Una scrittura d’altri tempi, come le favole, il genere letterario antico, breve, e con un insegnamento da trarre dalla storia. La bottega del pane (L’orma, 2025) è un romanzo con un linguaggio ricercato e nobile, e con i suoi racconti evoca atmosfere di epoche passate che si avvicenderanno intorno al palazzo del barone don Panfilo Merlino e del suo feudo. Una storia della propria terra del cuore, e averla raccontata rievoca la propria e la nostra storia. Lucio Di Cicco, nato a Sulmona, è un ferroviere in pensione che vive tra Roma, Sulmona e Delft, in Olanda. Il suo romanzo d’esordio, Vita avventurosa di un’acciuga cantabrica (L’orma, 2024) ha avuto un grande successo ed è entrato nel cuore di molte lettrici e lettori.
Più di un secolo è narrato attraverso le storie dei personaggi e dei baroni, da erede in erede vissuti nei borghi, le cui vicende saranno legate a una piccola pietra ovale, screziata di azzurro, da sembrare un uovo di drago. Un monile tanto bello da attirare l’attenzione, quanto di cattivo augurio. Siamo nel 1839 e il barone don Panfilo doveva giungere alla corte di Ferdinando II per il viaggio inaugurale della ferrovia Napoli-Portici. Una lunga e meticolosa preparazione prima della partenza da Sulmona, senza dimenticare il prezioso ovale azzurro,“l’uovo fatato”, infilato nella tasca del panciotto. Quella piccola pietra esercitava un fascino del tutto inconsueto sul barone. Lungo la strada di notte, territorio di briganti, venne lasciato solo nella neve, abbandonato dal suo vetturino e ritrovato cadavere con addosso “quel sasso stranamente somigliante ad un uovo”. Il sasso dalla forma strana e dai bei colori si pensava portasse fortuna, e finì nella tasca della giacca del massaio, dono di nozze del barone. Nel giorno di festa ci furono canti, balli e tanti dolci, non solo pizzelle fritte ma anche pane bianco. Era il cibo delle grandi feste, Natale e Pasqua. Nell’allegria più gioiosa lo sposo parve agli ospiti un posseduto, e il sasso neanche a dirlo ritornò sulla scrivania del barone, nel cassetto più in basso del mobile.
La baronia iniziò a deperire con la fine dei dazi e l’apertura di nuovi mercati, ma l’uovo fatato ebbe sempre dimora. Come nella bottega, aperta in un locale del barone che dava sulla piazza, del barbiere gobbo che si era trasferito in città perché la vita in paese era diventata per lui insopportabile: canzonature e scherzi alla sua persona. Ma i perdigiorno erano sempre tanti e ovunque. Davanti al suo negozio sedeva ogni mattina il suo vecchio zio con il quale divideva la vita. Era tornato rintontito dalla guerra in Abissinia dove aveva sperato di trovare un tesoro in oro, ma l’Africa non era come l’aveva sognata: grande freddo e “un sacco di morti fatti a pezzi”. Il ricordo non lo aveva abbandonato neanche la sera in cui morì e il povero nipote venne rinchiuso in carcere. I lavori di ristrutturazione della bottega avevano portato alla luce un sasso screziato di azzurro: era stato murato dal barone, suo avo, moltissimi anni prima perché portava sventura. E così il capomastro, alla vista della bella pietra, la donò al padrone don Panfilo, in onore della nascita della baronessina.
Racconto dopo racconto il sasso dal colore azzurro sia che fosse stato chiuso in un cassetto, indossato come un ciondolo, sottratto da un brigante o nascosto in muro, non smise di dare negatività. Come alla giovane Maria Loreta, figlia di contadini, che con la sua ribellione dette inizio a una piccola rivoluzione contro i dazi e i soprusi dei doganieri; e a Giuseppe, che guardava i treni passare distanti dalla sua terra, e con invidia gli uomini in divisa che ci salivano e scendevano. Viaggiò su un treno che dopo un lungo viaggio lo avrebbe portato, arruolato negli alpini, nelle trincee sul fiume Isonzo,
Dentro una buca scavata nella neve e nel fango ghiacciato. Chi si muoveva era perduto.
La pietra dette prova di sé anche sul giovane Ettore, perfetto rappresentante della nuova razza, in attesa dell’arrivo del Duce nella sua città, a suo dire, condannata ad avere un’anima agricola. E dopo una guerra che aveva lasciato macerie, dolori e ingiustizie, il sarto Paolo, soprannominato Coscia Secca perché da bambino venne colpito dalla poliomielite. Cuciva belle giacche e sognava di avere una moglie affettuosa e dei figli. Si innamorò perdutamente della bella pantalonaia Angela, che alla sua proposta di matrimonio risponderà con enorme disprezzo. Alla fine di tutte le storie la città cambiò, non vi erano più baroni a guidarla ma commercianti e banche. La nobile famiglia, un tempo potente,“ non aveva lasciato traccia di sé nel cuore dei contemporanei”. Solo leggende un po’ confuse ricordate dai più vecchi, e di quel piccolo monile che forse tutto il male lo aveva già portato.
Una trama appassionante e la molteplicità di storie e personaggi fanno sì che La bottega del pane sia un romanzo intenso con una narrazione che incanta e che sa raccontare la condizione e l’esistenza dell’essere umano, suscitando nel lettore un forte coinvolgimento emotivo per il profondo senso di umanità. Consigliato!
- Autore: Lucio Di Cicco
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La bottega del pane
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