- Autore: Theodor Kallifatides
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Voland
- Anno di pubblicazione: 2026
Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei.
È al ticchettio di questo countdown, senza la fretta angosciosa della fine ma con la voglia di ascoltare e impregnarsi ancora una volta come una spugna di racconti e amore, che lo scrittore Theodor Kallifatides decide di scrivere di (o su, o con, non è facile scegliere la preposizione semplice più adatta) sua madre più che novantenne; ne viene fuori Madri e figli (Voland, 2026, trad. di Carmen Giorgetti Cima), il racconto di una settimana passata insieme a lei, principalmente sul balcone di un appartamento di Atene, racconto che si ramifica e sviluppa in altri numerosissimi viaggi fra presente e passato, vita e scrittura.
Nato in Grecia negli anni più difficili della recente storia del paese, Theodor Kallifatides si è poi trasferito, o meglio esiliato, in Svezia dove, dopo gli studi in filosofia, si è dedicato alla scrittura (di romanzi, sceneggiature, nonché traduzioni e pièce teatrali) direttamente in lingua svedese. È dunque mentre si prepara per uno dei soliti viaggi fra Stoccolma e la capitale greca che sente, impellente, il bisogno di scrivere di sua madre. Eppure, come si trattasse di un binomio dal difficile scioglimento, è nel segno del padre che il viaggio inizia; in attesa al gate dell’aeroporto, infatti, l’autore ricomincia, per l’ennesima volta, la lettura di un breve testo autobiografico del padre, un testo in un certo senso commissionato. In quelle righe, scritte con una grafia impeccabile, il padre riassume tutta la propria esistenza, costellata com’è di difficolta, fra esili e prigionia, lutti e povertà, ma dando sempre voce al coraggio di modificare verso il meglio il proprio destino.
Una volta arrivato ad Atene, l’autore sessantenne regredisce - e come non comprenderlo? – a uno stadio quasi infantile di fronte alle coccole della madre. Coccole soprattutto culinarie; le pagine di Madri e figli rimandano costantemente a ricette e piatti tipici che la donna prepara per il proprio figlio. E fra una portata e un’altra, ma soprattutto fra un caffè e un altro – i cui fondi possono inoltre prevedere il futuro – i due iniziano a ripercorrere alcune tappe della loro esistenza, cercando come d’abitudine di colmare con le parole i lunghi mesi di lontananza che ne separano le traiettorie. Ricordi, scene, comiche avventure; dai loro scambi viene fuori uno spaccato insieme di storia individuale e collettiva, dove il confronto coi tempi che furono sa allacciarsi al presente. Anche il quartiere sembra inoltre partecipare al compito: fra case incredibilmente ancora presenti e dimore che il tempo e le gru hanno smantellato, Kallifatides si immerge sempre più in quello spazio di frontiera fra l’oblio e il ricordo, mescolandosi ad esso.
Madri e figli è però anche, e soprattutto, un libro sulla scrittura. Nato da un bisogno che sembra riguardare in maniera equilibrata tanto l’azione di ricordare quanto quella di scrivere, questo scritto continua costantemente a interrogarsi su sé stesso. Che differenza c’è fra la madre in carne e ossa, con gli acciacchi dell’età che sembrano scomparire di fronte a quel ritrovamento amoroso, e la madre personaggio? Come potrebbe essere recepito, il volume stesso, in Grecia e in Svezia? Infatti la doppia natura e l’abitare la frontiera linguistica e culturale che hanno caratterizzato per oltre mezzo secolo l’autore ritornano preponderanti nel suo scritto, dove il tuffo nel passato sembra alimentare a ogni angolo di frase un interrogarsi sul presente.
In Svezia si considera la mancanza di umorismo come serietà, mentre in Grecia si considera la mancanza di serietà come umorismo. In Svezia c’è troppa poca ironia e in Grecia ce n’è troppa. Da qualche parte nel mezzo devo scrivere i miei libri e vivere la mia vita con il mio collo da avvoltoio. […] Solo a cinquant’anni cominciai a scrivere i miei libri anche in greco. Non si trattava di traduzioni […] Molto semplicemente, volevo essere anche uno scrittore greco […] Ciò che contava era ritornare al mio secondo grande amore: la lingua greca, che è più grande del mondo. Ma anche ritornare al primo amore, alla persona che è quella lingua e quel mondo e che la sera sedeva in solitudine e parlava alla mia fotografia anziché parlare con me.
Madri e figli è un testo che scava, con una scrittura semplice e confortante, il costrutto dell’individuo; la matassa dei traumi e dei successi, il restare e il partire via, lo scritto e il sentito partecipano insieme alla costruzione di Kallifatides. Il tutto sotto l’ala protettrice di una figura che sembra incarnare in sé tutto: la parola, il gesto, l’amore, le origini e anche il futuro.
Ancora una volta vedo che mia madre è il mio vero paese. Se fossi un frutto, lei sarebbe l’albero. Se fossi un albero, lei sarebbe la terra. Se fossi la terra, lei sarebbe il mio cielo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Madri e figli
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