Tita (Margherita) è nonna, di Mora Bensanti, in un romanzo molto recente. Dai valori che esprime e dalla tempra che dimostra, si direbbe una donna di un altro secolo e lo è, del Novecento, ma la costruzione del romanzo e certi particolari - non ultimo l’uso di cellulari - l’avvicinano a noi, oggi. È un personaggio indimenticabile, immaginario solo in parte, ispirato dalla nonna autentica di Caterina Battilocchio, narratrice esordiente o quasi, di una storia dura fuori, tenera dentro, intima, personale, di crescita, di distacco, di elaborazione dell’assenza e della perdita della memoria: La guardiana, titolo pubblicato da Garzanti, nella collana “Narratori moderni” (giugno 2026, 336 pagine).
L’autrice è nata a Roma e vive nell’Etruria meridionale, di fronte al mare. Ha studiato etnoantropologia e si è occupata di progetti di cooperazione internazionale che l’hanno impegnata a lungo in Africa e nel Medio Oriente. Da sempre attivista culturale, ha ideato e coordinato festival artistici, rassegne letterarie e gruppi di lettura.
Non ho difficoltà a riconoscere di avere tanto apprezzato Tita, da esserne totalmente preso durante la lettura e indotto a lasciarmi andare alle reazioni emotive regalate da questo romanzo. La curiosità nei confronti di chi ha creato il personaggio è venuta soltanto più avanti: ho scandagliato il web, trovandovi in particolare un’intervista, in una testata online della sua Tuscia, nella quale la scrittrice laziale illustra i contenuti del suo contributo, per quanto in appendice al volume Garzanti figurino alcune pagine di post-presentazione, anche queste in forma di (auto)intervista.
Sostiene d’avere raccolto per anni, nel corso delle attività lavorative, storie di gente vera, schegge di vite private che la guidavano alla scoperta di “intere culture”. Un metodo, l’esplorazione emotiva, applicato nella definizione dei suoi personaggi. Dalle persone reali a quelle di carta, tanto vive e vitali, premiate da virtù e penalizzate difetti esattamente come quelle incontrate in carne ed ossa. “Un lavoro lungo cinque anni, per una storia che portavo dentro di me”.
Facciamo che sia lei a presentare l’io narrante, Mora, trentatreenne precaria, non solo sotto il profilo abitativo, anche esistenziale-emotivo. Tanta stabilità le viene invece dalla nonna, guerriera inimitabile della vita. Qualche interesse lo ricava dal lavoro di educatrice in una casa di riposo, dalle conversazioni con gli anziani ospiti. Per lei non sono estranei o scomodi ingombri, ma protagonisti, portatori di valori d’identità e di vissuti.
C’è del vissuto di Caterina in queste pagine. Si è concretizzato prima che fossero scritte. La nonna alla quale era tanto legata ha sofferto di Alzheimer. La perdita progressiva dei ricordi e dell’identità stessa della cara sofferente hanno generato nella nipote una sorta di ossessione per la fragilità della memoria, inducendola a trovare nella scrittura il rimedio per dare consistenza e stabilità a esistenze che il tempo, l’età e la malattia rischiano di cancellare.
Se Mora è una delle due colonne portanti del romanzo, certo un tantino traballante, tra la denuncia dell’insensibilità del prossimo e l’autocritica, il pilastro saldo, incrollabile è Margherita, novantaduenne di ferro in avvio della narrazione. Nipote e nonna narrativa raccontano e si raccontano. Quella vera sceglie di trasferirsi da una Roma in cui non si riconosce al territorio nord laziale di Tita, da dove cercare di ritrovarsi, di ripartire. Nel distaccarsi dalla nonna defunta, sente di doverla ritrovare, indagando il suo passato.
L’anziana immaginaria è giovane nelle pagine dei Ricordi. Mentore, mater e magistra della nipote, la invita a guardare solo avanti, a fare comunque scelte, quali che siano, senza indecisioni. Mai voltarsi indietro. A nonna Tita è sempre piaciuto stare al mondo, ma soltanto alle sue condizioni, che nemmeno il padre eterno avrebbe potuto modificare. La conosciamo attraverso Mora, ovviamente, ma tanto del suo profilo si deve all’omelia di don Vincenzo, nel commiato religioso durante la celebrazione del funerale nel paese d’origine dell’anziana, l’inventato Rocca (compendio di alcuni piccoli centri della Tolfa). L’interessata aveva programmato tutto, nei particolari e per tempo, tanto il rito che le esequie e la sepoltura, individuando con pignoleria anche la ditta di pompe funebri, versando tanto di acconto la bara e scegliendo l’autovettura per l’ultimo tragitto.
Era nata con qualche difetto di postura e cresciuta in povertà con la sorella. Durante l’infanzia, avevano tirato avanti grazie al vicinato caritatevole, più qualche lavoretto rimediato qua e là. Poi la vita le aveva fatto incontrare nonno Eugenio e tutto era cambiato: prima la gioia della nascita di una figlia, poi quella doppia di tenere in braccio una nipote.
Ha chiesto di riposare accanto al papà, nel cimitero di Rocca. Diceva di averlo “conosciuto poco” e di volerselo “godere un po’”. Era morto nel 1935, tempi poverissimi, la sua bara era stata montata da due amici, con l’intelaiatura delle finestre, a quanto si legge nel Ricordo Uno, dei dieci che ricorrono nei capitoli, alternati a quelli dedicati ad un tipo di rosa (protagonista Mora): Canina, Celsiana, Pendulina e così via. Accanto alla Rsa, infatti, c’è un roseto.
Nelle interviste e nelle presentazioni del libro, Caterina insiste sull’ispirazione mediata dall’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, amata fin dall’adolescenza grazie alla rilettura in musica e parole di Fabrizio De André (il 33 giri del 1972, “Non al denaro non all’amore né al cielo”). Si direbbe tuttavia che la vita prevalga nettamente, come e più che nei testi del cantautore genovese e pur davanti alla morte, nonostante le lapidi e tombe dell’album. Assumono dignità i ricordi degli anziani, la loro memoria. Captata da Mora come un’aura vitale, diventa un vissuto senza fine, eterno, di cui la nipote di Tita è custode: guardiana di storie.
- Autore: Caterina Battilocchio
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Garzanti
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La guardiana
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