- Autore: Ennio Flaiano
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
Rappresentato per la prima volta il 10 maggio del 1946, La guerra spiegata ai poveri di Ennio Flaiano (Rogas, 2024), a ottant’anni di distanza, continua a interrogarci sulle responsabilità di governanti invischiati in loschi giochi di potere e governati facilmente condizionabili e spinti all’inerzia per ignoranza, colpevole indifferenza e desiderio di quieto vivere.
L’atto unico, nato per essere rappresentato al teatro romano dell’Arlecchino (che ora è intitolato a Flaiano), porta in scena tredici personaggi: cinque maschere di autorità istituzionali, a partire dal Presidente e dal Generale, passando per il Perito Religioso, l’Ambasciatore (del nemico), il Ministro (della superproduzione), per arrivare all’aristocratica rappresentante dell’alta società, favorevole anch’essa alla guerra e denominata la Signora; poi ancora lo Studente, che nessuno rimprovera perché la sua "categoria" non vuole partecipare alla guerra, ma solo sostenerla; il Giovane, che non sa cosa è la guerra e per questo non vuole prendervi parte. Altri tre personaggi sono solo apparentemente secondari perché, nonostante loro intervento sulla scena sia di breve durata, acquistano un rilievo determinante per la comprensione dei significati allegorici presenti nell’opera. Essi sono: l’Autore, l’Usciere e una bella e provocante ragazza, l’unica identificata con un nome, anzi con il soprannome di Ninì, attribuitole sicuramente dal Presidente, che mostra di averla molto cara. L’elenco non sarebbe completo senza citare due oggetti, due strumenti musicali, inseriti anch’essi da Flaiano come personaggi del dramma: un clarino e un tamburo.
Dopo succinte indicazioni per l’allestimento di una scenografia davvero minimalista, i primi a entrare in scena sono propri i succitati strumenti musicali, mentre alcune autorità e la Signora, di spalle al pubblico, salutano truppe immaginarie, che partono per l’ennesima guerra. E l’Autore si informa sull’inizio delle ostilità e sul rituale primo colpo, che apprende essere stato sparato proprio da quella emozionata Signora; mentre il Generale comincia la sua retorica esaltazione della guerra, nella quale anche il popolo ripone una fiducia altissima, il rappresentante degli Studenti si felicita per l’inizio delle ostilità e accorda piena e totale adesione della sua "categoria" a eventuali cortei e riprese cinematografiche.
Appresa dal Presidente la notizia che la guerra durerà molto, come le precedenti (le prime quattro guerre mondiali), le ragioni per la necessità della sua lunga durata – nonostante il disaccordo del Perito religioso che teme i contraccolpi sul già traballante istituto familiare e la proposta della Signora di ammettere le donne nella vita militare, l’Autore esce di scena e non vi comparirà più, concludendo il suo intervento con l’ambigua battuta:
AUTORE Allora vi lascio. Chi potrà fermarvi, se non le ali della Vittoria?
Ed è il momento giusto, per il Presidente, di esporre nel dettaglio i suoi piani sulla guerra appena iniziata. Mentre fervono i preparativi, entra in scena anche l’Ambasciatore del paese nemico con il quale – dopo i soliti convenevoli – il Presidente inizia un battibecco sull’attribuzione della responsabilità del conflitto; poi è la volta dello Studente e del Giovane, ognuno con le sue idee o perplessità sul momento che stanno vivendo.
Entra in scena anche il Ministro della superproduzione e il Giovane ha modo di ascoltare le teorie di tutti i presenti sulla necessità di quella nuova guerra, dense della solita retorica sulla guerra giusta e sullo stare dalla parte giusta con l’appoggio del Signore o sulla prosperità economica che ne deriverà o sulla civiltà da portare al nemico, che si alternano con altre teorie bislacche sui bombardamenti che dovrebbero prevedere in primis il lancio di generi alimentari, e poi quelle degli intellettuali, per liberarsi del loro spiccato individualismo, dannosissimo in tempo di guerra. Il sarcasmo dell’autore raggiunge altezze inimmaginabili e ci guida fino alla retorica della libertà infiocchettata dalle autorità.
GENERALE Che importa? Il nostro nemico combatte per la nostra libertà. Noi invece combatteremo per la libertà del nostro nemico. Quando avremo fatto prigioniero il suo esercito e occupato il suo territorio, il nemico potrà godere delle libertà che noi godiamo da secoli. Mi sembra persino ovvio.
PRESIDENTE Insomma, giovanotto, la guerra si fa per difendere la Patria. E la Patria siamo noi principalmente, e poi tu, la tua casa, la tua famiglia, tua moglie.
MINISTRO C’è guerra e guerra, giovanotto. Sfatiamo una buona volta gli sciocchi pregiudizi del popolino sulla guerra. Oggi non c’è migliore investimento di capitale.
Ma nulla sembra convincere il Giovane, che rimane muto sulla scena e poi si dichiara ostinatamente sicuro di non capire cosa sia la guerra; rischia che la proposta di fucilarlo avanzata dal Generale sia accolta e deve anche ascoltare il Perito, Il Ministro e il Presidente che scomodano la letteratura, leggendo da tre libri diversi passi sull’eroicità della guerra. Ancora una volta, però, il Giovane delude le aspettative di tutti:
SIGNORA Allora, vuoi andarci alla guerra?
Un silenzio gravido di speranza
GIOVANE (si alza sorridendo) No.
Con un procedimento straniante e con la miracolosa comparsa in una successiva battuta del Presidente della parola "delicatezza" (capirete leggendo!), il Giovane esce di scena; sembra che la missione di convincerlo a partecipare alla guerra sia andata in porto e si registra un tardivo e inascoltato anelito di rimorso:
SIGNORA Ora che ci penso, abbiamo taciuto a quel simpatico giovanotto che in guerra si rischia di morire. Abbiamo fatto male?
Usciti tutti, tranne l’Usciere e il Presidente, ci sarà l’entrata in scena di un carillon in forma di mappamondo:
PRESIDENTE Io ho una piccola teoria sulle guerre. Le guerre diventarono più cruente quando la Terra apparì agli uomini non più come una cosa piatta, ma come una cosa tonda. Non si scherza con le cose tonde. Per conto mio, trovo che questo mappamondo non può eccitare un bravo condottiero. Ma ora ci siamo. Sono convinto che, con l’aiuto di Dio, olieremo l’asse terrestre in modo che non si dovrà più sentire il menomo scricchiolio.
Dopo quindici anni, sembra compiersi la previsione rispetto alla durata della guerra, preventivata dai suoi appassionati sostenitori. Basta aspettare ancora un po’ per sapere chi ha perso e chi ha vinto; ma c’è ancora il tempo del disvelamento della vera natura di due personaggi che, fino a quel momento, erano sembrate delle semplici comparse: l’Usciere e Ninì.
USCIERE (rivolto al Presidente) Perché avete nominato la Storia? Se proprio volete saperlo, sono io, la Storia. Che sorpresa, eh?
PRESIDENTE Voi la Storia? Bugiardo, vi ho preso sul fatto. È costei la Storia. Non è vero Ninì?
NINÍ (atona) Sì, signor presidente.
Ne nasce un alterco irrisolto tra il Presidente e l’Usciere e il mistero resta irrisolto, ma c’è ancora un’ultima sorpresa: l’apparizione del fantasma del Giovane che darà anche la sua versione, mentre tutto scorre verso la conclusione, che non lascia alcuna speranza su un utopistico lieto fine, in linea con la poetica di Flaiano, che con il suo teatro intende indirizzare un messaggio chiaro soprattutto agli autori, come appare nel discorso che rivolse alla platea del teatro dell’Arlecchino, detto anche "Teatro Tascabile" (per il suo limitato numero di posti) in occasione della sua apertura:
Il Teatro Tascabile di Roma [...] vuole richiamare la loro (degli autori) attenzione sui compiti di satira morale, politica, sociale che un teatro deve imporsi per poter giudicare gli avvenimenti [...] noi promettiamo solennemente di rinunciare alla satira solo quando tutti avranno rinunciato alla retorica.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La guerra spiegata ai poveri
Lascia il tuo commento