- Autore: Anne Cathrine Bomann
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Vigga, la protagonista del romanzo della scrittrice danese Anne Cathrine Bomann La stagione dell’acquario (Iperborea, 2026, trad. di Eva Valvo), trova un lavoro nel grande acquario cittadino; è un’occupazione che sulle prime non le interessa particolarmente ma, via via che passa il tempo, comincia a provare una certa affinità con una femmina di polpo: entrambe infatti sono sole e isolate, come imprigionate.
La protagonista ha una migliore amica, Maiken, che da quando resta incinta comincia a subire un cambiamento sia fisico che caratteriale che Vigga non riesce bene a capire, sentendosi così esclusa da un processo biologico che le sfugge.
Il libro ha tratti in comune con altre opere che riguardano l’amicizia e l’interesse interspecie: penso soprattutto a Creature luminose, in cui Tova, una donna delle pulizie, inizia a parlare con un polpo; oppure ad Aquarium di Asako Yuzuki, in cui il rapporto amicale (ossessivo) tra Eriko e Shōko è paragonato all’attività predatoria del persico del Nilo, solo, isolato in un ecosistema (il Lago Vittoria) che non sarebbe stato il suo.
Dunque le emozioni umane si rispecchiano in quelle animali, specie se si tratta di animali molto intelligenti, e la grande città, che sia Tōkyō o Copenaghen, diventa così limitata e limitante esattamente come le pareti di un acquario. Per questo Vigga trova un po’ di pace immergendosi in un altro paesaggio: quello della casa al mare. Il ritorno somiglia a quello descritto da un’altra autrice scandinava, Leena Lander, in La casa del felice ritorno, o nel libro canadese Avviso ai naviganti: in tutti i casi si assiste al ritorno, pacificatore ma un po’ inquieto, a un posto da chiamare "casa".
Ho apprezzato le spiegazioni quasi scientifiche sulle abitudini dei polpi, che ritroviamo in altra forma in Il magistero dei giardini e degli stagni di Didier Decoin, che si concentra invece sulle carpe giapponesi. Alcuni punti del libro, però, non mi hanno convinto appieno: come ad esempio la necessità quasi imposta di essere vegetariani o il voler presentare il fatto di essere single come una pecca, una mancanza.
Al di là di questo, l’amicizia interspecie con creature ittiche assume una valenza speciale, perché è chiaro che tra uomo e animale acquatico esisterà sempre una frontiera invalicabile, quella cioè dell’acqua stessa. Lo dimostra bene il documentario Il mio amico in fondo al mare, in cui il filmmaker Craig Foster lega con un polpo selvatico nell’oceano ma, immergendosi senza bombole, deve risalire per respirare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La stagione dell’acquario
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