“Chi cerca meraviglia anche dalla parte più detestabile di noi” è il lettore ideale di Oppure il diavolo di Luca Tosi, così come la Casa Editrice TerraRossa indica nella seconda di copertina.
Ha il passo e la freschezza del racconto e la struttura e l’intensità del romanzo questa storia che ha per protagonista Natale, “ragionatore” di un piccolissimo paese dell’entroterra riminese che ci racconta a ritroso il motivo di una sua scelta: quanto bene e quanto male c’è in ognuno noi? Quale parte decidiamo di coltivare e far crescere nella nostra vita?
Con una lingua curatissima che dà voce all’interiorità del protagonista, Luca Tosi ci guida nella vita della provincia intesa come condizione dell’anima, in una storia che può essere letta come la violenza della vita che diviene, in un certo qual modo, voglia di riscatto.
L’intervista a Luca Tosi
- Quale domanda ti ha guidato nella scrittura di questa storia?
Sono partito da due idee che mi frullavano in testa: la prima, scrivere un racconto che avesse tutti i canoni del realismo, quindi ambientato in un posto esistente, Poggio Berni, che è un paesino dell’entroterra riminese, con i suoi bar e locali; però volevo tenere dentro a questa storia una componente che uscisse dal realismo e che avesse a che fare con il soprannaturale o con il fantastico. Avevo voglia di cimentarmi con questo tipo di fattore per vedere che possibilità mi poteva dare nella scrittura rispetto al passato. La seconda idea è che un giorno mi sono ricordato di quando avevo undici o dodici anni e per un’estate ho frequentato dei laghetti artificiali per la pesca che ci sono proprio a Poggio Berni e restavo lì per interi pomeriggi con i miei amici. In alcuni giorni passava un uomo a controllare che avessimo il tesserino in regola, parlava con noi ed è successo che abbia tentato alcune volte di toccare qualcuno di noi. Non succedeva niente perché veniva allontanato, però quando mi sono ricordato di questo soggetto mi è subito venuta in mente un’idea di personaggio che a me interessava, perché intravedevo in lui un conflitto profondo con il suo desiderio carnale e che da subito mi sono immaginato infossato in un piccolo paese di provincia che non riesce a esprimere questa sua inclinazione. Sono partito pensando a come poteva parlare, esprimersi, quale potesse essere la sua rete di relazioni e quale la sua biografia. Il romanzo inizia con Natale che ha trentun’anni e si lamenta del fatto che in paese si è diffusa la chiacchiera che lui sia omosessuale. Comincia così a raccontare a ritroso, per frammenti, quella che è stata la sua vita.
- Che tipo è Natale? Si definisce “un ragionatore”, filosofeggia pur nella sua semplicità…
Il personaggio è cresciuto in un ambiente che lui giudica stretto e da cui non è mai uscito. Quello che c’è attorno a lui è un bar di paese dove frequenta qualche persona, ha una mamma in casa e poco altro. Fin da quando era piccolo ha patito questa dimensione, ma ha anche pensato di capirne più degli altri e per questo ha dentro di sé un bisogno di esprimersi che deriva dal senso di colpa di esistere: la madre è manesca, non lo ha voluto e si sfoga su di lui con le mani e con le parole. Cresce con una ritrosia di fondo che lo mette di lato però allo stesso tempo dentro di sé accumula voglia di riscatto, quella sete di vendetta che si forma quando intercetta l’idea del diavolo. Natale prova a rivolgersi alla parte di bene che ha dentro di sé, ma dalla quale non ha mai ottenuto nulla, pertanto decide di rivolgersi alla sua parte oscura che sente di avere e che interpreta come diavolo, appunto. Gradualmente salta dall’altra parte della barricata e mette in atto delle vendette verso tutti quelli parlano male di lui. Intraprende questa espressione del male per vedere se può ottenere qualcosa.
- La provincia, Poggio Berni, è un personaggio?
La provincia è anche e soprattutto la condizione mentale del personaggio, perché si porta dietro sentimenti contrastanti: restare o andarsene. La provincia è abitata dai conflitti, dalle storie sentite al bar, la lingua stessa… Mi sono ritrovato in una frase di Bianciardi dove dice che scrivere di provincia rimanda a una dimensione vergine di quello che si vuole dire. Ci si cala in una verginità espressiva e si segue il flusso. Per me è questo.
- Che lavoro c’è dietro la lingua che hai usato in questa storia?
Non uso parole di dialetto. Anni fa ho iniziato a leggere Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Nino Pedretti, che hanno scritto in dialetto, verso il quale non ho mai mostrato interesse. Ma loro mi hanno mostrato che avevo già una voce in casa – come loro sono di Santarcangelo di Romagna -, pesavo in dialetto e mi traducevo simultaneamente, almeno per quanto riguarda la prima stesura sulla pagina. In questo perimetro ho trovato la voce a personaggi di paese che non hanno istruzione, ma hanno delle cose da dire e le dicono “terra a terra”.
Altra cosa che mi piace fare è registrare la gente che parla, mentre telefona o mentre parla al bar per poi trascriverlo: ci si rende conto dei modi di dire, della punteggiatura… Ci si rende conto che la scrittura parlata non esiste, è un’illusione. Alfredo Gianolio, in Vite sbobinate e altre vite, faceva proprio questo.
- Il titolo è curioso: “Oppure il diavolo” sembra la parte finale di un ragionamento, di una scelta…
Oppure è inteso come un’alternativa, una scorciatoia percorribile nella testa di Natale, ovvero: cosa succede se io cambio tutto e mi butto dall’altra parte, dalla parte del male? A un certo punto inizia a informarsi su cosa significa vendere l’anima al diavolo, e prende in lui l’idea che questa possa essere una strada per risolvere i suoi problemi. L’oppure è provare a cambiare e abbandonarsi a questa parte oscura.
Nel testo ci sono delle parti in corsivo in cui Natale si lascia in qualche modo incarnare dal diavolo: il suo far male è un male scherzoso che però va oltre lui. C’è un crescendo di male che diventa uno scatenare il pandemonio e che lo spinge ad andarsene dal paese.
- La rabbia, la paura corrono per tutto il racconto e poi generano la vendetta: possiamo dire che c’è questo filo rosso che lega ciò che avviene?
Sì, è così. Questi sentimenti sono presenti nei personaggi e nella dimensione generale della provincia. Un fattore rilevante in questo senso è la mancanza, per Natale, della figura paterna: la famiglia è sua mamma e non ha riferimenti maschili, gli manca il modo di porsi verso l’altro. La figura mancante del padre è stato per me un espediente narrativo per mettere il personaggio nella condizione più difficile che potesse attraversare. Certamente tutto questo forma un grumo di rabbia e rancore, un senso di colpa per cui è difficilissimo esporsi al desiderio, cioè trovare quello stato di grazia per vivere il desiderio come lui lo immagina.
- Come scrivi i tuoi libri?
Di solito faccio dei miei libri una stesura molto veloce: mi metto a scrivere, non mi fermo e non mi rileggo fino a quando non sento di essere arrivato a un punto che secondo me può essere la fine. Poi ci lavoro. Ora sto raccogliendo ancora appunti e frammenti sparsi di una storia che sto ancora definendo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Luca Tosi, in libreria con “Oppure il diavolo”
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