- Autore: Paola Musa
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Arkadia editore
- Anno di pubblicazione: 2026
Accidia, avarizia, gola, invidia, ira, lussuria, superbia: Paola Musa, scrittrice, sceneggiatrice, poetessa, autrice di teatro e televisione, ha già trattato cinque dei sette vizi capitali in altrettanti romanzi di una serie dedicata alle “radici (caput)” da cui nascono i peccati. La gola è nel sesto, Il conciaossa, pubblicato dalla casa editrice cagliaritana Arkadia (febbraio 2026, collana “Eclypse”, 140 pagine), come i precedenti dell’eptalogia.
La scrittrice vive nel Romano, ma è di origini sarde. Sceneggia, scrive poesie meritando diversi riconoscimenti, collabora con numerosi musicisti come paroliera. Sconfinate la biografia e la bibliografia della pluri artista romana. Esordio narrativo nel 2008, con il romanzo premiato Condominio occidentale, poi reso con la regista Tiziana Sensi in versione teatrale di successo e ispiratore del film televisivo Rai “Una casa nel cuore", protagonista Cristiana Capotondi, nel 2015. Dopo sillogi poetiche e romanzi per altri editori, la collaborazione con Arkadia è cominciata nel 2014: Quelli che restano (2014) e il romanzo musicale Go Max Go (2016), precursori dei sei di sette sui vizi capitali.
Gola? Più che dalla fame, è la voracità la causa delle levate notturne di Michele Miluzzi. Lascia il letto per ingurgitare pasta al ragù, fatta avanzare apposta per “placare quel senso di insoddisfazione che lo sveglia”. Un piatto di maccheroni: il quarantacinquenne romano potrebbe ricordare l’Alberto Sordi poliziotto di Kansas City, nel film “Un americano a Roma”, ma il pingue borgataro del romanzo non ha la grezza simpatia dell’eccentrico sedicente Santi Bailor della pellicola.
Nando Moriconi-Sordi giocava a “Tu vuo’ fa’ l’americano”, Miluzzi si limita a fantasticare, evade con la mente dagli spazi angusti del suo appartamento e da quelli squallidi della borgata, spia la sagoma sfiorita della dirimpettaia Matilde. Un’altra insonne, vedova di un poco di buono, al terzo piano del palazzo di fronte. Abita da solo, senza amici né partner, un alloggio modesto - appena 70 euro al mese d’affitto, prima di morire la madre lo ha pregato di non lasciarlo - in un casermone di edilizia popolare circondato da uno scenario urbano e umano da film di Pasolini. In bianco e nero, ovviamente, che in quella periferia il colore se l’è divorato tutto la miseria morale in cui parte dei bipedi hanno stabilito di annegare, più che di vivere. Beninteso, si tratta di una parte minoritaria, del nucleo attivo, in grado di volere se non d’intendere, di stabilire cosa fare. Un’altra, maggioritaria ma remissiva, a campare in bicromia ci è costretta, non avendo facoltà o speranza di decidere alcunché.
Qualcuno di quelli bravi l’ha già definito “un romanzo pasoliniano” (non io, recensore-presentatore e non critico-recensore). Post-pasoliniano, precisa Paola Musa, perché considera il grigio attuale del contesto suburbano ancora più amareggiato e senza speranza di allora. Descrive perfettamente la decolorata periferia ad alta densità abitativa, “materia d’indagine anche per i partiti politici opportunisti”, che vi si presentano solo in campagna elettorale, a caccia di voti, “sapendo che il disagio crea gente affamata di promesse, anche se votata al disincanto”. Dipende sempre dal Campidoglio, ma è una scheggia "irrecuperabile", sotto il giogo della malavita. Se nel centro di Roma batte un’ora di un certo giorno del 2026, là in fondo invece, lontano dal Cupolone, la realtà è ferma a chissà quanti anni addietro. Si campa alla giornata, perché si respira. Si respira finché si mangia, si beve, cercando di non stringere la cinghia. Spacciare stupefacenti è il mestiere più diffuso. Per alcuni uno stile di vita, per altri una risorsa pe’ fa’ soldi facili. Per i più “solo conseguenza del degrado, dell’assenza dello Stato e della mancanza di altre prospettive”.
Non tutti in borgata sono coinvolti in attività illegali, ma tirano avanti, assuefatti al malaffare come alle buche delle strade, alla sporcizia, ai palazzi fatiscenti, alle fogne maleodoranti, alle tubature guaste, ai cassonetti bruciacchiati coperti di spazzatura. In alcune circostanze, nei borgatari si accende “come un senso di orgoglio mosso da una collera repressa”. Perfino in lui. Succede quando le forze dell’ordine, frustrate dal non riuscire a debellare i traffici, non si limitano ad assediare con posti di blocco, ma buttano giù le porte delle abitazioni, senza fare distinzioni tra onesti e disonesti. Irrompono negli androni delle palazzine, urlano contro tutti, spingono chiunque contro le pareti, risvegliando una specie di senso d’identità o la necessità di far fronte comune ai soprusi.
Michele si è adeguato “per osmosi” al luogo in cui è nato e cresciuto. Percepisce questa realtà come una parte di se stesso. Non ne conosce un’altra. Vede e sente, ma non parla, come tutti. È un mondo di vinti? Tutti sconfitti, tanto i residenti non criminali che gli spacciatori, nonostante gli incassi? A modo suo, Miluzzi si riscatta dalla resa, prende posizione, si rende un soggetto e non più un oggetto. Ascoltatore di radiodrammi, aggrappato alla pensione d’invalidità come un naufrago a un relitto, si ricicla aggiustaossa - per chi non si può permettersi i cicli riabilitativi della sanità pubblica -, si scopre sensitivo e si offre come vedetta volontaria ai coinquilini compromessi. È capace di prevedere in anticipo le retate di Polizia e Carabinieri. Avverte chi ha da temere, adottando un codice personale, irripetibile, inimitabile: rosola cibo in cucina ad ore non canoniche. Lo sfrigolio e l’odore di fritto si diffondono come un allarme silenzioso. Si è dato un ruolo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il conciaossa
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