Con il suo Inverness, edito nel 2024 nel catalogo di Polidoro editore, Monica Pareschi è entrata nella cinquina del Premio Campiello 2025. L’abbiamo incontrata per parlare del suo testo e, soprattutto, dell’influenza della sua prolifica attività di traduttrice.
L’intervista a Monica Pareschi
- Com’è nata questa raccolta di racconti, molto belli per chi legge? Hanno una sorta di magia, ma anche di crudo realismo. Come ha fatto a rendere compatti questi elementi?
Non saprei. Mi viene da dire che crudezza e incanto, realismo e magia non siano così in contraddizione, che non si escludano a vicenda. Quello che a me interessa sondare con la scrittura è essenzialmente il mistero – delle persone, delle relazioni, delle cose, del mondo – che spesso riguarda fatti molto materiali o fisici. Forse la crudezza nasce da questo. Molte delle cose che non hanno una spiegazione razionale noi le esperiamo col corpo, attraverso il corpo, per esempio. Che è quello che è: materia deperibile, spesso sgradevole, sempre vulnerabile. Ma il mistero, quando va bene, il sentore delle cose ultime lo si sfiora con strumenti diversi dalla conoscenza, spesso strumenti meno ineffabili, più grezzi, per esempio quelli che ci forniscono i sensi, il corpo.
Di qui forse, quella che lei sente come magia, e che per me ha qualcosa di religioso, forse persino di mistico. Il corpo stesso, la materia, la natura, le cose sono circondati dal mistero. Di qui forse questa sensazione di compattezza, di mancata cesura tra corpo e spirito, o anima, o mente, o come vogliamo chiamare ciò che è altro dal corpo ma che dal corpo in grande misura dipende.
- Tutto il suo prezioso lavoro di traduttrice, che le è valso premi e l’arrivare a mettere Monica Pareschi accanto al nome dello scrittore o della scrittrice, la rende orgogliosa? Magari qualche soldo in più?
Purtroppo, se parliamo di lavoro editoriale, sia come traduttori che come redattori, editor, collaboratori editoriali esterni, traduttori e ovviamente scrittori, di soldi se ne vedono pochi. È così da quando lavoro in questo campo, ossia da più di trent’anni, anche se forse le cose negli ultimi anni sono peggiorate.
Non penso tanto in termini di orgoglio, riguardo al mio lavoro di traduzione. Però, perché il mio lavoro continui a piacermi, e in linea di massima continua a piacermi, devo avere sottomano una lingua importante, o perlomeno molto interessante. Altrimenti diventa qualcosa di meccanico, un macinare il numero di cartelle quotidiane necessario a garantirsi la sopravvivenza – cosa che oltretutto, pur lavorando al massimo delle tariffe applicate dai traduttori in Italia, non avviene, per cui qui si aprirebbe il discorso sul fatto che il lavoro culturale lo può svolgere solo chi ha entrate d’altro tipo. Insomma, anche al culmine della carriera – altra parola che mi piace poco – quello del traduttore, e forse ancor di più quello dello scrittore, resta un lavoro incerto e mal pagato. Però è un lavoro, e questo bisogna ancora sottolinearlo.
- Lei adora le parole, ma forse con tutto il mélange tra traduzioni, l’umiltà e la gran fatica resta l’entusiasmo?
Guardi che io non sono particolarmente umile. Neanche superba o tracotante, eh. Ma trovo deleteri certi atteggiamenti ancillari che sono ancora abbastanza diffusi tra i traduttori. Io sono convinta da sempre che la traduzione sia una delle forme della scrittura; a un certo punto capita che un traduttore passi da una forma all’altra e diventi scrittore in proprio. Il che è piuttosto eccitante – sicuramente più rischioso e quindi più eccitante. Ma se uno è un bravo traduttore, scrittore lo è già. Io ho pubblicato due libri ma ne ho ri-scritti così tanti che tutto sommato mi considero una scrittrice di lungo corso.
La faccenda dell’entusiasmo, o meglio del godimento, è un po’ più difficile da spiegare. Non è scontato rimanere lettori gaudenti se si lavora tutto il giorno sulle parole, il rapporto con la scrittura cambia radicalmente, la si vede con occhi forse un po’ viziati dalla consapevolezza del mezzo. Insomma, si diventa di gusti difficili se si è traduttori – uno dei motivi per cui ultimamente cerco di tradurre perlopiù classici del Novecento e dell’Ottocento, e temo un po’ le novità, gli esordi – e scrittori molto severi con sé stessi se si scrive in proprio.
- Non consiglio a un adolescente di leggere il bacio iniziale, perché ha stupito me che sono Matusalemme. Sembra la differenza di un film d’autore e una disarmante voglia di tenerezza?
Ha ragione, o forse no. Magari un adolescente alle prese con i primi incontri col corpo altrui potrebbe ritrovarsi, e scoprire che il disgusto fa parte, a volte, di tutto il pacchetto erotico. A me il primo bacio un po’ di ribrezzo l’ha fatto, a lei no? Poi certo, nel sesso c’è anche la tenerezza, o il desiderio di tenerezza. Siamo animali strani, un po’ angeli e un po’ mostri.
- La sua è una scrittura paratattica. Frase, punto. Non so se è più preciso dire la coordinazione tra frasi. Insomma, la storia, che siano racconti difficili, è perché non sono stati letti o superficialmente?
Lei dice che i miei sono racconti difficili? Non saprei, a parte le recensioni degli addetti ai lavori ho avuto un feedback spesso molto positivo e reazioni calorose da parte di lettori comuni. Certo il racconto per sua natura richiede di essere letto in modo diverso rispetto a un romanzo. Diciamo che si rivolge a un lettore disposto a colmare quei non detti, quelle lacune, quei salti su cui la forma racconto si fonda.
Per me questa cosa della difficoltà è un po’ un equivoco. Il racconto non è per lettori più bravi, o più intelligenti: forse è per lettori più attivi, meno pigri, più avventurosi. Lettori che abbiano voglia di partecipare attivamente al processo narrativo.
- Quest’anno quali sono i libri che consiglierebbe, già tradotti da altre o altri?
Quest’anno ho letto troppo poco in traduzione per rispondere. Non dimentichi che leggo già sei o sette ore al giorno traducendo. E poi, se non leggo per lavoro, quindi in inglese, spesso leggo in italiano.
- In Inverness ci sono tanti spunti che ruotano intorno al sesso, alle sante parole, alle brutte; ma dove ha trovato così tanti elementi, dal lavoro di traduzione?
Forse l’influenza più decisiva della traduzione sulla scrittura è che la prima è un’attività un po’ paradossale che consiste nel riscrivere qualcosa che per il fatto di essere nato in un’altra lingua (cultura, paese, società, tempo ecc.) non si può mai trasporre esattamente o completamente nella nostra: spesso mancano le parole per dirlo. Insomma si lavora intorno all’indicibile. E, mi accorgo, anche la mia scrittura si aggira in quella zona, cerca di avvicinarsi all’indicibile, insomma, ancora una volta, al mistero.
Recensione del libro
Inverness
di Monica Pareschi
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Monica Pareschi, nella cinquina del Campiello con il suo “Inverness”
Naviga per parole chiave
Cultura News Libri Ti presento i miei... libri Premio Campiello Monica Pareschi
Lascia il tuo commento