- Autore: Matteo Predaroli
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Mursia
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788842568940
Il Quaderno dei Sogni della giovane Lisa aveva iniziato a prendere forma e nello scrivere, non solo perché era un’adolescente arrabbiata col mondo, aveva imparato a riconoscere i dream signs e a usare le parolacce quando le pareva. Aveva creato il suo piccolo spazio, il sito l’Acchiappasogni, dove ognuno poteva raccontare il suo sogno come se si rivolgesse a un amico immaginario. Un luogo di annotazioni, una sorta di diario delle impressioni. La casa dei papaveri (Mursia, 2025) è il nuovo lavoro di Matteo Predaroli, genovese, autore che ha pubblicato poesie e racconti in diverse antologie e ha esordito con il romanzo Barche di Carta.
Ogni giorno Lisa trascriveva sul suo quaderno, l’inseparabile taccuino, i racconti che le arrivavano. La rete era un universo sconfinato, dove ognuno diceva la propria: qualche volta aveva cercato di entrare nel dibattito, altre volte la monotematicità l’aveva annoiata. Un sito dove non mancavano interazioni: la gente scriveva dei propri sogni e si metteva in contatto tra loro.
Mario stava leggendo un saggio sulla teoria del piccolo mondo, con il sole primaverile che entrava attraverso la tenda nella sua camera. La sua vita nei metri quadrati della famiglia. I suoi occhi erano castani come quelli del padre e aveva un naso più lungo del normale. Da quando era tornato dal seminario, si intratteneva poco in casa con i genitori. Delusione, risentimento, almeno sette erano i gradi che li separavano. Sfrecciava tra le strade di Genova con la sua vespa, averla era un must. Si recava al mare, si sedeva su uno scoglio e si lasciava attraversare dai pensieri sulla sua vita. “Devo trovarmi una vita”. Non era mai stato fermo a lungo e il mare gli si stendeva davanti, avaro di consigli. Aveva sempre stretto i denti e se l’era sempre cavata. Prima la sua timidezza, poi lo studio, poi la storia d’amore finita. Immaginava che per uno come lui perdere un Dio era un lutto da elaborare. Aveva lasciato di sua volontà il seminario perché era troppo duro e non era la sua strada.
Io non credo più in questo Dio: o forse non credo più solo in questo Dio.
Una vocazione nata dalla delusione amorosa “era una stampella fragile, pronta a spezzarsi”. Ed era stato così che nel mezzo delle notti, svegliandosi, cercando di riordinare i suoi sogni, era incappato nel sito dell’Acchiappasogni; si rifugiava nella rete, diventando spettatore di se stesso.
Jennifer era corsa in bagno, il livido sul collo era visibile come il labbro violaceo. Le Alpi sullo sfondo erano ancora innevate. La sua utilitaria in strada pronta verso la periferia nord di Torino, tra blocchi di caseggiati anonimi, “come i tanti quartieri popolari di mamme commesse e papà operai”. Da lì aveva sempre sognato di fuggire: c’era stato un tempo che avrebbe voluto andare a studiare a Parigi, o a Roma. “La vita le aveva trovato poi altri modi di andarsene”. Il centro città, lavorando in profumeria, bastava “a sentirsi all’interno del cerchio sensato del mondo”. Aveva trent’anni e aveva imparato a offrire ai suoi genitori solo la donna in superficie. L’unica loro scelta audace: averle dato il nome Jennifer.
Jennifer cucina le sue menzogne con calma, senza la paura di essere scoperta o contraddetta: il lavoro in negozio va bene, il venerdì sera esce con le amiche...
La notte arrivava e si sentiva sola, la sua solitudine era figlia di una vita che non le aveva offerto molto. E così su l’Acchiappasogni scriveva, raccontava. Le sue parole uscivano veloci; quanto difficile erano le sue emozioni! Aveva saputo spegnere, come un interruttore della luce, l’aggressività del mondo su di lei e la dipendenza dal sesso che la stava distruggendo.
Lisa era cresciuta in una valle con qualche migliaio di anime, a stretto contatto con la natura. Intorno le montagne dettavano il tempo delle stagioni. Un paese rimasto sulla soglia del tempo, con gli uomini che si alzavano presto per curare gli animali nelle stalle e lavorare nei campi. Nei mesi estivi si riempiva di rumori e voci che arrivavano dalla città. I suoi genitori avevano un piccolo emporio a fondo valle e lei era intenzionata a riaprire la Casa dei Papaveri, chiamata così perché vicino a un parco dove d’estate sbocciavano i papaveri. Un edificio anonimo abbellito dall’edera che si arrampicava fino al secondo piano. Un posto che Lisa sentiva suo. Voleva che divenisse un rifugio per onironauti, il nome dei sognatori lucidi: di coloro che avevano la consapevolezza di stare sognando durante il sonno. Una capacità ed una tecnica che definiva un’esplorazione interiore nel liberare la propria immaginazione e che portava ad una maggiore crescita personale. Un desiderio che unirà i personaggi della nostra storia e li porrà a confronto con le sconfitte e le paure di ognuno.
La casa dei papaveri ha una trama particolare e molto originale, una storia tra realtà e inconscio nella quale i protagonisti si aprono a un’esperienza cruciale, intima e dolorosa, affrontando insieme i propri drammi e le proprie fobie.
Non puoi salvare nessuno se non sei disposto a essere salvato a tua volta.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La casa dei papaveri
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