Dopo l’avvincente thriller gotico Il richiamo dell’abisso (Independently published, 2024), Andrea Beltramo ritorna sul panorama letterario con Silent Snow. Racconti di gelo e terrore (Independently published, 2025), una raccolta di nove racconti differenti fra loro per contesto, trama e messaggi sottesi.
Nove storie significative e impattanti attraverso le quali l’autore riesce ad addentrarsi fra le pieghe dell’animo umano, dalle più subdole e feroci fino a quelle più fragili e indifese, alla ricerca di più verità possibili.
Un teatro dove verità e realtà si intrecciano e confondono fra palcoscenico e platea. Un convento isolato, dove la fede è una soglia sottile tra luce e tenebra. Una canonica affacciata su un lago ghiacciato, che conserva più segreti di quanti ne possa perdonare. Un camposanto dove la gelida terra sembra custodire il respiro di un’anima viva. Un dipinto nella cui tela convivono misteriosamente sacro e profano insieme. Una stazione di ricerca sulle Alpi, dove i messaggi arrivano solo quando è troppo tardi. Solo per citarne alcuni. Il resto, lo lasciamo al lettore, da sempre avido di brividi, verità ed emozioni.
In questa intervista con l’autore scopriamo da vicino i mille volti, le infinite maschere che la verità può assumere di volta in volta.
L’intervista a Andrea Beltramo
- Partiamo dal legame simbolico parola-immagine, ovvero raccontaci quando e come è nata l’idea di identificare un racconto con l’immagine suggestiva di un fiocco di neve.
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L’idea dei fiocchi di neve è nata quasi spontaneamente, come una visione. Mi affascina il fatto che un fiocco sia unico e irripetibile, ma allo stesso tempo parte di una massa indistinta che cancella tutto ciò che copre. È fragile, quasi innocente, eppure è capace di soffocare, di nascondere, di custodire segreti. In Silent Snow ogni fiocco è una storia, una voce che cade silenziosa e lascia una traccia. Volevo che il lettore percepisse questa dicotomia: la bellezza del dettaglio e la minaccia del bianco assoluto.
Era ancora nel bosco, appoggiato al tronco del pino.
La neve gli cadeva addosso in fiocchi pesanti.
Il sangue gli colava lungo il collo.
Non c’era luce, non c’era calore.
Solo freddo, silenzio, oscurità.
- Il primo racconto, intenso e decisamente di forte impatto, esplora l’universo del teatro, un contesto a te caro, che da tempo conosci da vicino, in quanto attore. Quali riflessi e messaggi hai voluto veicolare rappresentando una realtà e una verità che si annidano tra palcoscenico e platea?
Il teatro è un universo dove la verità si mostra e si nasconde allo stesso tempo. È un luogo fragile, fatto di ego, illusioni, maschere e relazioni che spesso scivolano nell’ombra. Ambientare lì il primo racconto mi permetteva di sfruttare la tensione naturale del palcoscenico: ogni gesto è amplificato, ogni silenzio pesa. Dietro le quinte si consumano drammi che nessuno vede, ed è proprio lì che mi interessava collocare l’incubo. Volevo raccontare quanto la verità, quando emerge, possa essere più spietata di qualsiasi battuta recitata.
- Il secondo e il quarto racconto abbracciano luci e ombre del mondo della fede, della spiritualità. Quale visione hai di tale contesto? Perché hai sentito il bisogno di esplorarlo? Cosa hai voluto far emergere attraverso la storia ambientata nel Seicento a Rocca Silente e quella a Càrsine a metà dell’Ottocento?
La fede è un terreno narrativo estremamente ricco, e a volte oscuro. Mi interessava scavare in quel confine sottile tra sacro e superstizione. Nel Seicento di Rocca Silente la religione è potere, paura, ritualità, e i personaggi vivono costantemente tra il desiderio di redenzione e il timore del castigo.
Nell’Ottocento di Càrsine, invece, mi affascinava la dimensione più intima: un sacerdote, la solitudine della canonica, il peso delle confessioni, il male che filtra attraverso le crepe della fede. In entrambi i casi ho usato la spiritualità come lente per osservare l’essere umano quando è costretto a fare i conti con la propria ombra.
Don Fabrizio restò immobile, il fiato che si condensava nell’aria.
Le stelle sopra, le anime sotto.
E per la prima volta da giorni, gli parve che il vento non soffiasse più contro di lui, ma lo chiamasse per nome.
- Svelaci l’aspetto che maggiormente ti inquieta, ti disturba ripensando alla storia narrata nel sesto racconto, “Ciò che resta tra noi”, e di quali messaggi si rende portavoce la figura del becchino Giuseppe Lamera.
Di quel racconto mi inquieta il meccanismo del destino che si chiude come una trappola perfetta. Giuseppe Lamera è uno dei personaggi più spietati di cui abbia mai scritto: un uomo che non conosce pietà e che vive la morte degli altri come un mestiere, un’abitudine. La sua crudeltà è quotidiana, non teatrale, ed è questo che lo rende inquietante.
La sua fine – morire nella stessa bara che aveva destinato a una vittima ancora viva – è la forma di giustizia narrativa che amo di più: non vendetta, ma una sorta di equilibrio cosmico. È il racconto a cui sono più legato, sia per la figura di Lamera sia per il cerchio narrativo che si chiude con una precisione quasi simbolica.
- Particolarmente interessante nell’ottavo racconto, attraverso la storia della restauratrice Elena Bellandi, l’analisi che hai compiuto riguardo ai temi del doppio, dell’apparenza e del segreto. Cosa ti affascina quando ti abbandoni a richiami e suggestioni che nascono prettamente dal mondo pittorico, dal concetto di specchio e, non meno importante, dal concetto di volto umano come affermazione della propria identità e individualità?
Il doppio mi ha sempre affascinato perché rappresenta la parte di noi che non vogliamo vedere. Una restauratrice che, togliendo gli strati di vernice, trova un volto identico al suo è un’immagine potentissima: è come se il quadro la guardasse, come se la verità che lei tenta di riportare alla luce la inghiottisse.
Il doppio non è solo inquietudine: è memoria, è identità, è l’eco di qualcosa che crediamo di aver dimenticato. In quel racconto volevo che il lettore sentisse la tensione di un volto che ti assomiglia troppo, al punto da suggerire che forse non sei così distante da ciò che temi.
Le incido il corpo, e il sangue scorre, oscuro e denso. Lo raccolgo in una ciotola. […] Le labbra, un riflesso sul seno, il calore degli incarnati: tutto nasce da quelle gocce. I suoi ritratti mi parlano di notte. Gridano. Mi chiamano.
- Parliamo del potere della Natura. Quanto credi che paesaggi specifici e ambientazioni particolari siano pura linfa per te, sia come scrittore sia come uomo? Quale rapporto hai fin da piccolo con il contesto naturalistico, con l’intero creato? Nel tempo hai riscontrato un’evoluzione, ora lo scorgi con occhi differenti? Gli poni più domande o ricevi più risposte? Dove pende l’ago della bilancia?
La natura è sempre stata una compagna di viaggio, fin da bambino. Crescendo, però, ho iniziato a percepirla in modo diverso: come un archivio silenzioso di storie e simboli. La neve, il ghiaccio, i boschi, i paesi isolati… non sono semplici scenografie, ma luoghi che parlano.
In Silent Snow la natura diventa un personaggio: custodisce segreti, assorbe colpe, restituisce verità. Non so se mi offra risposte o nuove domande, ma so che senza di lei molte delle mie storie non troverebbero la loro voce.
- Possiedi una certa padronanza nel tratteggio di personaggi tanto maschili quanto femminili. Quali aspetti ritieni complessi, insidiosi e cosa al contempo ti affascina, quando scegli di descriverli singolarmente e di rappresentare un loro potenziale legame?
La difficoltà sta nel non cadere negli schemi prestabiliti. Un personaggio vive quando lo lasci respirare, quando lo ascolti davvero. Maschile o femminile che sia, ciò che conta è la sua ferita interiore, il conflitto che lo muove.
La parte più affascinante è vedere come reagiscono. Ogni personaggio è una possibilità: può amare, distruggere, mentire, salvarsi o perdersi. Quando si incontrano sulla pagina, quando dialogano e si scontrano, è lì che la storia prende fuoco.
- In qualità di scrittore, svelaci a quale forma narrativa, e il perché, ti senti maggiormente legato, se al romanzo o al racconto. Dal punto di vista emotivo e stilistico, quali analogie e differenze hai potuto scoprire nel tempo?
Il racconto mi richiama per la sua essenzialità: devi colpire subito, non puoi permetterti digressioni inutili. È un’arte chirurgica. Il romanzo invece è un territorio ampio, dove puoi costruire città, genealogie, simboli, relazioni che durano cento pagine.
Sono due modi diversi di respirare. Il racconto è un lampo, il romanzo è un mondo. E credo che come autore io abbia bisogno di entrambi per sentirmi vivo.
- Di quale racconto avresti desiderio si potesse proporre una trasposizione teatrale o sul piccolo schermo?
A teatro senza dubbio Il Teatro della Verità: nasce già con una struttura scenica, con ombre, palchi, corridoi, un ritmo che si presta moltissimo alla rappresentazione.
Per la TV o una miniserie sceglierei La Restauratrice: ha un’atmosfera psicologica forte, un mistero crescente e un’estetica visiva potentissima. È un racconto che vive di immagini.
- Un nuovo progetto letterario è già in corso d’opera, vero? Vuoi rivelarci qualcosa in merito?
Sì, ma non dico nulla per scaramanzia. È il progetto più grande della mia vita, e quello che più mi sta costringendo a superare i miei limiti.
Ma alla terza ora, e lì capì di essere perduto, comprese che non era semplice curiosità né infatuazione: era fame.
Fame di presenza, di calore, di un cuore che non fosse solo una curva su un grafico.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista ad Andrea Beltramo, autore di “Silent Snow. Racconti di gelo e terrore”
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