Nel 2019, per la casa editrice La Nave di Teseo, il politologo Luca Ricolfi ha pubblicato il libro La società signorile di massa, un saggio che ha fatto molto discutere, suscitando (almeno a quanto sembra di capire dando uno sguardo alle recensioni) più giudizi negativi che positivi.
Riassumendo il testo alla buona, si può dire che esso descrive l’Italia come se fosse una sorta di paradiso consumista: tantissimi benestanti, tutti felici e tutti “signori”, perché “tutti” consumano più di quanto serva per vivere. Ma questa immagine ideale non regge: i critici osservano che Ricolfi usa numeri e parole in modo molto discutibile, arrivando a far passare per “signori” persone che in realtà hanno stipendi da fame.
Introducendo i suoi ragionamenti, Ricolfi spiega:
La tesi che vorrei difendere in questo libro è che l’Italia non è una società del benessere afflitta da alcune imperfezioni, in via di più o meno rapido riassorbimento, ma è un tipo nuovo, forse unico [sic], di configurazione sociale.
La presunta unicità del “modello Italia”, praticamente, non è mai definita in modo chiaro con confronti sensati con altri stati europei. Comunque sia, Ricolfi si permette di parlare di società signorile di massa poiché
essa è il prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico.
Il concetto di “signore” e “signorile”
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In realtà già l’uso del termine “signorile” da parte del saggista è molto discutibile. Egli precisa che:
l’uso dell’aggettivo “signorile” per qualificare il tratto distintivo dell’Italia di oggi deve molto a quel che, da giovane, mi è accaduto di recepire dell’insegnamento di Claudio Napoleoni [1924-1988].
Ricolfi seguita che
Per Napoleoni era il “consumo signorile” dei ceti parassitari, e non lo sfruttamento del lavoro operaio da parte dei capitalisti, il vero male della società italiana. Perché in realtà gli imprenditori o capitalisti, con il loro lavoro, partecipano attivamente alla produzione del surplus, mentre lo sfruttamento – nella sua essenza – è un rapporto fra chi accede al surplus senza aver contribuito alla sua formazione e chi il surplus lo produce senza potervi accedere. Il vero sfruttatore è il signore che non lavora e consuma il surplus, non l’imprenditore-capitalista che contribuisce a produrlo.
L’argomento secondo cui il vero “sfruttatore” non sarebbe l’imprenditore-capitalista ma il “signore” che consuma “senza produrre surplus” si regge su una definizione poco corretta sia di “sfruttamento” che di “signore”. È una costruzione teorica figlia dell’ottica marxista di Napoleoni, storicamente e culturalmente fragile.
Sotto i cosiddetti governi d’antico regime (in realtà profondamente diversi tra loro anche all’interno della stessa Penisola italica), il “signore” non era colui che viveva di rendita, questa è solo una caricatura di matrice veterocomunista. Tralasciando il fatto che anche i nobili gestivano delle attività produttive, compivano degli investimenti e promuovevano innovazioni in campo economico (che è un’ovvietà), il signore era – almeno come ideale normativo – un individuo vincolato a un codice d’onore, a responsabilità pubbliche, a un’idea di elevazione culturale. La legittimazione della sua posizione non passava solo per il possesso di ricchezza, ma per un ruolo spirituale e civile: guida, esempio e protezione della comunità, mecenatismo, produzione e custodia di cultura. Si può discutere su quanto questo ideale fosse rispettato nella pratica, ma esisteva come parametro morale.
Un esempio emblematico è quello della famiglia Leopardi: aristocratici che forse non sempre “producevano surplus” in senso economico, ma hanno dedicato la propria vita e le proprie risorse allo studio e all’elevazione intellettuale della comunità. Nell’Ottocento i Leopardi hanno dato a Recanati una biblioteca aperta a chiunque desiderasse consultarla e un teatro (giusto per citare solo due esempi concreti rispetto all’operato della famiglia). Ridurre una dinastia del genere alla categoria del “parassita” significa adottare un’ottica assurda che ignora completamente la dimensione culturale e civile della vita comunitaria.
Al contrario, nella “modernità borghese” il criterio di legittimazione è esclusivamente economico. Ma il fatto che un imprenditore partecipi alla produzione del surplus non dice nulla sulla qualità culturale o morale dell’ordine che egli crea e dirige. L’imprenditore può anche favorire un ambiente sociale in cui la cultura è marginalizzata, lo studio è svalutato e il reddito diventa l’unico metro di riconoscimento.
La differenza non è tra chi produce e chi consuma, ma tra modelli di civiltà. Un “signore” nel senso classico del termine era chiamato a incarnare un’idea di responsabilità e di formazione culturale. Oggi molti grandi imprenditori di successo non sono minimamente interessati ad alcuna espressione culturale, né considerano la cultura meritevole di rientrare tra i valori di riferimento. Quando in televisione, davanti a milioni di persone, un personaggio pubblico come Flavio Briatore liquida lo studio della letteratura a scuola come inutile, non sta semplicemente esprimendo un’opinione personale: rappresenta un orientamento culturale diffuso nella società borghese, in cui il valore è misurato solo dall’utilità economica immediata. Che poi, in fondo, è la stessa visione con cui i marxisti analizzano la realtà.
In questo senso, parlare oggi di “signorilizzazione di massa”, come fa Ricolfi, rischia di essere fuorviante. Attualmente la maggioranza degli italiani non vive come vivevano i “signori” – immersi nello studio, nel dibattito intellettuale, nella cura della lingua e delle arti – ma in un contesto in cui l’orizzonte culturale è pesantemente impoverito, indipendentemente dal reddito. L’ignoranza e l’ostilità verso la cultura non sono certo tratti aristocratici: sono piuttosto il prodotto di una cultura borghese che ha ridotto il prestigio sociale del sapere non immediatamente monetizzabile.
L’accusa ai giovani fra le pagine di Ricolfi
Tornando al messaggio del libro, parlare di “società signorile” suggerisce un livello diffuso di agiatezza che non trova riscontro nei dati reali su redditi, precarietà e disuguaglianze. Superare di poco la soglia di povertà o possedere alcuni beni di consumo ormai comuni non equivale a essere “signori”. Molti consumi che Ricolfi considera segnali di opulenza (smartphone, automobili) fanno ormai parte della normalità anche per famiglie che non possono certo definirsi ricche (basti pensare che qualsiasi clandestino giunge in Italia con uno smartphone, anche se si tratta spesso di prodotti economici o anche di seconda mano). Il libro crea un’immagine distorta della condizione media degli italiani.
Pur utilizzando molte statistiche, Ricolfi trae conclusioni che vanno oltre ciò che i numeri dimostrano davvero. I fenomeni economici complessi – come la bassa crescita o la ridotta partecipazione al lavoro – vengono ricondotti da Ricolfi a fattori culturali o morali (la scarsa voglia di lavorare, l’atteggiamento “pretenzioso” dei giovani), mentre viene dato meno peso a cause strutturali come la qualità dell’occupazione disponibile, i bassi salari, la precarietà diffusa o le trasformazioni del sistema produttivo.
Proprio sui giovani si concentra la critica più netta di Ricolfi; in essi egli ravvisa un “enorme infiacchimento” della capacità di “affrontare compiti difficili”. L’idea che molti rifiutino il lavoro perché “troppo esigenti” o poco motivati non tiene conto della realtà del mercato del lavoro in Italia: contratti instabili, stipendi bassi, scarse prospettive di carriera. In questo quadro, la scelta di rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro o di cercare opportunità migliori non è segno di una “mentalità signorile”, ma una risposta razionale a condizioni poco favorevoli.
Automazione di massa: possibili sviluppi e cambiamenti
In buona sostanza, sorge il sospetto che il libro voglia veicolare una visione a tratti nostalgica verso un passato percepito come più "laborioso e disciplinato". La solita visione idealizzata di un recente passato in cui le disuguaglianze erano forti e i diritti sociali meno estesi.
La parte più interessante della tesi dell’autore (anche se non adeguatamente sviluppata) riguarda tuttavia il modo in cui egli descrive chi – secondo lui – contribuisce a “tenere in piedi questa società”: gli “altri”, cioè quelli che – a suo giudizio – permettono agli italiani di consumare a basso costo. Ricolfi definisce questo meccanismo un’infrastruttura paraschiavistica: in pratica dice che una parte importante dell’economia italiana si regge sullo sfruttamento di lavoratori immigrati e irregolari (gli unici disposti ad accettare le condizioni poste dagli imprenditori), ad esempio in agricoltura per la raccolta della frutta e degli ortaggi. In realtà molti ricordano il caso (affrontato anche dai telegiornali) di quegli italiani rimasti disoccupati a causa del covid che cercarono lavoro nel settore della raccolta degli ortaggi e furono respinti dagli agricoltori semplicemente perché domandavano contratti di lavoro decenti.
Il politologo sintetizza che
nelle società occidentali odierne i cittadini, dotati del diritto di voto e più in generale di tutti i diritti di cittadinanza, sono solo una parte della popolazione residente (la parte restante è costituita dagli stranieri immigrati).
In Italia è ben conosciuta la famosa logica (effettivamente schiavista) dei “lavori che gli italiani non vogliono più fare”, una formula su cui concordano sia i progressisti che gli imprenditori (di destra o di sinistra che siano, ammesso e non concesso che i capitalisti possano avere un’ideologia che vada oltre al desiderio di guadagnare di più).
Se davvero una parte considerevole dell’economia italiana si regge su lavoro migrante poco tutelato e a bassissimo costo, tuttavia Ricolfi non considera un aspetto (fatto che rende il suo testo già datato): quel sistema di sfruttamento potrebbe essere molto meno stabile di quanto sembri. Non per ragioni etiche, ma per ragioni tecnologiche.
Il capitalista non è un “signore” vincolato a un codice d’onore o a una missione civile, non si moralizzerà (almeno non nel breve periodo, a quanto sembra), ma seguirà i suoi interessi economici. Il capitalista è un attore economico che risponde a incentivi: se conviene assumere manodopera vulnerabile disposta ad accettare condizioni dure, continuerà a farlo, ma se nel prossimo futuro converrà automatizzare, abbraccerà subito questa nuova logica. La storia contemporanea dell’economia mostra che i mutamenti strutturali avvengono quando cambiano i costi e le convenienze, non quando cambiano i sentimenti.
Ed è qui che entrano in gioco il progresso tecnologico e l’intelligenza artificiale. Basta citare solo qualche esempio, inerente ad alcuni settori. Nell’ambito dei cantieri navali, nell’industria pesante, nelle fabbriche in generale, nella logistica e nella grande distribuzione, nuovi macchinari e sistemi automatizzati potrebbero iniziare in tempi relativamente brevi a sostituire completamente mansioni ripetitive, pericolose, faticose e poco remunerative. In agricoltura sono già state sviluppate macchine efficienti per la raccolta automatica, guidate da sistemi di visione e riconoscimento, che in altri paesi hanno già sostituito la raccolta a mano; il ritardo italiano in questo settore è imbarazzante. All’estero nelle consegne urbane si sperimentano già veicoli autonomi e droni. E anche nella ristorazione, con molta probabilità, andranno diffondendosi sistemi automatizzati per ridurre il bisogno di personale.
Se queste tecnologie diventassero economicamente più convenienti del lavoro umano sottopagato (ed è ciò che bisogna augurarsi), l’“infrastruttura paraschiavistica” si dissolverà da sola. I vantaggi sarebbero evidenti anche a livello di tenuta del tessuto sociale: l’attuale “sistema paraschiavistico” italiano è incompatibile con l’integrazione dei migranti economici, poiché questo sistema ha bisogno di un flusso costante di “non integrati” da sfruttare, la sua scomparsa gioverebbe anche ai “nativi” o “acquisiti” (come li chiama Ricolfi). Una macchina si integra immediatamente, non infrange la legge, non impone a nessuno la sua cultura e non dirotta i suoi guadagni verso altri paesi.
Se acquistare macchine e pagare supervisori umani (necessariamente ben formati) arriverà a costare meno che mantenere l’"infrastruttura paraschiavistica", i vantaggi saranno subito evidenti. E appare altrettanto lineare che se una quota significativa dei lavori a bassa qualificazione e poco redditizi verrà automatizzata, la “capacità attrattiva” si ridurrà automaticamente, arrestando una parte consistente dei flussi migratori. È già accaduto con la meccanizzazione agricola del Novecento, che ha ridotto drasticamente il fabbisogno di braccianti.
Un esempio semplice, su cui vale la pena riflettere, può essere quello delle consegne di cibo nelle grandi città. Oggi in Italia una parte consistente di questo settore si regge su lavoratori stranieri, che accettano stipendi molto bassi e spesso infrangono ogni legge del codice della strada guidando biciclette elettriche che in realtà sono motociclette vere e proprie, correndo a velocità folli anche contromano, sui marciapiedi o in zone pedonali. In poche parole, il fenomeno dei rider – con problemi reali di sicurezza stradale, concorrenza irregolare e conflitti normativi – è figlio di un modello che punta tutto sul contenimento dei costi, e purtroppo è alimentato da consumatori che continuano a ordinare cibo ad ogni ora del giorno e della notte, in qualsiasi condizione climatica, senza porsi alcuno scrupolo morale. Se in Italia la consegna tramite droni o veicoli autonomi, gestiti da poco personale preparato, diventasse economicamente sostenibile, il sistema cambierebbe rapidamente e, conseguentemente, molti stranieri tornerebbero nei paesi d’origine.
Non possiamo prevedere con esattezza il futuro, ma quello che oggi è un sistema che appare fondato su una disponibilità illimitata di manodopera povera potrebbe rivelarsi solo transitorio. L’automazione, con il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale, non è una soluzione morale, ma può essere una soluzione strutturale: può eliminare la convenienza economica dello sfruttamento. E quando cambia la convenienza, cambia anche l’assetto sociale che su di essa si regge. Il vero punto è se questo processo sia inevitabile, cioè se davvero soluzioni come quelle descritte diverranno convenienti in breve tempo. Attualmente, il generale ottimismo con cui si guarda all’avanzamento costante delle capacità delle nuove tecnologie lascia sperare che, nel medio periodo, lo sia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Lettura critica de “La società signorile di massa” di Ricolfi: come la tecnologia potrebbe cambiare la nostra realtà
Non sono del tutto d’ accordo sull’ analisi della categoria del signore perchè si dovrebbe contestualizzarla storicamente. E’ vero che,ad es, nell’ umanesimo e nel rinascimento le corti ebbero un ruolo importante nel promuover la cultura, le arti chiamando a corte i nostri geni. Quindi questo non c’ entra con l’ analisi di Ricolfi che si rifà a Napoleoni perchè non si trattadi signori nel senso accennato bensì di ceti parassitari che nulla creano, producono e comunque anche nell’ antichità i cosiddetti ceti nobiliari o aristocratici come in grecia ma non solo, vivevano perchè c’ era chi coltivava la terra e dava loro da mangiare ecc. Quanto all’ automazione, alla tecnologia è vero che si andrà all’ eliminazione di posti di lavoro in generale.