Prigionieri del nostro destino (Edizioni Underground, 2025) è un romanzo intenso e tormentato, in cui la scrittura sicura e determinata ci accompagna all’interno della storia di Mauro, il protagonista quarantacinquenne, durante il lockdown per COVID19. Abbiamo incontrato l’autore Lorenzo Zucchi per discutere delle sue pagine.
L’intervista a Lorenzo Zucchi
- Iniziamo la nostra chiacchierata parlando di lockdown: perché ambientare un tuo romanzo in quel periodo e quali i tuoi ricordi personali di quei mesi chiusi in casa?
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Durante il lockdown uscì per la pubblicazione il mio esordio assoluto, il primo dei tre volumi della “Trilogia delle bandiere, Quante bandiere hai?”. Inevitabile fu quindi riflettere subito sulla casualità della cosa, soprattutto pensando che già allora avevo ormai deciso che sarei passato gradualmente dal racconto al romanzo.
Durante il 2021 dedicai alcuni mesi a immaginare una storia ambientata in quel periodo, fintanto che (come dici tu) i miei ricordi personali del periodo erano ancora carichi di quella rabbia narrativa che solitamente rende le storie reali. Abbiamo aspettato qualche anno a farlo uscire, per rispetto dei morti e anche perché come primo romanzo pubblicato ho dato priorità a una mia storia più leggera, I film belli li danno solo di notte.
- “Ora la scelta è tra approfondire l’ascolto o votare una sconfitta genitoriale: bisogna uscire dal vuoto dei pensieri non condivisi”: qual è stato a tuo avviso il ruolo dei genitori durante il lockdown?
Difficile dirlo, anche se ovviamente la citazione che hai messo in gioco è già una mezza ammissione di colpa.
Nel momento in cui l’immobile di ogni ora ha messo tutti sullo stesso piano, non so quanto la volontà dei genitori sia stata in grado di mantenere le proprie alte aspettative. Laddove non c’era rapporto, come nella famiglia dei protagonisti, la solitudine si è persino acuita.
- “Siamo tutti capaci di provare emozioni nel momento stesso in cui scopriamo che esistono”. Parlaci delle emozioni che vive uno scrittore quando pubblica il proprio nuovo romanzo.
Frase che amo, grazie, partorita per direttissima durante la prima stesura - e non come spesso accade aggiunta per abbellire in seguito.
L’emozione di un nuovo romanzo rimane sempre una sensazione sconosciuta; in questo caso, ricordo che ero in metropolitana e vidi il post dove veniva annunciato il lancio del preorder. Fu facile concedersi una lacrima, appena prima che arrivasse la mia fermata. Più in generale, vedere che la storia concepita diventa di dominio pubblico è come dare vita alle figurine di sabbia, un hype da stregoneria positiva, perché contribuisce alla cultura, alla resistenza, alla letteratura, anche se in minima parte.
- “Non ci sono più grandi conversazioni in famiglia […] l’apatia dei genitori e l’odio reciproco tra i fratelli sono situazioni assodate che datano a ben prima dell’emergenza”. So che sei genitore: descrivici come appare ai tuoi occhi la famiglia degli anni 2020.
Il mio essere genitore non ha contribuito a questo libro in particolare, avendone magari ispirati altri, ancora inediti, o venendo comunque sempre riflesso dallo specchio dei racconti di viaggi.
La famiglia è una convenzione, e chi la vive seguendo regole che nessuno ha mai scritto rischia di perdersi il grande vantaggio dell’avere un gruppo di persone che condividono esperienze e possono arricchire quelle degli altri.
- Nel tuo romanzo dici: “Espressioni semplici, desideri atavici, necessità basilari, istinti primordiali: la storia dell’uomo in pillole”. Descrivici Lorenzo Zucchi scrittore in pillole, e parlaci del gruppo di “scalzisti” milanesi di cui fai parte.
Lorenzo Zucchi è un organismo in perenne evoluzione, o perlomeno così mi piace pensarmi, perché non avrei mai voluto addormentare i miei scritti nella ripetizione degli stessi stilemi. Cerco di essere creativo, rispettando i miei enormi limiti.
Per quanto riguarda lo scalzismo, cammino a piedi nudi per strada da decenni ormai (anche nei miei libri c’è sempre almeno una scena con un personaggio senza scarpe), ma non credo di aver mai fatto parte di un gruppo definito. Credo sia nell’individuo che nell’associazionismo, dipende solo dai soggetti.
- Nel tuo romanzo descrivi i giovani di oggi con i termini “positività e superficialità tipiche della loro età”, e ancora: “futuro, università, libertà”. Come sono i giovani del 2020?
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Cerco di osservarli a ogni occasione, perché so che fa bene ai miei libri, ma sono molte le cose che mi sfuggono, come in ogni altra cosa.
Sono molto legato al loro passaggio all’età adulta, tema che ricorre anche in altri miei testi come appunto I film belli li danno solo di notte o anche La stagione dei grandi amori. Credo che i giovani di oggi siano istruiti e abbiano ancora aspettative enormi riguardo al futuro del pianeta; purtroppo la classe che ha in mano il potere non lo abbandonerà fino all’ultima delle morti.
- Qual è il fil rouge (ammesso che ci sia) che collega “Prigionieri del nostro destino” ai tuoi precedenti romanzi? E quale quello a cui sei maggiormente legato e perché?
Il fil rouge se vuoi è il mio progetto di narrativa che contempla ogni volta una sfumatura di genere diversa (biografia in Quel che resta della memoria, corale queer ne La stagione dei grandi amori, thriller-horror ne I film belli li danno solo di notte, sociale-storico in Un’altra volta sabato): si tratta di una serie di romanzi che rimangono ancorati ai tempi che stiamo vivendo e che hanno come obiettivo primario la critica alla società contemporanea.
Non ho mai pretese da guru, anzi non mi piace proprio come atteggiamento - anche se piace ad alcuni lettori.
Come sai, tutta la storia di Prigionieri del nostro destino è narrata senza che il narratore onnisciente prenda mai posizione. Diciamo che tutti i miei libri hanno come scopo quello di far pensare il lettore.
… e non ho un libro a cui sono più legato di un altro, almeno per il momento.
- Quali progetti hai per il futuro? Stai scrivendo altro?
Nell’anno in corso dovrebbe uscire del materiale nuovo prodotto in questi anni. Il progetto è a lungo termine e prevede almeno una decina di altri titoli di cui devo ancora affrontare la stesura, possibilmente spaziando anche su quei generi che meno sento vicini a me - non per gusto ma per capacità narrativa: il romance, il giallo, il fantasy…
Quanto agli altri progetti, sono vicepresidente di un’associazione culturale che tramite letture cerca di portare la cultura in luoghi dove solitamente la cultura viene osteggiata, come alcune realtà di case popolari. Far conoscere l’arte partendo dal basso rimane il mio ideale assoluto.
Recensione del libro
Prigionieri del nostro destino
di Lorenzo Zucchi
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Lorenzo Zucchi, in libreria con “Prigionieri del nostro destino”
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