Bernard Gotfryd Photograph Collection, Library of Congress, Washington, D.C. (LC-DIG-gtfy-03589)
Isaac Bashevis Singer (1903 – 1991), vincitore di un meritato Nobel per la letteratura nel 1978, oltre che ideatore di romanzi fu autore di numerosi racconti, nei quali le usanze e la cultura religiosa ebraiche hanno un ruolo così pervasivo e potente da far sentire il lettore partecipe di quel mondo con una intensità che è riuscita a pochi scrittori.
Bruttezza e mostruosità nei personaggi dei racconti di Singer
Le raccolte principali di racconti di Singer in lingua italiana sono il corposo volume dei Racconti uscito nei Meridiani Mondadori (1998), e Lo scrittore di lettere e La giovenca malata di nostalgia pubblicati da Corbaccio rispettivamente nel 2012 e nel 2013.
Con queste righe non ci proponiamo di scrivere una generica recensione delle storie brevi di Singer. Vorremmo invece soffermarci su un aspetto particolare delle sue magistrali novelle di cui non abbiamo trovato traccia nella letteratura critica che ci è capitato di leggere. Sarebbe strano che fosse passato inosservato, perché costituisce un elemento ricorrente della narrativa breve di Singer. Ci riferiamo alla bruttezza, alla mostruosità in alcuni casi, di tanti personaggi umani (non ci occuperemo dei demoni) di questi racconti, il cui aspetto fisico, delineato efficacemente dall’autore, non di rado suscita ripugnanza.
Come abbiamo detto, questa galleria teratologica non è affatto occasionale. Anzi, è piuttosto cospicuo il numero di racconti di Singer in cui hanno un ruolo coloro che per brevità e verità abbiamo pensato di chiamare “ mostri”, mentre, quasi per contrasto, sono rare le figure che si possano definire gradevoli o addirittura belle, alle quali comunque lo scrittore dedica un’attenzione più fuggevole rispetto agli individui segnati dalla bruttezza. Sono esseri umani con i loro pregi e più spesso con i loro difetti che sovente condividono taluni tratti fisici – la magrezza, il naso storto, gli occhi gialli, la peluria rada – con i quali il loro creatore li ha marchiati.
Il fine che ci siamo proposti non è quello di compiere un’indagine critica sulle ragioni o le radici psicologiche e culturali di una peculiarità che forse, in questa misura, non ha uguali nella narrativa. Ci limiteremo, invece, a un’azione rappresentativa, offrendo attraverso la voce dell’autore un piccolo campionario delle creature deformi o grottesche, brutte in una parola, da lui inventate. La nostra intenzione è di non risolvere questa operazione in un semplice elenco di citazioni. Cercheremo, al contrario, di rievocare brevemente le situazioni in cui vivono e agiscono questi personaggi per non ridurre a maschere laide donne e uomini che sono, sì, sgraziati e disgraziati ma che sono anche, come tutti gli umani, buoni o cattivi, felici o infelici.
Il pantheon del grottesco: la descrizione fisica dei personaggi di Singer
Una delle figure femminili più patetiche disegnate da Singer è la protagonista di Un giorno di felicità del 1965:
Era piccola e bruna, coi fianchi larghi, le gambe storte, il naso aquilino e grossi occhi neri sporgenti […] Aveva seni cascanti e braccia flaccide di grasso […] Di notte, a letto, quando era ancora sveglia, sentiva talvolta il suo corpo gonfiarsi come pasta lievitata.
Si tratta di una giovane donna che vive nel sogno di conoscere un famoso eroe e poeta. Inaspettatamente l’uomo risponde a una lettera che lei gli ha inviato e fissa un incontro al quale la donna, al vertice dell’incredulità e della gioia, si recherà. E in quell’incontro il sogno della protagonista si infrangerà contro l’urto della violenza, lasciando nel lettore un senso di pietà che l’aspetto fisico della sventurata protagonista non può cancellare.
Ecco, adesso, come viene raffigurato Zeidel Cohen, protagonista del racconto Papa Zeidlus:
Le sue membra erano glabre, a diciassette anni la sua testa a punta era già calva e sul mento gli spuntava appena una peluria. Aveva una faccia lunga e severa con una fonte alta sempre imperlata di sudore e un naso storto che appariva stranamente sguarnito […] Sotto le palpebre arrossate si celavano due occhi gialli e malinconici.
Zeidel ha dedicato la sua giovane esistenza allo studio dei testi sacri, fino a diventare l’uomo più dotto della Polonia. Il Maligno, facendo leva sull’orgoglio dell’uomo, lo convince ad abbandonare l’ebraismo per il cristianesimo perché, a suo dire, i cristiani, diversamente dagli ebrei, sanno apprezzare la grandezza umana. Irretito nella trappola del Maligno, sedotto dai sofismi satanici, Zeidel si avvierà inesorabilmente verso la confusione e la rovina.
Il dottor Nahum Fishelson è invece il protagonista de Lo Spinoza di via del Mercato:
Era piccolo e gobbo, con la barba grigiastra e la testa calva, a parte qualche ciuffetto sulla nuca. Aveva il naso a becco e grandi occhi scuri sempre in movimento, come quelli di un grosso uccello […] Aveva sempre la lingua sporca, ruttava spesso emettendo ogni volta un odoraccio diverso, e pativa di crampi e bruciori di stomaco.
Il dottor Fishelson vive tra l’alto e il basso, tra il cielo osservato al telescopio, che nella sua estensione infinita sembra confermare uno degli attributi che secondo Spinoza appartengono a Dio, e la via del Mercato dove abita, piena di baccano e di gente sguaiata, ambulanti, ladri, giocatori d’azzardo, prostitute. Fishelson ha dovuto lasciare l’impiego di bibliotecario capo della comunità di Varsavia e adesso lavora da anni a un importante libro su Spinoza. Per qualche tempo ha vissuto dando lezioni private di latino e tedesco, poi, quando si è ammalato, ha ricevuto un sussidio trimestrale dalla comunità ebraica di Berlino. A un certo momento entra a far parte della sua vita una zitella chiamata Dobbe la Nera:
Era alta, magra e nera come una pala da forno, col naso storto e una peluria scura sul labbro superiore. Parlava a voce bassa e mascolina e portava scarpe da uomo.
Sarà questa donna a prendersi cura dell’uomo e dei suoi malanni. Alla fine lo sposerà e riuscirà a dargli quel vigore che Fishelson non aveva mai conosciuto.
Fa invece il sarto per la gente povera di un villaggio Shmul-Leibele, protagonista del racconto Breve venerdì, anche lui appartenente al pantheon del grottesco di Singer:
Shmul-Liebele era piccolo e sgraziato, con mani e piedi troppo grossi e uno di quei testoni dalle tempie sporgenti tipici dei poveri di spirito. Sulle guance rosse come mele non c’era ombra di basette e sul mento gli cresceva solo una peluria rada. Era quasi senza collo, con la testa piantata fra le spalle come quella di un pupazzo di neve, e camminava strascicando i piedi in modo tale che lo sentivano arrivare da lontano.
Davvero non una bellezza, eppure la moglie Shosha lo ama con tutta l’anima. Insieme stanno bene, scherzano, si amano. Poi Shmul-Liebele fa un sogno angoscioso che si trasforma in una realtà dove l’amore fra i due coniugi sopravvive alla morte.
Ed ecco la rappresentazione che lo scrittore dà di due dei quattro mendicanti girovaghi raccolti attorno a una stufa nel racconto Al lume delle candele dei morti:
Un uomo alto, nero di fuliggine come la pala di un fuochista, faceva arrostire delle patate sulla brace che gli illuminava la faccia coi suoi riflessi rossastri. Un altro, un omone butterato con una bozza sulla fronte e una barba che pareva fatta di filacce sporche, se ne stava disteso e immobile come un paralitico con gli occhi sbarrati e fissi sulla parete.
Si tratta di gente che un tempo non vagabondava a caccia di un tozzo di pane. Uno di loro faceva il sellaio per i nobili, ma poi, dopo la morte della moglie, non era più riuscito a lavorare e si era dato all’accattonaggio. Un altro era un abile intagliatore. Faceva cofanetti, astucci, testiere di letti e persino un’Arca santa per la sinagoga che gli aveva richiesto due anni di lavoro. Quando l’arte dell’intaglio ha incominciato a declinare con l’arrivo degli oggetti bell’e pronti, non gli è rimasto che chiedere l’elemosina. Parla infine il più taciturno fra tutti per raccontare che era becchino, purificava i cadaveri e cuciva i sudari, ma poi, come in una Spoon River ebraica, gli era toccato di seppellire la moglie che si era ammalata ed era morta. La solitudine lo aveva intristito e una notte che gli era sembrato di udire la voce della moglie morta che pronunciava il suo nome era andato via con le sue poche cose per non tornare più indietro.
Tra i ritratti più duri e impietosi c’è quello di Mathilda nel racconto Caricatura. Val la pena citare per intero il passo in cui viene descritta:
Era diventata sempre più piccola e obesa, con una pancia straripante come quella di un uomo e un collo quasi inesistente, tanto che la sua grossa testa quadra sembrava piantata in mezzo alle spalle. Con quel naso schiacciato, quelle labbra spesse e quelle mascelle sporgenti, gli pareva un mastino. Fra i suoi capelli s’intravedeva la pelle del cranio. Ma il peggio era che le cresceva la barba e che i suoi tentativi, di tagliarla, raderla o bruciacchiarla non avevano fatto che infoltirla. Aveva il viso coperto di bitorzoli da cui spuntavano ispidi peluzzi di un colore imprecisabile. Il belletto si scostava dalle rughe come l’intonaco da una parete, e gli occhi avevano una durezza mascolina.
Questa donna di rara bruttezza, addirittura barbuta, è la moglie di Boris Margolis, studioso ormai quasi dimenticato. Ha sprecato gli ultimi anni fra conferenze, articoli e congressi sionistici. Ora non crede più di poter conquistare l’immortalità con l’opera filosofica che da tempo sta cercando faticosamente di concludere. La filosofia, pensa Margolis, si è ridotta a storia delle illusioni umane, dopo che Hume l’ha ferita a morte e Kant con i suoi epigoni hanno tentato invano di resuscitarla. Fra disillusioni e ambizioni morenti solo Mathilda, sempre più brutta e sempre più somigliante a lui per osmosi coniugale, costituisce un’ancora di speranza con la sua fede nel genio di lui e la certezza che il manoscritto a cui Margolis sta lavorando sia un capolavoro.
Ha il sapore di una favola antica Cunegunde. La vecchia che dà titolo al racconto è orribile:
Piccola e tarchiata, la vecchia aveva il muso e gli occhi di un bulldog e una gran bazza ossuta. Peli bianchi le spuntavano dalle verruche sulle guance e i pochi capelli che le rimanevano si erano attorcigliati in una specie di corno. Le dita dei piedi, prive di unghie, erano nodose e piene di calli.
L’aspetto di Cunegunde fa pensare a una strega e in effetti lei è una strega che vive in una capanna simile a un fungo velenoso ed è evitata dagli uomini e dalle bestie. Da sempre ha confidenza con le forze del male. Nell’infanzia le apparivano entità inquietanti, mentre di notte, quando era a letto, spiritelli beffardi la insultavano e le bagnavano il lenzuolo. Appresa l’arte della stregoneria, ora Cunegunde sa fiutare la morte e le disgrazie, invocare la sventura sui suoi nemici, richiamare temporali devastanti sul villaggio. La sua fine, dopo l’incontro con un uomo che ha subìto un torto da lei, sarà di quelle che le fiabe assegnano alle streghe.
Ed ecco, infine, il dottor Zorach Kalisher nel ritratto che ne fa Singer ne La seduta spiritica:
Piccolo, con le spalle larghe, la testa calva a parte radi ciuffi di capelli mezzi biondi mezzi grigi sulla nuca, e un paio di occhietti penetranti che sbucavano da sotto le irsute sopracciglia bionde. Il collo quasi inesistente e la testa che posava direttamente sulle ampie spalle lo facevano assomigliare a una statua africana primitiva. Il naso era storto, piatto alla radice e con la punta divisa in due, la faccia rugosa, mal rasata e sudicia, e sul mento spuntava qualche pelo stentato: difficile dire se si trattasse di un resto di barba o semplicemente di una verruca pelosa.
Quest’uomo dipinto dall’autore con calcolata spietatezza ha avuto il suo periodo aureo prima della Seconda Guerra mondiale, quando gli era stata offerta una cattedra universitaria, aveva pubblicato alcuni saggi e un suo libro stava per essere dato alle stampe. Dopo l’avvento di Hitler e lo scoppio della guerra, la sua vita era andata a rotoli. I recensori gli avevano voltato le spalle, le sue conferenze erano state annullate e lui stesso aveva cominciato a nutrire dubbi sul proprio sistema filosofico. Adesso Kalisher non ha una famiglia, vive in una stanza sudicia e mangia nelle tavole calde quando non lo invita a qualche gramo pasto la signora Kopitzky, teosofa e spiritista che qui lo accompagna in una specie di stramba avventura spiritistica.
Singer, l’autore che ha saputo esprimere “l’assoluto di ogni momento significativo della vita”
Ancora cento potrebbero essere i personaggi repulsivi da ricordare, ma alla lunga si incorrerebbe nel rischio di costruire un repertorio sicuramente bizzarro e suggestivo se diluito nel corso della folta opera novellistica di questo scrittore, ma forse inutilmente ripetitivo se avulso dal suo contesto originario. Speriamo che queste poche pagine bastino al lettore curioso che non conosca il Singer dei racconti, o che non abbia notato questo lato della sua inventiva, per avvicinarsi con sguardo diverso a uno dei rari narratori che abbiano saputo esprimere “l’assoluto di ogni momento significativo della vita” (Claudio Magris).
Non vogliamo però chiudere questo lavoro senza citare un passo del racconto La rovina di Kreshev, nel quale uno dei protagonisti, Shloimele, sembra giustificare ogni cosa esistente, e dunque anche ciò che ai nostri occhi appare brutto o negativo, ponendola all’ombra di Dio:
Assicurò a Lise che era meglio per l’uomo peccare con fervore anziché compiere buone azioni senza entusiasmo, che il sì e il no, le tenebre e la luce, la destra e la sinistra, il paradiso e l’inferno, la santità e la degradazione erano tutte immagini del divino e che per quanto si potesse cadere in basso si rimaneva all’ombra dell’Onnipotente, poiché nulla esiste all’infuori della Sua luce.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I “mostri” di Isaac B. Singer: caratteristiche dei personaggi dei racconti
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