e morto e febbricitante nello stesso tempo, perché vive e muore nel magma immenso da cui hanno attinto gli Omeri e i Nolan, ovvero la nostra umanità.
Il passaggio tra ferita e cicatrice è esattamente il viaggio di ogni uomo.
Che è struggente e bello perché degno di pietà, compassione, perché pieno di "ubris", perché rompe regole sacre e poi se ne pente, non crede più agli dei e ascolta ossessivamente il senso di colpa, non sa se vuole tornare perché fondamentalmente l’altro è un porto e un viaggio non sicuro, senza leggi e senza regole, perfino mostruoso come Polifemo o i Lestrigoni.
Ci tendono agguati nei luoghi più sacri e sensibili e vivi per noi: come facciamo a tornare?
Non ci si può spesso ragionare con l’altro, non si può comprendere, spesso l’unica lingua che sembra rimasta è una violenta sopraffazione o una fuga alle navi (altro pattern ricorrente, per l’Odisseo di Nolan e per noi) o sentirsi cuccioli gettati da una scogliera (dettaglio che Nolan ci ha tenuto tanto a regalarci, spero non ci abbiate fatto caso) o salvati solo noi, per un capriccio o una scelta deliberata.
Ho difficoltà a dirci e a dirvi e a confessarmi che "Odissea" è IL film del nostro tempo: vive di estetiche raffinate e grette e immense e di bassezze sanguinose, di inganni e di dialoghi pressapochisti, di militarismi carismatici e di ritorni che sembrano impossibili, di persone che attendono illudendosi, e persone che curano la mente con l’oblio, con il sangue, con la polvere, con il cielo vuoto e i valori più puri scoperchiati e violati dal cavallo di turno, la televisione, i social, Netflix o l’AI.
Per questo, quando sono uscito dalla sala, ho avuto compassione di me, di voi, una compassione profonda e radicata perché è una sofferenza vivere questi tempi, guardare le città in fiamme, le persone portate vie, la lancia che trafigge un innocente che non sa la verità. Eppure le navi salpano, il mare è bello, i venti a volte sembrano favorevoli pure se poi ad attendere ci sono tempeste e fame e sangue e polvere.
Ho difficoltà a dirci che non siamo Odisseo, e non siamo Agamennone, e non siamo un cane che muore dopo 20 anni di fedeltà, e non siamo Penelope incrollabile o Telemaco che cresce, ma in fondo in fondo, pure nel nostro approccio a questo film godibile e pieno ma non perfetto, alla fine forse siamo solo quell’immenso gigante che non vede, che con le dita sfiora velli di pecore o umani camuffati, siamo il suo grido di dolore immenso e angoscioso, che spacca le casse del cinema (NON IMAX Nolan, ce ne sono 20 nel mondo come volevi tu, altro che ubris).
O forse no: forse, tornando in macchina, avrete capito come l’ho capito io che siamo in balia di onde che non controlliamo, esiliati e perduti, ma tra le mani stringendo un pegno, un amore, come fa Odisseo.
Speriamo nel ritorno, nonostante tutto, sdraiati su un mare che uccide e dà compassione, amore per quello che è umano eppure impossibile, un mare che ci odia, e tenero luogo infine di redenzione e incontro.
L’Odissea di Nolan è un capolavoro? Il verdetto finale tra imperfezione e poesia
L’Odissea è un film perfetto, rispettoso di Omero nel profondo? Probabilmente no, è incompleto, bacato, è superficiale a volte. L’Odissea è un film bello, travolgente, godibile, polvere e sangue, profondo, è un canto del nostro tempo e una profezia (probabilmente di Cassandra)? Lo è, dannatamente lo è fino in fondo.
Chiudendo la portiera della macchina, avviando il motore per tornare a casa, ho capito che tutto è vero, quello che ho detto, come è vero che il filmone di Nolan è irrispettoso, rispettoso, bruttissimo e bellissimo, opera geniale e dozzinale insieme, perché in fondo parla di noi con noi, come noi. Dice Stephen King che un male fortuito genera altri e spesso più deliberati mali, finché la tenebra sembra ricoprire tutto: vale lo stesso se sostituisci al male la pietà tenera verso l’uomo, e alla tenebra l’abbraccio svelato di un vero ritorno.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’Odissea di Christopher Nolan: un capolavoro imperfetto che ci cade addosso e ci solleva
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