Dopo la pubblicazione del libro Ritorno a Reims, Didier Eribon ha continuato con il suo progetto di esplorare a fondo se stesso, un’introspezione sociologica che analizza i mondi sociali in cui aveva vissuto, infanzia e adolescenza, e i processi di crescita che lo avevano allontanato dal destino assegnato dalla sua famiglia e dall’ambiente di origine. È la Storia incorporata, e quindi la storia familiare come storia sociale. La società come verdetto. Classi, identità, traiettorie (L’orma editore, 2025, traduzione di Annalisa Romani) è l’esame analitico e critico della società, che Didier Eribon ha reso intellettualmente e filosoficamente possibile attraverso se stesso, il suo pensiero e il percorso delle sue esperienze.
Didier Eribon, scrittore, filosofo, attivista e accademico francese, da anni è uno degli intellettuali di riferimento per diverse generazioni. La sua è un’autoanalisi psicologica per comprendere comportamenti ed emozioni, condotta in questo saggio lucido e coraggioso mediante il quale avrà modo di dialogare con alcune delle opere di Annie Ernaux e Pierre Bourdieu, che avevano affrontato problemi analoghi ai suoi e non solo, anche con Beauvoir e Sartre, Claude Simon e Paul Nizan.
La società, per Eribon, agisce come verdetto in quanto assegna agli individui un posto nello spazio sociale e ne determina le rispettive traiettorie; mettendo in luce la realtà con la sua gerarchia, i suoi determinismi e i suoi verdetti, ci invita a un rinnovamento dell’analisi delle classi, delle identità e delle istituzioni, svelando con il pensiero, i meccanismi di sottomissione e le logiche di dominazione sociali. L’opera di Bourdieu ha influenzato il suo lavoro e le sue riflessioni sociologiche; gli aveva offerto le chiavi per sapere chi fosse e cosa stava avvenendo nella sua esistenza sociale. Come lo è stato per Annie Ernaux; la lettura dei libri di Bourdieu le aveva permesso, attraverso intense emozioni, di operare una trasformazione di sé e dello sguardo rivolto al mondo. Esplorare l’inconscio del mondo in cui siamo immersi, il sociale e la storia è uno strumento per potersi comprendere, con un lungo e paziente lavoro intellettuale e di critica su se stessi. Analizzare se stessi come oggetto sociologico sarà il tema centrale di questo saggio.
Vecchie fotografie rievocheranno al nostro autore la sua storia familiare e sociale: “andare e ritornare”, due momenti della vita. Il ritorno costringe a ripercorrere la strada compiuta nel passaggio da un mondo all’altro, dissociandosi da quello da cui proveniva per fondersi in quello di arrivo: come avviene con la foto di lui, ragazzo, con suo padre. Cosa pensava a quel tempo? Come vedeva il suo futuro, e cosa lo lega ancora, nel guardare quella vecchia foto, a quell’adolescente?
Perché ritorniamo su quel che avevamo voluto così tanto fuggire?
La foto diventa la traccia del tempo della famiglia che portiamo in noi, “un vincolo sociale che pesa sull’elaborazione degli affetti”. E nel suo La società come verdetto è come andare alla ricerca di chi è sparito dalla foto, della persona scomparsa che non ci è cara, e della traiettoria sociale che abbiamo seguito per allontanarci da lei, per non assomigliarle in alcun modo e per non diventare come quella persona. L’autore ha temuto di somigliare a com’era suo padre, per non vedere da dove veniva. “Non volevo mostrare chi avrei potuto essere e non avevo voluto essere”. Il presente di tutti noi dipende dal passato individuale, che dipende a sua volta, scrive Eribon, da un passato collettivo e impersonale: quello dell’ordine sociale e delle violenze in esso contenute. Prodotti della storia generale delle classi popolari, del dominio maschile, dell’immigrazione, della relegazione sociale, delle politiche statali di urbanismo terminate nella nascita dei ghetti: “miseria di condizione e miseria di posizione”. A quel ragazzino in un mondo di operai, dove accompagnava la madre nelle case in cui lavorava come donna delle pulizie e con il padre che aveva lasciato la scuola a quattordici anni per andare a lavorare, il percorso scolastico gli aveva dettato la sua professione futura.
L’accesso alla cultura segnerà l’inizio della traiettoria ascendente e di conseguenza “del tradimento di classe”. Il suo percorso personale sarà di “disertore di classe”, che attraverso lo studio e la cultura lo porterà a una “disidentificazione” con il suo ambiente operaio d’origine. Rinnegare la cultura del mondo da cui si proviene conduce all’acculturazione, sfuggendo al determinismo sociale. E poi “la vergogna”, un sentimento complesso, un intreccio di affetti: la vergogna delle proprie origini e quello di essere un gay sempre più in difficoltà con la propria identità sociale. I legami, le radici e l’attenta analisi della sua incorporazione sociale saranno i passi determinanti “dell’odissea della riappropriazione”, il cammino da percorrere per trovarsi o ritrovarsi. Il “ritorno” sarà sempre lungo e necessariamente doloroso in quanto concepito come vergogna sociale, culturale e sessuale. E le ragioni sono da ricercare nelle relazioni con la famiglia lasciata alle spalle. Riflessioni e tante difficoltà del proprio passato, come ha scritto Annie Ernaux, ma lei non aveva rotto con i suoi genitori come è stato per Eribon.
Interrogare il verdetto è già un modo per togliere il carattere di ovvietà e fare appello alla sentenza. L’origine sociale, la politica della memoria, l’esplorazione degli strati della vergogna e i tormenti che ne sono derivati; il nostro autore menzionerà costantemente in questo suo iter introspettivo le lacerazioni vissute da transfugo, qual era lui, nell’attraversare frontiere sociali e culturali, lasciando alle spalle qualcosa di sé e nel porsi alla ricerca di una nuova politica di emancipazione.
- Autore: Didier Eribon
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La società come verdetto. Classi, identità, traiettorie
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