Il viaggio di John O’Flaherty. Nel mondo degli oggetti smarriti (Ed. Longanesi, 1972) di Daniel Odier è un romanzo che invita a sospendere il ritmo, le scadenze e gli impegni della quotidianità, per abbandonarsi al sogno di un’esistenza all’avventura, vissuta giorno per giorno, con la leggerezza di chi si accontenta di dormire sotto le stelle e di nutrirsi di ciò che si trova nella natura.
Il protagonista è un illusionista, capace di far sparire gli oggetti, e già questo conferisce alla narrazione un’aria di sospensione e meraviglia. Più che un talento spettacolare, questa abilità diventa metafora di una vita che impara a spogliarsi, a liberarsi del superfluo, a restare con l’essenziale. Con questa sua abilità, all’inizio cerca di far carriera assieme alla fidanzata nel mondo delle illusioni; poi, dopo essersi scottato nel mondo dello spettacolo e aver provato l’ebbrezza del successo, si mette a vagabondare per ritornare a casa, verso un’isola senza nome.
Odier costruisce la storia in brevi paragrafi, che si prestano tanto a letture meditative quanto a soste fugaci: un tessuto narrativo leggero eppure profondo, che restituisce la genuinità delle emozioni senza appesantire. Toccanti sono i momenti condivisi con la fidanzata: piccole tenerezze della vita quotidiana, avventure improvvisate, notti trascorse all’aperto, il gusto di un bicchiere di latte offerto da una fattoria lungo il cammino: sono scene che parlano di semplicità, e che fanno domandare se noi, oggi, saremmo capaci di vivere così. La lettura acquista un’ulteriore suggestione nel confronto con il nostro tempo iperconnesso: in un’epoca in cui il telefono è sempre a portata di mano e sentiamo di dover pubblicare tutto, sorprende la difficoltà dei personaggi di comunicare senza uno smartphone, la lentezza dei telegrammi, l’arte di aspettare. Chi è nato negli anni Ottanta potrà forse riconoscere un’eco nostalgica di quella dimensione, mentre le generazioni cresciute nell’era digitale possono immaginarsi cosa fosse quell’epoca. Il romanzo diventa così un invito alla consapevolezza: a osservare e ammirare il paesaggio dove ti trovi, ad ascoltare le onde del mare, a sentire sotto i piedi la consistenza della terra, a cogliere i toni di una voce e persino l’odore di un incontro. A fare tutto questo e basta, per il gusto in sé. Senza doverlo documentare.
Credo che sia preferibile usare il tempo di cui dispongo a contemplare la luce.
Allora, anche se forse non avremo mai il coraggio o la possibilità di vivere come John O’Flaherty, resta la gioia di poterlo immaginare. Perché leggere questo libro significa concedersi, almeno per qualche ora, il lusso di un altrove possibile, fatto di libertà, leggerezza e sguardi più attenti al mondo.
Daniel Odier è nato nel 1945 a Ginevra. Dopo gli studi alle Belle Arti di Roma e all’École des Hautes Études di Parigi, si reca in India, dove nel 1968 diventa discepolo di Kalou Rinpoché e apprende le vie dello Dzogchen e del Chan. In Kashmir incontra la yoginī Lalita Devî, che gli trasmette insegnamenti mistici del Tantra, in particolare attraverso i lignaggi del Kaula, Spanda e Pratyabhijñā. Tra le sue opere principali si ricordano Tantra. L’iniziazione di un occidentale all’amore assoluto (2012), Tantra Yoga. Il Vijñabhairava Tantra. Il “tantra della conoscenza suprema” (2018) e La folle saggezza delle yoginī (2020). Odier ha anche pubblicato romanzi con lo pseudonimo Delacorta, tra cui Diva (1979), da cui è stato tratto l’omonimo film di successo.
- Autore: Daniel Odier
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Longanesi
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il Viaggio di John O’Flaherty. Nel mondo degli oggetti smarriti
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