Non è narrativa, non è finzione. Purtroppo, viene da dire. Perché il dolore raccontato in questo libro è profondissimo, è la tragedia della sua protagonista e allo stesso tempo di una nazione intera. Ed è il dramma di tutta l’Argentina, che ancora oggi, nel 2026, deve finire di rielaborare il proprio faticoso e tremendo passato recente.
Non è narrativa, non è finzione. Per fortuna, viene da dire. Perché la vicenda tragica di Sylvia Labayru, rapita, torturata, ridotta in schiavitù nel 1976 durante la dittatura di Videla, è anche la storia di una donna che, seppur tragicamente ferita, è riuscita a salvarsi e, ancora più importante, a trovare il modo di continuare a vivere.
Leila Guerriero, dunque, con questa sua ultima fatica dal titolo La chiamata. Storia di una donna argentina (SUR, 2025, trad. di Maria Nicola) ci presenta l’intera esistenza di Sylvia Labayru, militante del gruppo di matrice peronista Montoneros, e allo stesso tempo di tanti e di tante, politici, persone comuni, desaparecidos, militari e figure diverse che animano un romanzo focalizzato sulla vita di una donna argentina (come giustamente specificato nel sottotitolo), ma anche portatore di tante voci tutte necessarie per ricomporre l’intricato puzzle della storia che va dal 1976 al 1983. Sono anni drammatici dei quali oggi, per fortuna, si sa molto e nei quali il sospetto, la delazione e la paura erano diventati pane quotidiano per tutti gli argentini, non solo per i personaggi più politicamente schierati. Un sospetto pervasivo che non lasciava più vivere e che quasi era considerato più insopportabile della cattura o della tortura. Un clima di terrore generalizzato, inimmaginabile.
Il contenuto di questo libro, quindi, è potente, quasi scandaloso da un certo punto di vista. Come ha sottolineato l’autrice al momento della consegna del Premio Strega Europeo 2026, che le è stato meritatamente attribuito, "questo è un libro che parla di cose che non sarebbero dovute succedere”, ma che non possiamo non guardare in faccia apertamente, senza codardia. Il riconoscimento che quest’opera ha ricevuto è legato sicuramente al suo contenuto ma anche al modo in cui questo è stato trattato e allo stile che Leila Guerriero ha scelto per parlarne. Una prosa quasi giornalistica che ben si confà alle caratteristiche dell’autrice, che da tempo collabora con molte testate latinoamericane ed europee, e che soprattutto nella prima parte propone paragrafi dal ritmo teso e incalzante. Se della giornalista ritroviamo in queste pagine la chiarezza e la precisione, dalla penna sapiente della scrittrice riceviamo in regalo una narrazione ben organizzata e articolata.
Questo non è il primo libro pubblicato di recente relativamente a vicende drammatiche di uomini e donne sequestrati a causa delle loro scelte politiche. La storia di Ingrid Betancourt, politica colombiana con cittadinanza francese, è già stata narrata in Non c’è silenzio che non abbia fine (Rizzoli, 2011) e più recentemente, nel 2026, Gaja Cenciarelli nel suo Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio) ha raccontato di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera che furono rapiti nel 1972, in Uruguay, durante la dittatura militare e che furono sottoposti a torture pesantissime. Il libro di Leila Guerrero ha, rispetto a questi ultimi, alcuni elementi di maggiore approfondimento.
Innanzitutto il centro del racconto non sono tanto le torture subite da Sylvia Labayru durante il suo sequestro alla ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada), quanto piuttosto la sua condizione di sopravvissuta e il fatto che questo l’abbia più volte messa nella condizione di essere considerata una traditrice. Il pettegolezzo più comune che riguarda chi è riuscito a salvarsi dal quello che è stato a tutti gli effetti un vero campo di concentramento è che sia in qualche modo venuto a patti con i carcerieri o abbia confessato nomi di altri compagni e compagne per far terminare le torture. Serpeggia piuttosto chiaramente l’idea che avercela fatta significhi non essere stati abbastanza coraggiosi da non morire per la causa. Un peso enorme che è stato gettato sulle spalle di chi, avuta salva la vita, ne ha pur sempre lasciato un pezzo piuttosto rilevante tra le mura delle camere di tortura.
L’autrice, peraltro, sa mantenere un necessario equilibrio nel tratteggiare il ritratto della sua protagonista: rifuggendo dall’agiografia ne restituisce alcuni aspetti psicologici peculiari e riporta con fedeltà le critiche che la Labayru stessa muove sia nei confronti del gruppo dirigente di Montoneros che verso se stessa alla quale rimprovera una certa incoscienza giovanile. Portare una pistola e una bottiglietta di cianuro mentre, incinta di 5 mesi, ci si dedica alla lotta armata, è stata una follia che ha portato alla nascita in carcere della piccola Vera, sua figlia. Questa inconsapevolezza giovanile è stata ovviamente spazzata via dalle torture subite al momento del sequestro e nei mesi successivi ed è stata sostituita da una estrema lucidità con la quale Sylvia ha denunciato le violenze sessuali subite, combattendo a denti stretti davanti ai giudici che più volte hanno finito per gettare su di lei l’ombra della colpevolezza, cercando di trasformala da vittima in accusata. Le parole si Sylvia sono, però, inattaccabili: “che non ti torturassero durante l’atto non toglie nulla al fatto che si trattasse di stupro, perché ti obbligavano a fare qualcosa mentre eri sotto sequestro e sotto minaccia di morte”.
L’autrice incontra Sylvia più volte e ce ne riporta non solo le vicende ma anche tutti i tratti psicologici: una certa irrequietezza, i sorrisi discreti, l’amore profondo per la figlia, lo sconforto di fronte a certe critiche. Tutte questo contorna la lucida consapevolezza che Sylvia ha di “vivere in un limbo”, perché da certe situazioni si può anche uscire fisicamente ma mai del tutto. L’ESMA: “un luogo così piccolo per un male così grande”. Un male che resta irreparabile. Lo testimonia il fatto che molti episodi siano raccontanti in modo diverso da Sylvia e da chi li ha vissuti insieme a lei probabilmente non per malafede delle parti, ma come esito dei percorsi faticosi che la mente mette in atto per gestire del materiale estremamente doloroso.
Sequestrata. Torturata. Rinchiusa. Obbligata a partorire su un tavolo. Violentata. Costretta a fingere. Finalmente liberata. E di lì in poi, messa al bando, respinta, sospettata.
La vita di Sylvia Labayru avrebbe potuto essere solo ed esclusivamente questo, ma a quanto lei stessa racconta attraverso la penna di Leila Guerriero, c’è qualcosa che può andare oltre al dolore (che pure ti resta dentro), c’è la vita che ti chiama a continuare non solo per raccontare ma soprattutto per vivere nuove gioie: i figli, i nipoti, i viaggi, il lavoro, un nuovo amore. Un nuovo inizio.
- Autore: Leila Guerriero
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Edizioni SUR
- Anno di pubblicazione: 2025
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La chiamata. Storia di una donna argentina
Lascia il tuo commento