L’emicrania
- Autore: Antonio Alatorre
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2025
Un’atmosfera di delicato incantesimo ammanta le pagine di L’emicrania, scritto da Antonio Alatorre. Al ritratto biografico ci pensa Martha Lilia Tenorio nella prefazione, che di lui è stata allieva ed è considerata l’erede del suo patrimonio intellettuale. Un breve memoir ritrovato dai figli e pubblicato postumo nel 2012, il cui titolo originale è La migraña, da ieri 3 settembre per la prima volta in Italia con Ventanas edizioni e tradotto da Giulia Bancheri.
Antonio Alatorre è stato un importante saggista e critico letterario messicano, morto nella capitale dello Stato del Centro America nel 2010, all’età di ottantotto anni. Prima di affermarsi come studioso, ha trascorso l’adolescenza in un seminario, entratoci senza vocazione e a causa di problemi economici della famiglia. Quel periodo gli permetterà non solo di conoscere e amare le materie umanistiche, ma anche di sperimentare emozioni estetiche, riconoscibili, fino a renderle uniche, per le feroci emicranie di cui soffriva. Le stesse emozioni che ritroviamo intatte in questo piccolo testamento letterario.
Nel presente della narrazione a parlare è un uomo di nome Guillermo, chiaro alter ego dell’autore, che in un momento di relax, mentre beve un gin tonic, osserva i colori della natura e le luci del cielo che si dispergono come un’ameba, microrganismo che troviamo rappresentato anche in copertina e che assume un alto valore simbolico: una presenza sfuggente, eppure viva e vegeta, pulsante come il dolore alle tempie. Un’estasi che lo riporta ai tempi del collegio e produce una frattura fra i due Guillermo; anello di congiunzione di questo strappo è l’emicrania, diventata una parte di lui, come una parte del corpo. Grazie a essa si ritrova con la mente nella casa di calle del Calvario, a Tlalpan, dove viveva con altri ragazzi della sua età, con indosso una sottana nera e una fascia blu in vita:
Io sono sempre qui, è ovvio, disteso, la schiena sull’erba che sa di verde e gli occhi chiusi, ma allo stesso tempo non sono più qui, sono nella casa di Tlalpan e ho quindici anni e sto sopportando quell’esperienza strana e dolente.
Non un flusso di ricordi ma, come li definisce egli stesso, “frammenti di vita”, perché gli episodi vissuti in quell’istituto della congregazione dei Missionari dello Spirito Santo sopraggiungono tali e quali e l’emicrania medesima diventa metafora dell’esistenza. L’unica cosa che rimane a consolidare i ricordi, che li cattura, è l’atto di scrivere.
La scrittura come "ritratto della mia coscienza"
dice Guillermo. Accettare dunque la vita, ma anche la morte, la realtà e l’irrealtà, il buono e quello che fa male degli eventi.
In quegli anni il protagonista ha vissuto una delle fasi più difficili per un giovane: quello dell’arrivo della pubertà e della scoperta del proprio corpo che muta e cresce, e del corpo dei coetanei, con i primi inevitabili confronti. C’è inoltre lo studio e l’applicazione attenta e diligente di Guillermo sui libri, che diverranno compagni di viaggio, l’amore per la musica classica – la stessa che ascolta mentre scrive –, i silenzi, le preghiere.
E tutto così tranquillo, così semplice. Da anni convivo con questi miei compagni e adesso sono con loro, ancora un po’ malfermo ma ormai libero dalla lacerazione, dal martellamento, dal pozzo nero. Ho lo stomaco vuoto, però la testa è lucida, che è la cosa più importante.
Guillermo sostiene di non essere un bravo narratore, di non saper inventare storie e personaggi. Si sente più un memorialista, non tanto perché interessato al passato quanto per “le antenne puntate sul presente”, e dunque prosegue nella redazione del testo e per farlo sa di doversi allontanare dalle proprie emozioni, staccarsi da se stesso.
Nessuno immaginava quando è stato scoperto il manoscritto che un intellettuale, editore nonché fondatore di svariate riviste, traduttore ed estensore di numerosi articoli accademici, che ha formato una generazione di filologi messicani, avesse scritto un romanzo di impronta autobiografica nel quale, seppure non accadano grandi avvenimenti, lo stile è rigoroso e poetico, mai banale.
Antonio Alatorre non ha portato a compimento L’emicrania. I tre figli, Silvia, Claudio e Gerardo, hanno deciso, con un gesto di nostalgia e premura verso il padre, di non lasciare il lavoro in sospeso e dare una conclusione (scritta in corsivo) seguendo ovviamente il filo e il tenore del discorso portato avanti dal genitore. Tuttavia, a giudizio e gusto personale, sarebbero andate bene lo stesso, come finale, le ultime parole dell’autore – che si lasciano a chi leggerà il libro scoprire – lasciandole fluire delicatamente, come fossero insieme a quell’ameba.
L'emicrania
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