Anna S., del 1928, ricorda che a Pianoro i soldati tedeschi occupanti avevano sempre fame e portavano via gli animali ai contadini. Gli alleati, i liberatori, passavano bassi con gli aerei e se i civili non stavano attenti ammazzavano anche loro. È una delle tante testimonianze raccolte da due fratelli bolognesi appassionati di storia e di cronache locali, Giacomo e Giuseppe Savini, alla prima pubblicazione in coppia: Cinni di guerra. Memorie e fantasie dei bimbi che videro passare il fronte, seconda edizione ampliata nell’ottantesimo anniversario della Liberazione di Bologna (Minerva Edizioni, aprile 2025, 208 pagine), con la prefazione del pedagogista Antonio Faeti.
Sono numerose le fotografie in bianco e nero nel testo, concesse dagli intervistati e dai testimoni che all’epoca erano “cinni” (bambini) o ragazzi, sia femminucce che maschietti, dai cinque ai quattordici anni nel 1945. La prima edizione è apparsa nell’ottobre 2020, con una ristampa già entro la fine di quell’anno e una seconda nel 2021.
Gli ultimi testimoni di un mondo andato
Roberto Mugavero, editore di casa Minerva, Argelato-Bologna, tiene a precisare con orgoglio professionale, culturale e imprenditoriale che la ricorrenza del 25 aprile 2025 è parsa l’occasione per riproporre una narrazione particolare di quegli anni di guerra e dei mesi finali: il racconto dei bambini di allora. Non c’è solo una nuova copertina - una fotografia di Nino Comaschi, scattata il 21 aprile 1945 in piazza Santo Stefano - ma vengono aggiunte nuove testimonianze su quella giornata di festa, rimasta indelebile nei ricordi di tanti bolognesi:
quella mattina in cui la paura si trasformò in stupore, la guerra in libertà e pace.
Si tratta degli ultimi superstiti di una tragedia che ha segnato profondamente anche chi non riportò traumi violenti. Anziani, raccontano le loro piccole e grandi storie di bambini o adolescenti. Sono anche gli ultimi testimoni di un mondo andato, che sembra lontanissimo, fatto di parsimonia, di stanze fredde, babbi severi, famiglie numerose, di pochi giochi, vestiti ricuciti e scarpe usate, piedi nudi, geloni alle estremità, lavoro e a volte tanta fame.
“Noi che abbiamo visto la guerra”, hanno ripetuto in molti: i fratelli Savini non cercavamo rigore storico, quanto un racconto anche ingenuo di “vecchietti”, che non hanno dimenticato quanto visto, sentito, annusato, gustato e toccato dalle mani e dalla fantasia di quand’erano bambini.
Se la scelta è caduta su persone nate fra il 1925 e il 1939, per far sì che le testimonianze non fossero già adulte o troppo infantili, il libro si apre con un racconto del padre, grande narratore di storie. Infatti, quelli che hanno voluto conservare
non sono altro che i racconti dei nostri genitori, dei nostri nonni, quelle storie presenti in tutte le famiglie e che ci sono state ripetute tante volte, sempre uguali e sempre diverse ma sempre belle, avventurose, celebrative o tristi.
Dal papà sono passati ai parenti, ai conoscenti, ai genitori degli amici e agli amici dei genitori, per poi allargare la ricerca nelle case di riposo, nei circoli, nei centri anziani e nelle bocciofile. Il limite era solo quello territoriale, sottolineato dal termine cinni del titolo: Bologna, il centro città, la periferia, i rilievi dove la guerra si è fermata più a lungo e la pianura verso il Po.
Dai primi bombardamenti del luglio 1943 all’aprile 1945, solo in pochi rimasero nelle case: le famiglie cercarono rifugio nelle cantine per poi fuggire dalla città bombardata, scapparono in campagna, trovarono ospitalità altrove per tornare tra le mura quando cessarono le bombe.
Le “brutte cose della guerra” e “la prima gomma da masticare”
I racconti dei fatti s’incrociano, si sovrappongono, si confermano e si smentiscono. I piani di osservazione variano, quelli dei piccoli accompagnati nei rifugi dalle mamme divergono dallo sguardo dei monelli abbandonati, che attendevano sotto un riparo la fine del bombardamento. Quelli dei figli della campagna, che da mangiare trovavano sempre, non sono gli stessi dei figli della città, che faticavano ad arrangiarsi. C’erano
i fortunati e i disgraziati, gli spavaldi e i timorosi, i bambini rimasti bambini e quelli diventati adulti in una notte.
Spazio alle testimonianze, perciò, riprendendo a titolo d’esempio quella di Anna, allora sedicenne. Dice d’avere visto tante brutte cose della guerra. Si trattennero a Pianoro fin che si poteva, dopo sfollarono sulle colline a Guzzano. Arrivavano sempre i tedeschi, di notte, di giorno. Avevano fame, volevano pane “brot, brot”.
Impossibile trattenere il sorriso davanti all’episodio comunque drammatico raccontato da un’altra piccola, sei anni allora, Silvana di Roncastaldo. I germanici misero al muro il padre per fucilarlo con altri tre, ma appena gli puntavano il mitra lui sveniva. Lo ritiravano su e tornava a svenire. Non sa se lo facesse apposta o no, ma alla fine non lo ammazzarono.
I curatori hanno aggiunto il racconto di una bambina londinese che ricordava il rumore delle V2 tedesche, di un francese in una Parigi appena occupata, di una russa e di una tedesca. Il padre di quest’ultima, Erica, otto anni nel 1945, dirigeva il centro sfollati di Bad Hersfeld. Era una bambina allegra, la chiamavano "Lagersonnenschein", la gioia del campo. Naturalmente c’erano raid aerei, non tanto pesanti però come a Kassel. Cita in particolare gli attacchi a bassa quota. Una volta passeggiava col padre, quando un caccia arrivò loro addosso e lui, che aveva vissuto la Prima Guerra Mondiale, la scaraventò a terra, sopra un mucchio di carbone.
Gli americani sono arrivati solo nella Pasqua del 1945 a Bad Hersfeld.
Certo che avevamo paura di loro, ma ben presto si è scoperto che erano amichevoli con noi bambini. Furono loro a darmi la prima gomma da masticare della mia vita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Cinni di guerra”: le testimonianze dei bambini e delle bambine durante la Seconda Guerra Mondiale
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